Valere senza contare
È indubbio che il Concilio Vaticano II ha rappresentato una svolta nella storia della Chiesa cattolica anche per ciò che concerne la questione femminile, soprattutto per le nuove modalità adoperate nel relazionarsi con quelle problematiche che il movimento delle donne andava ponendo alla società ormai da oltre un secolo. Se Giovanni XXIII aveva già indicato come “segno dei tempi” la necessità dell’ingresso della donna nella vita pubblica (Pacem in terris,1963), riconoscendo pubblicamente le conquiste sociali conseguite negli ultimi decenni, il Concilio Vaticano II avrebbe esplicitato tale apertura nella Gaudium et Spes, dove si affermava l’ “uguaglianza sostanziale dell’uomo e della donna” (GS 49), nonché il dovere di tutti a “far sì che la partecipazione propria e necessaria delle donne nella vita culturale sia riconosciuta e promossa” (GS 60). Ciò avveniva all’interno di una nuova e positiva considerazione dei laici, non più inseriti in una Chiesa intesa come “società gerarchica di ineguali”, bensì valorizzati all’interno di una
sciogliere le questioni ancora aperte; egli è chiamato ad avviare una serie di riforme, quali: L’elaborazione di una nuova antropologia che rispetti l’uguaglianza dei due sessi nella condivisione e nella responsabilità: una Antropologia di partnership (corresponsabilità), che affermi il principio di dualità contro l’attuale androcetrico monismo gerarchico. La revisione dei fondamenti delle discipline teologiche, affinché vengano egualmente rispettate le dignità del maschile e del femminile: Dogmatica (la questione del loro essere “immagine di Dio”), Esegesi biblica (esegesi dinamica delle fonti incarnate nel pensiero delle donne), Mariologia (rilettura della figura di Maria, modello per entrambi i sessi), Liturgia (introduzione del linguaggio inclusivo), Storia (rileggere il patrimonio della tradizione femminile), Morale (si pensi, ad esempio, ai campi della morale sessuale, della contraccezione, della bioetica), Diritto Canonico (salvaguardia di uguali diritti e doveri). L’apertura all’insegnamento e alla riflessione teologica portata avanti dalle donne. Affermare il “genio femminile” significa valorizzare l’apporto che le donne hanno dato alla costruzione del cristianesimo, relativamente alla storia della spiritualità e della pietà, al ruolo che hanno svolto nelle istituzioni monastiche, al loro contributo nella riflessione teologica, consentendo loro di entrare nel circuito accademico e pastorale. Significa, altresì, prendere in considerazione il lavoro di ricerca portato avanti dalle donne – all’interno della sempre nuova costruzione del sapere teologico – rivedendo i libri di testo adottati nelle Facoltà teologiche e incrementando le possibilità di ricerca e di insegnamento per esse attraverso l’offerta di spazi significativi di ricerca, docenza e dirigenza. La rilettura e la vivificazione del concetto di ministerialità. Occorre valorizzare la donna nei suoi ruoli ministeriali. I ministeri vanno dunque considerati nelle loro molteplici articolazioni non solo recuperando per le donne quegli spazi e quei ruoli specifici che originariamente ebbero all’interno della Chiesa primitiva (discepolato, apostolato, diaconato, profezia…), ma anche creandone di nuovi, nel quadro di una pastorale comunitaria rinnovata: non in supplenza di una eventuale deficienza di personale maschile, bensì come servizio necessario alla comunità. Tutto ciò in vista di una trasformazione istituzionale che renda possibile l’esercizio del ministero tanto da parte degli uomini quanto delle donne. Va inoltre sottolineato come la recente, profonda trasformazione del ruolo assunto dalle donne esiga l’ammissione di esse al ministero ordinato (ordine sacro), nei riguardi della quale non sussistono fondate obiezioni teologiche. Nessun ministero è incompatibile con la femminilità (così come Dio stesso). La revisione delle strutture di governo della Chiesa. Attualmente, la donna si vede esclusa da tutti gli organi di governo. Tutti gli uffici ecclesiastici che comportino l’esercizio di potere decisionale continuano ancora a essere affidati ai chierici, cioè agli uomini, dalle funzioni direttive delle Congregazioni ai Dicasteri, al servizio diplomatico. Bisognerebbe al contrario che le donne fossero rappresentate in tutti gli organi deliberativi: a livello diocesano e parrocchiale, a livello conciliare e sinodale, e relativamente a tutti gli ambiti che regolano la vita morale e pastorale della Chiesa. Posto che la presenza delle donne all’interno della struttura ecclesiale si dimostrerebbe oltremodo preziosa, occorre facilitarne l’accesso alle posizioni decisionali, aprendo nuovi spazi di corresponsabilità operativa. Riconoscere la dignità e l’autorevolezza della persona umana significa, infatti, rendere questa partecipe dei processi decisionali. Il “modello inclusivo di partecipazione” e l’ “ethos di uguaglianza” non escludono l’esercizio dell’autorità-servizio, anzi lo esigono! Pertanto, il negare alla donna l’esercizio di governo e la responsabilità etica, significa relegarla nella non-visibilità, in una sorta di minorità che richiede, per esistere, la presenza di una mediazione maschile che controlli, approvi, giudichi, diriga. Queste riflessioni rispondono al bisogno di lavorare insieme, donne e uomini, per realizzare un modus operandi che veda compiersi una reale partnership teologica che dia spazio alle diversità e alle complessità: comprensione armonica e riconciliazione dell’unità e della molteplicità.





