Obbediente sino alla morte?
Il nostro è stato ed è un mondo tutto al maschile, androcentrico, in cui il mondo simbolico delle donne è stato sistematicamente prima ignorato e poi distrutto. Questo mondo simbolico ha reso possibile la costruzione di una violenza strutturale contro le donne. E le religioni hanno avuto un ruolo non secondario. Su tutto ciò occorre rompere il silenzio. Sulla violenza sul corpo delle donne, specialmente in tempo di guerra. È necessario assumere il principio della inviolabilità del corpo, di ogni singolo corpo, come bene irrinunciabile, come nostra “prima dimora”. Perché – scrive Tiziana Plebani – “il corpo è la nostra prima ‘patria’, ‘terra di vita’ che segna la strada delle possibilità, del futuro, della cura per sé e per gli altri”. In pace come in guerra In guerra esiste una politica sessista che riduce la differenza femminile a
ruolo complementare del maschile: la donna a “servizio” dell’opera superiore degli uomini. In un suo studio André Michel, tempo fa, ha messo in luce come la politica di guerra ha tra i suoi oggetti privilegiati e sistematici il corpo delle donne. “Nei periodi di guerra – scrive Michel – le donne vengono trasformate in strumenti di piacere e oggetti di sadismo per i giovani o meno giovani guerrieri. La prostituzione forzata, lo stupro, l’assassinio delle donne divengono pratiche tollerate”. Nella guerra in Vietnam, all’inizio della guerra, nel 1965, la città di Saigon aveva 400.000 abitanti. Al termine della guerra, nel 1973, ne aveva quattro milioni ed erano state censite 400.000 prostitute. I giovani autori delle violenze sulle donne erano ragazzi “di buona famiglia”, non malati o psicopatici, ai quali veniva introiettata l’immagine della virilità, identificata nel fucile e nel pene: il primo per uccidere fisicamente, il secondo per significare la sottomissione delle donne. Ricerche analoghe hanno confermato questa triste situazione di violenza sul corpo delle donne in Ciad, ad opera dei soldati francesi. Lo stesso è accaduto in America Centrale, o in occasione di altre occupazioni militari. Si è calcolato che nel genocidio del Rwanda siano state violentate almeno 250.000 donne. Dalla Cecenia al Darfur, dall’Indonesia alla Liberia, dal Kossovo all’Africa Subsahariana, il corpo delle donne è stato e rimane un trofeo di guerra, strumento di guerra, da stuprare, da ingravidare o far abortire. Il contesto simbolico Si può dire, dunque, che esiste una politica sessista nella politica di guerra, che è frutto di una società sessista. “La società sessista ritiene che gli uomini, soprattutto in virtù del tradizionale ruolo sessuale dei maschi, siano superiori alle donne” (B. Reardon). Una società così strutturata ha aspettative assai diverse per i maschi e per le femmine. E, così, in guerra, la differenza femminile viene tradotta in ruolo complementare dei ruoli dei maschi, a “servizio” dell’opera superiore dei maschi. Dentro la cornice androcentrica la violenza sul corpo delle donne, la violenza di guerra sulle donne, è apparsa più accettabile, più scontata, più digeribile, quasi giustificata. Ma per le donne è ormai necessario – scrive Starhawh – alzare la voce che “ci consente di analizzare il patriarcato, ovvero la costellazione di valori, idee e credenze” che regolano il controllo maschile sulle donne e la sua relazione con il sistema di dominio e di guerra. Occorre alzare la voce, per fare solo qualche esempio, e denunciare la costruzione per la quale “il patriarcato dà valore al ‘duro’ sopra il ‘morbido’, alla punizione, alla vendetta e al risentimento sopra la compassione, la negoziazione e la riconciliazione. Le qualità ‘dure’ sono identificate con il potere, il successo e la mascolinità, e vengono esaltate. Le qualità ‘morbide’ sono identificate con la debolezza, la mancanza di potere, la femminilità, e vengono denigrate”. Per questo è necessario individuare l’interconnessione tra le forme di violenza e il contesto di riferimento simbolico che ha portato a decretare questa politica di guerra sessista. Si tratta di “aggredire le cause del male” che si radicano nei sistemi culturali, sociali e religiosi. Il ruolo delle religioni Le religioni, in particolare, spesso hanno offerto materiali simbolici, immagini e concetti per sostenere e giustificare questa violenza sistematica. La messa al rogo delle vedove in India, la lapidazione in Sudan, la mutilazione ai piedi in Cina, la recisione del clitoride in Africa, i delitti d’onore in Pakistan, la condanna al rogo delle streghe nell’Europa di ieri, denunciano lo scandalo della violenza sessuale perpetrata contro le donne in tutto il mondo a partire da motivazioni di tipo socio-religiose. “L’immagine delle donne prodotta frequentemente dalla Scrittura e dalla tradizione di tutte le religioni, che – scrive la teologa Mary Grey – non





