POLITICA
Resiste la resistenza
Celebrare la resistenza significa oggi rovesciarne il significato. Stabilire equivalenze infedeli. E infondate. Necessarie però a giustificare il superamento dei valori su cui si regge la nostra Costituzione. Come vacilla la nostra democrazia nelle parole di Tina Anselmi.
Sergio Paronetto
Tina Anselmi
Ha 78 anni. Nasce nel 1927 a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso. Nel 1944, a 17 anni, diventa “staffetta” partigiana distinguendosi in atti di solidarietà verso feriti e in gesti di coraggio contro l’occupazione tedesca. Laureata in lettere, a 32 anni è nel Consiglio nazionale della DC. Nei primi anni Ottanta, a 54 anni diventa ministro del Lavoro. Eletta sei volte deputato (tra il 1968 e il 1987), nel 1982 viene designata presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2. Successivamente partecipa ad altre Commissioni parlamentari come quella per le pari opportunità o per le violenze dei soldati italiani in Somalia. Nel 2004 ha promosso la pubblicazione di un libro intitolato Tra città di Dio e città dell’uomo. Donne cattoliche nella Resistenza veneta, di cui ha curato l’introduzione e per il quale ha scritto un saggio che si affianca ad altri redatti da Luisa Bellina, Maria Teresa Sega, Paola Gaiotti De Biase e Lidia Menapace.
Una grande donna. Maestra di politica e di vita civile. Ho letto tutti i volumi della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, da lei presieduta e conclusa con sapienza democratica nei primi anni Ottanta. È stata ed è un personaggio scomodo. Ancora oggetto di insulti da parte di avversari potenti. Nel diffamante ritratto, apparso sul terzo volume di “Italiane”, pubblicato a cura della Presidenza del Consiglio e distribuito gratuitamente nelle edicole un anno fa, veniva descritta non solo come “moralista giacobina” o “improbabile guerriera animata da furbizia contadina”, ma anche come “modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile”. Insomma, un diavolo. La sua replica era stata lapidaria: “Ancor oggi non mi perdonano e mi attaccano per un motivo semplice e tragico: la P2 non è mai scomparsa” (Il Gazzettino, 4.5.2004). Il suo studio a Castelfranco Veneto è pieno di libri, di quadri e di foto. Tra quest'ultime spiccano quelle con i suoi sei nipoti e col Papa. Si muove lenta ma decisa. La sua voce è un filo esile ma determinato. Con una mitezza forte. La mano sulla poltrona si muove quasi voglia incidere le parole sul foglio immaginario del nostro colloquio. Onorevole Anselmi, cosa vuol dire oggi celebrare il 25 aprile? Cosa pensa, ad esempio, delle proposte di equiparazione giuridica tra combattenti della Repubblica Sociale e partigiani? Dobbiamo riflettere su cosa vogliamo introdurre in questa che chiamiamo celebrazione. Nel nostro Paese ci sono sintomi poco incoraggianti. Alcuni ritornano alla Resistenza non per approfondirne le ragioni ma, purtroppo, per rimetterne in discussione la legittimità. Che cosa vogliamo introdurre in questa ricorrenza? Vogliamo seppellirne le ragioni? Qualcuno cerca di rileggere la storia non riportando alla verità i fatti (indiscutibili). Quello che preoccupa o, almeno, mi preoccupa in questo momento è il tentativo di
Combattenti o stragisti?
Un gruppo di senatori di Alleanza Nazionale ha presentato al Senato un progetto di legge che vorrebbe equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani del Corpo Volontari della Libertà. L’articolo 1 del testo fa riferimento ai soldati, ai sottufficiali e agli ufficiali che prestarono servizio nella Repubblica Sociale dal 1943 al 1945, che dovrebbero essere considerati cobelligeranti, cioè combattenti. Voci di dissenso e protesta si sono levate dall’opposizione e dalle associazioni dei partigiani. “Sta per andare in discussione al Senato un disegno di legge che vuole equiparare al rango di cobelligeranti i militari del cosiddetto Esercito di Salò. Tale proposta – si legge sul portale dell’ANPI – è particolarmente subdola non solo per l’offesa che rivolge direttamente a tutti coloro che allora scelsero la via del riscatto nazionale, della difesa armata della democrazia e della libertà in Italia o che furono, a diverso titolo, deportati nei campi di concentramento e di sterminio, ma soprattutto perché tende a minare le radici stesse della nostra vita repubblicana”. Insomma, i reduci della battaglia partigiana non ci stanno ad essere "messi sullo stesso piano degli stragisti”. “Tra la vittima e il carnefice vi è una differenza abissale. Insuperabile – si legge ancora nell’appello – mettere sullo stesso piano le bande di armati che a diverso segno operarono nella Repubblica sociale italiana quale supporto logistico e militare al disegno stragista dell’esercito tedesco e delle SS in Italia con chi si opponeva, nel nome degli ideali di giustizia e libertà, alla barbarie nazifascista, significa riscrivere in modo distorto e antistorico, tutto l’arco dei sessanta anni che ci dividono da quei tempi” .
tentare una via di salvezza, quelli che non avevano famiglia al di là del Po cercare di rifugiarsi nelle famiglie contadine, presso la gente che non poteva vivere fino a quando i tedeschi erano alleati coi fascisti (o, meglio, i fascisti alleati coi tedeschi), molti di noi pensavano che, finché durava questa alleanza, esistesse un rischio di morte per tutti e che, quindi, i nostri giovani dovevano sfidare la morte per sopravvivere. C'è uno specifico femminile della Resistenza? È possibile dire che l'azione femminile nella Resistenza è stata, come oggi si dice, una forza nonviolenta, disarmata o disarmante? Nella lotta della Resistenza concorrono tanti elementi. Ognuno ha partecipato con le sue ragioni. In primo luogo, posso ribadire che noi donne cercavamo, anzitutto, di garantire la sopravvivenza. Quando i nostri ufficiali hanno piantato in asso il nostro esercito senza dare ordini e indicazioni, molti ragazzi si sono dispersi nei campi allo sbaraglio totale. Abbiamo cercato di offrire loro le condizioni per nascondersi. Solo in un secondo momento nascondersi ha voluto dire individuare le persone disponibili a
Luisa Bellina e Maria Teresa Sega, <i>Tra la città di Dio e la città dell’uomo. Donne cattoliche nella Resistenza Veneta</i>, Iveser, Istresco, Treviso 2004, pp. 400
La Resistenza delle donne cattoliche è stata a lungo doppiamente taciuta: dalla storiografia e dalla memoria collettiva. Il libro, che raccoglie gli atti di un convegno a loro dedicato a Venezia nel 2002 e rende pubbliche testimonianze di protagoniste, colma, almeno in parte, questo silenzio, offrendo alla storia dell’antifascismo, della lotta di Liberazione e del dopoguerra in Veneto nuovi spunti di interpretazione e una visione più complessa delle motivazioni che spinsero molte donne a un impegno militante che ha trovato, per alcune, continuità nella politica.
Vilipendio della Costituzione
Il Senato della Repubblica, il 23 marzo 2005, ha approvato il disegno di legge costituzionale che modifica la parte seconda della Costituzione, confermando il testo già approvato dalla Camera dei Deputati il 15 ottobre 2004. Tale disegno istituisce il Senato federale della Repubblica; riduce il numero complessivo dei parlamentari (518 alla Camera dei deputati, 252 al Senato federale); snellisce l’iter di approvazione delle leggi; rafforza il ruolo dell’Esecutivo; modifica le modalità di elezione e le funzioni del Presidente della Repubblica; assegna un ruolo specifico alle opposizioni alla Camera e alle minoranze al Senato; introduce in Costituzione la figura delle Autorità amministrative indipendenti; rende sempre possibile il ricorso al referendum sulle leggi costituzionali; modifica la composizione della Corte costituzionale. Non possiamo tacere che la riforma costituzionale, così come approvata, costituisce un vero e proprio attentato alla democrazia parlamentare, alla sovranità del popolo, alle libertà sin ora sancite dalla Carta costituzionale e, soprattutto, alla memoria di quanti, con la propria vita, hanno lottato per la creazione di una democrazia.





