SUDAN
Il sogno di una pace giusta
La morte del leader sudanese John Garang pone a repentaglio una pace tanto attesa. Sudata. Ancora lontana.
John Prendergast e Colin Thomas-Jensen
Prendergast e Thomas-Jensen lavorano per l’International Crisis Group (http://www.crisisgroup.org), un’organizzazione per la prevenzione dei conflitti con sede a Bruxelles.
Quale pace per il Sudan
Si è svolto a Milano, il 18 e 19 marzo 2005, il Forum Internazionale “Quale pace per il Sudan. La parola alla società civile”, promossa dalla Campagna italiana per la pace e il rispetto dei diritti umani in Sudan. “Il Forum ha salutato con soddisfazione la pace tra il Nord e Sud Sudan e considera questo evento una reale opportunità per un possibile percorso virtuoso teso a costruire la pace in tutto il Paese” – si legge nel documento conclusivo dell’iniziativa. “La pace, sopraggiunta dopo 22 anni di guerra, ora va implementata durante il periodo di transizione rispettando i passaggi e i tempi previsti dai singoli protocolli. Si tratta di un processo la cui piena riuscita richiede un costante accompagnamento e monitoraggio da parte della comunità internazionale e va seguito con attenzione anche dalla società civile, se non si vuole che dopo un conflitto dimenticato, arrivi una pace abbandonata a se stessa. Ora più che mai siamo tutti invitati, ai diversi livelli di responsabilità e impegno, a volere, sostenere, aiutare il processo di pace in Sudan affinché, dai protocolli, possa calarsi nella realtà e imprimere un cambiamento nel Paese”. Pur sottolineando la persistenza di elementi critici che possano indebolire o mettere a rischio la realizzazione degli accordi di pace nel Paese africano, il Forum “a voce corale, ha richiamato l’urgenza, non più rinviabile, che si pervenga presto in tutto il Paese a Una pace globale Una pace partecipata Una pace duratura Una pace equa”. Il documento conclusivo integrale è pubblicato nei siti internet di Mosaico di pace e della Campagna italiana per la pace e il rispetto dei diritti umani in Sudan (http://www.campagnasudan.it). Gli atti del Convegno possono essere richiesti alla segreteria della Campagna: segreteria@campagnasudan.it, 02-7723252 (85).
Ho da poco compiuto un viaggio nella regione di Rumbek. A nord di questa città si trova Wunlit. Qui è stato firmato pochi anni fa, uno storico accordo di pace: quello tra Dinka e Nuer. In questi anni, molte persone sono state uccise a causa degli scontri tra queste due tribù, ancor più di quanto non abbia ucciso la guerra contro il governo. A Wunlit è stato firmato un accordo di pace davvero storico, che ha costituito l’inizio del processo di pace “people to people”. Parlando con un gruppo di donne anziane non alfabetizzate, ho chiesto loro come vedessero questa pace. Sono rimasta colpita dalla loro risposta:”Questa pace è nostra; se noi non avessimo fatto la pace a Wunlit, gli accordi a Naivasha non sarebbero stati firmati”. Non so se questo sia completamente vero, ma so che si deve riconoscere il ruolo che la gente comune ha avuto e sta avendo ancora oggi: è l’unica che può garantire che si avveri una pace giusta e duratura, nessun altro lo potrà fare. Marina Peters
Ciò che accomuna il Nord con il Sud in Sudan è la guerra e le sue conseguenze. Le paure e le speranze delle persone del Nord riguardo al futuro sono sostanzialmente differenti da quelle del Sud. Numerosi intervistati al Nord si augurano che, non appena l’SPLM si insedierà al governo, vengano avviate una serie di riforme democratiche che aiutino a sostenere l’unità del Paese, con l’aiuto della comunità internazionale. Altri ritengono che sia positivo avere la pace e che non vi sarà futuro senza democrazia e giustizia, ma che questo obiettivo non sarà conseguibile con il governo previsto. Una cosa vi apparirà evidente se viaggerete in giro per il Sudan: nessuno è veramente in grado di predire quello che succederà nei prossimi mesi o nei prossimi anni, e di fronte alle sfide che bisognerà affrontare, nessuno è in grado di stabilire delle priorità chiare. La gente è divisa tra un prudente ottimismo e il più profondo pessimismo: è interessante notare come il pessimismo sia diffuso anche tra gli operatori delle ONG internazionali come tra gli intellettuali del Nord. Senza che venga loro posta una domanda specifica, nessuno si sognerebbe di parlare di riconciliazione, ma soltanto della paura di essere nuovamente traditi da quelli che loro chiamano “gli Arabi”. La gente è interessata alla riabilitazione del Paese, ma con due prerequisiti: la riconciliazione nel Sud e l’assistenza della comunità internazionale che porti servizi di base per il periodo di transizione. Oltre a questo, è forte la richiesta di una forza internazionale di peacekeeping. Mi sono spesso sentita dire “senza una forza di pace internazionale saremo persi”. M. P.





