Non c’è guerra nel Vangelo

Le motivazioni proposte da don Mazzolari in Tu non uccidere sono oggetto di una valutazione teologica attuale.
Luigi Lorenzetti

Don Primo Mazzolari con i suoi ragazzi, 1952. Don Primo Mazzolari, a differenza dei teologi del suo tempo, ha avvertito che la teoria della guerra giusta era del tutto inapplicabile alla guerra moderna. A una argomentazione rigorosamente razionale, egli unisce una forte argomentazione teologica: “La guerra è un crimine, un peccato, perché si uccide e non semplicemente una disgrazia o una calamità, perché si può rimanere uccisi”. Non è in questione la difesa, che è legittima e doverosa, è illegittima la modalità guerra.

Non 'c’è guerra giusta
La guerra offensiva (aggressiva) è insostenibile e, in questo, Mazzolari è in buona compagnia con diversi teologi del suo tempo, ma è insostenibile anche

Tra i molteplici scritti di don Primo Mazzolari su guerra e pace, l’articolo fa riferimento al libro Tu non uccidere, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2003.
quella difensiva, e in questo è solitario. Il suo pensiero è in discontinuità con la teologia morale del suo tempo e anticipa una posizione che troverà radicamento nella Pacem in terris (1963) e nel Concilio Vaticano II (1965), precisamente nel capitolo V della Gaudium et spes dedicato alla “Promozione della pace e della comunità dei popoli”.
La guerra difensiva è insostenibile – argomenta Mazzolari – anzitutto perché è difficile distinguere chi è l’aggredito e chi l’aggressore. “Qual è la guerra giusta e quella ingiusta? Può bastare l’affidarsi alla cronaca pura, alle semplici date, per stabilire chi attacca per primo, chi offende e chi si difende? Tutto è così complesso e intricato […]. Oggi soprattutto si fa sentire più evidente l’impossibilità di discernere se una guerra è giusta o no, e se si può ancora parlare di aggressori e di aggrediti” (Tu non uccidere, 37). Il motivo della difesa è diventato un passe par tout di ogni guerra. “La tesi della guerra difensiva non manca di razionalità: diremmo che ne ha tanta, e di così comodo uso, che tutti possono appropriarsene”.
Dobbiamo allora soccombere all’aggressione? Non è in questione la legittimità della resistenza all’invasore, lo è invece la modalità guerra, in considerazione dell’“orrendo costo della guerra”. Scrive: “Non si rinuncia a resistere, si sceglie un altro modo di resistere, che può parere estremamente folle, qualora si dimentichi o non si tenga abbastanza conto dell’orrendo costo della guerra (corsivo mio), la quale non garantisce la difesa di ciò che con essa vogliamo difendere”.
Mazzolari perviene alla netta convinzione che solo più tardi diventerà
Luigi Lorenzetti, <i>Guerre ingiuste Pace giusta</i>, Pardes edizioni, 2004
È tornata la guerra. Dapprima con una insistente e martellante propaganda sull’inevitabilità... e poi riconoscendone efficacia e moder-nità. Partendo da questa constatazione Luigi Lorenzetti si domanda in che direzione sta camminando la morale cattolica, chiamata ad accompagnare il cammino di questa umanità inquieta, timorosa e desiderosa di pace; chiamata a essere orientamento al nostro tempo assumendo un ruolo di critica radicale alla cultura militare, delegittimando ogni sostegno alla politica della guerra. Passando in rassegna temi come le coscienze, la causa giusta e le guerre ingiuste, l’ONU tra cultura di pace e di guerra, il terrorismo e la giustizia sociale, la dottrina della guerra giusta, la proposta evangelica “Tu non uccidere”, la profezia della Pacem in Terris, Lorenzetti conclude che: “Il miglior servizio che la morale, filosofica e teologica, può rendere alla guerra è proprio quello di non prestarsi alla sua giustificazione. Giustificare significa impedire di crescere, ma l’umanità aspira a crescere”: le cause giuste vanno difese e promosse in modo giusto e con metodi giusti e la guerra non lo è mai stata e mai lo sarà. Non si tratta di costruire nuove teologie della pace ma di custodire questo delicatissimo rapporto fra Vangelo ed eventi della storia, per discernere e vivere, nella drammaticità del tempo presente, le parole e i gesti di pace.
Fabio Corazzina
convinzione collettiva: la guerra non è strumento di giustizia, ma solo di nuova ingiustizia. “In sostanza, la guerra non serve a niente, all’infuori di distruggere vite e ricchezze”. E conclude con una affermazione che fa riflettere: “Chi pensa di difendere, con la guerra, la libertà, si troverà con un mondo senza nessuna libertà. Chi pensa di difendere, con la guerra, la giustizia, si troverà con un mondo che avrà perduto l’idea e la passione della giustizia”.
In conclusione, Mazzolari sostiene che la cosiddetta guerra di difesa, ancora sostenuta dai teologi del suo tempo, ha funzionato come un passe par tout per legittimare ogni guerra. Secondo lui, e a ragione, l’“orrendo costo” rende la guerra inservibile per qualsiasi causa giusta anche di difesa. Prende posizione contro i teologi “che pigramente si sono attardati a ripetere argomenti che potevano forse valere per le guerre fatte con gli schidioni o, al più, col fucile a retrocarica, entro limiti circoscritti in cui il danno prodotto, di solito, non oltrepassava il volume del male determinante il conflitto. Oggi non c’è proporzione tra rovine prodotte e il male contro cui si intende lottare: quelle contengono tale mole di miserie e di male, e cioè contengono un peccato così gigantesco, da invalidare qualsiasi retta intenzione e capovolgere ogni ragione”.

Solo il Vangelo
Nel trattare di guerra, Mazzolari, rispetto ai teologi del suo tempo, si distingue per l’esplicito e continuo riferimento al Vangelo. In questa prospettiva, nei suoi scritti si possono ricostruire quattro tesi fondamentali.
1. La dottrina della guerra giusta viene da fuori rispetto alla cultura cristiana. In altre parole, la cultura cristiana è stata più condizionata che capace di condizionare la cultura umana antica. “La cristianità si è inserita nell’olivastro della saggezza pagana di Atene e di Roma […]”. Ancora oggi “La pace è ancora nelle strettoie della concezione umana antica, che ne ritarda la germinazione e la crescita evangelica, in nome della giustizia”.
2. La guerra non è solo una disgrazia, perché si rischia di rimanere uccisi, ma un peccato e un crimine, perché si uccide. “Molti invece di considerare la guerra un crimine, poiché facendo la guerra si uccide, la tengono come una disgrazia, per il fatto che in guerra si può essere uccisi”. Non si può non riascoltare la forte e articolata argomentazione sull’impossibile conciliazione tra l’essere cristiani e il fare la guerra. “Cristianamente e logicamente la guerra non si regge. Cristianamente, perché Dio ha comandato: ‘Tu non uccidere’ (e tu non uccidere, per quanto si arzigogoli sopra, vuol dire “Tu non uccidere”); e per di più si uccidono fratelli, figli di Dio, redenti dal sangue di Cristo; sì che l’uccisione dell’uomo è a un tempo omicidio, perché uccide l’uomo; suicidio, perché svena quel corpo sociale, se non pure quel corpo mistico, di cui l’uccisore stesso è parte; è deicidio perché uccide con una sorta di esecuzione di effigie l’immagine e la

Luigi Lorenzetti, sacerdote dehoniano, è laureato in teologia, con specializzazione in teologia morale. Insegna allo Studio teologico S. Antonio di Bologna e all'Istituto Superiore delle Scienze di Trento. Dirige la Rivista di Teologia Morale e collabora con diverse riviste teologiche. Autore di numerosi testi, recentemente ha scritto: Il fuoco acceso (2005, ed. Donzelli) e Guerre ingiuste Pace giusta. Dove va la morale cattolica? (2004, ed. Pardes).
somiglianza di Dio, l’equivalenza del sangue di Cristo, la partecipazione, per la grazia, della divinità”.
Ai teologi che obiettano: “Si può fare […] un’eccezione al quinto comandamento e dire che colui che attenta alla vita di un altro perde il diritto di vivere?”, Mazzolari risponde che la questione delle eccezioni non è per nulla pacifica. Come mai la Chiesa – si domanda – non riconosce eccezioni alla legge dell’indissolubilità matrimoniale, mentre si sono ammesse eccezioni al quinto comandamento?
3. La cultura della nonviolenza affonda le sue radici sul calvario, dove non c’è uno che si arrende all’ingiustizia, all’odio, c’è invece uno che fa giustizia, vince il male in modo diverso e introduce un modo diverso del fare giustizia. “Sul Calvario viene raggiunta la perfetta somiglianza tra il Figlio dell’Uomo e il Figlio di Dio, perché Cristo ha rinunciato a difendersi contro l’uomo, senza rinunciare a testimoniare per la verità e per la giustizia”. […]. Chi accetta la necessità della guerra, si schioda dalla croce non potendone sopportare l’impotenza del fare giustizia. “Se sei il figlio di Dio, scendi dalla croce…”.
Mazzolari riporta, così, il tema della nonviolenza al suo vero posto: al cuore della cristologia: Gesù Cristo, crocifisso e risorto; e al centro del comandamento evangelico dell’amore e della nonviolenza, quale fondamento sia dell’etica privata sia pubblica.
4. Il Vangelo di pace è realismo anche politico. Mazzolari conosce il ragionamento dei cosiddetti realisti per averli sentiti infinite volte: “Queste idee sono belle: vengono dal Vangelo; però la realtà è un’altra; il concreto è diverso. Un conto la teoria, un conto la realtà. La pace e, quindi, anche il Vangelo è l’utopia, la guerra è la concretezza. Cioè il Vangelo è riservato agli idealisti e agli acchiappanuvole; la realtà non corrisponderà mai al Vangelo. Il realismo guarda al Vangelo come a un intralcio. Questi testi stanno bene in Chiesa, ma la banca, il commercio, l’industria, la guerra, la politica sono un’altra cosa”.
Ai fautori della realpolitik, risponde: “È pericoloso e soprattutto scomodo il Vangelo, ma andiamoci piano a opporre realismo e Vangelo”. Mazzolari, nel suo sapiente realismo, conclude: “Solo la sua (del Vangelo) eroica applicazione può salvare il mondo, se no il mondo continua a uccidersi fino a che il pianeta diventi un locale disabitato”.

Pace e guerra nel dibattito attuale
Che ne è del pensiero di Mazzolari a distanza di cinquant’anni? Come risposta si deve anzitutto pensare a due eventi: al Concilio Vaticano II (1965) che deliberatamente abbandona la dottrina della guerra giusta, perché ambigua e funzionale a ogni guerra; e alla Pacem in terris (1963) con la sempre più vera affermazione: “È assurdo (alienum est a ratione) pensare che la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” (Pacem in terris 127).
La situazione contemporanea è paradossale: da un lato, la maggioranza delle coscienze ha maturato una contrarietà alla guerra, come mai era accaduto in altro periodo della storia; dall'altro, ritorna una politica che considera la guerra uno strumento normale per fare giustizia; a parole è l'estremo rimedio, in realtà è il primo e il più preparato. Dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre 2001, ritorna la guerra e, prima ancora, la politica che la qualifica, di volta in volta: giusta, necessaria, inevitabile, asimmetrica, intelligente e, da ultimo, addirittura preventiva.
Ci si domanda: perché, in tema di liceità/illiceità della guerra, esiste tra i cattolici un pluralismo di posizioni? Addirittura ci sono cattolici, anche teologi, che non ritengono vero che il Concilio Vaticano II abbia iniziato un sostanziale cambiamento, e citano volentieri un testo del magistero cattolico del dopo Concilio: il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) che, al n. 2309, riproporrebbe l'antica dottrina della guerra giusta. Ma questi nostalgici della guerra giusta non si rendono conto che anche da quella teoria

Tra i segni di speranza va pure annoverata la crescita, in molti strati dell’opinione pubblica, di una nuova sensibilità sempre più contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli e sempre più orientata alla ricerca di strumenti efficaci ma “non violenti” per bloccare l’aggressore armato.
Evangelium vitae, 27
scaturisce una chiara disapprovazione della guerra moderna alla quale sono inapplicabili le condizioni richieste da quella teoria.
Non si avrà mai un’identificazione tra morale e politica. Ma la morale che tende a giustificare la guerra rende un pessimo servizio alla politica che si sentirà incoraggiata a non percorrere vie alternative.
La morale, in positivo, può e deve insegnare che le cause giuste si difendono in modo giusto (e la guerra non lo è); che non è lecito farsi giustizia da sé, in considerazione degli organismi internazionali (a cominciare dall’ONU); che è doveroso prevenire e rimuovere le cause dei conflitti e delle controversie tra i popoli e gli Stati; che nei casi estremi quando ogni via nonviolenta è fallita, il legittimo ricorso alla forza (azione di polizia internazionale) non significa fare guerra, perché ogni guerra oggi è immorale, illegale e sbagliata. La storia umana – già adesso nelle sue forze migliori e più sane – va verso questo traguardo di civiltà e di umanizzazione. La teologia morale, dopo essersi dedicata a disquisire le condizioni della guerra giusta (che non c’è), deve ora dedicarsi totalmente alle condizioni della pace giusta che si deve costruire. La pace globale non si costruisce con il perfezionare la struttura militare, ma con l’estendere la giustizia globale.

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