Voglia di religione civile

La libertà di parola s’è addormentata.
Non solo nella chiesa. Anche nella politica.
Quanto resta della laicità?
E quali spazi la politica riserva alla profezia?

Sandro Bergantin

“Che cosa è propriamente la teologia morale?” fu chiesto tempo fa a un importante moralista. La risposta: “La teologia morale è quella materia teologica che insegna ai cristiani a evadere, nella maniera più elegante e astuta possibile, dai comandamenti di Dio”. La battuta era evidentemente maligna. Al contrario, commentò Otto Hermann Pesch, la teologia morale è quella disciplina teologica che cerca di insegnare ai cristiani che cosa i comandamenti di Dio chiedano e come essi li debbano osservare. La battuta, forse, può essere applicata anche alla coscienza.
Il tema – è bene dichiararlo fin dall’inizio – può prestarsi a interpretazioni ambivalenti, a volte ambigue se nel riferirci al termine coscienza non teniamo presente quanto già il Concilio con la Gaudium et Spes n. 16, rivendicandone il primato, la indicasse come spazio per la ricerca solidale della verità e per contribuire a una giusta soluzione dei problemi. La coscienza non può inventarsi la sua norma a piacimento. Ma ai rischi di ipocrisia e doppiezza, l’accostare la coscienza alle pratiche politiche libera energie vitali, impegna nell’assunzione di responsabilità dirette e personali, rende trasparente il proprio agire nella società, affranca dalla mediocrità, che è spesso fonte di frustrazioni perché impone continui compromessi.

Quando si invoca la libertà di coscienza
Oggi viviamo in un tempo soffocato dalla paura e dal conformismo. C’è mancanza

Vi siete assuefatti
voi servi della giustizia
leva della speranza.
Vi siete assuefatti
ai necessari atti che umiliano
il cuore e la coscienza;
al voluto tacere
al calcolato parlare
al denigrare senza odio
all’esaltare senza amore
alla brutalità della prudenza
all’ipocrisia del clamore.
Avete, accecati dal fare,
servito il popolo
non nel suo cuore
ma nella sua bandiera
dimentichi
che deve in ogni istituzione
sanguinare
perché non torni mito continuo
il dolore della creazione.
Non sanguinate più.
Dove stanno le cicatrici?
Pier Paolo Pasolini
di coraggio e di franchezza. E la libertà di parola, nella chiesa e nella politica, s’è addormentata, lasciando ben sveglia invece la voglia di convenienze spicciole, la scelta del piccolo cabotaggio nelle situazioni conflittuali e pubbliche, i vantaggi immediati in termini di potere o economici. Insomma, quell’idea che sta nella testa di tanta gente semplice, che cioè non si possa fare politica senza dover vendere l’anima, la dignità, l’orgoglio al diavolo del compromesso, alla furbizia, alla meschinità dei doppiogiochisti, alla menzogna, al mantener sempre vivi secondi fini.
Il tema della coscienza in politica ci riporta anche alla disobbedienza alle leggi ingiuste. Mons. Enrico Chiavacci lo ricordava già una ventina di anni fa: “Si resta stupiti al considerare quante leggi ingiuste siano state promulgate (per esempio nella seconda guerra mondiale) e quante poche obiezioni di coscienza si siano levate da parte cristiana, sia dei singoli cittadini interessati, sia delle varie istanze della gerarchia delle chiese cristiane”.
Dobbiamo riconoscere che la politica spesso condiziona le coscienze delle persone che decidono di impegnarsi negli ambiti propri. Per quanto ognuno cerchi di operare liberamente, i condizionamenti divengono anche abbastanza forti e ricattatori. È pur vero, però, che dalla politica arrivano anche appelli alla “libertà di coscienza”. Sempre più rari, ma arrivano. E questo perché è in atto una sorta di corsa tra chi si affida di più a quella che viene definita come “religione civile” (progetto dichiaratamente ispirato alla visione dei neo-conservatori americani, in cui la politica di governo è direttamente impastata dai postulati di una religione senza fede), per frenare la deriva di un mondo senza valori, lasciando pochi spazi alla profezia evangelica e alla laicità della sua espressione politica. E quando arrivano questi appelli, riguardano nella maggioranza dei casi il ricorso alla libertà di coscienza in questioni come la bioetica e la sessualità, più che le scelte pace-guerra-ambiente... Ma anche questo spazio che la politica forse lascia perché considerato “privato” e quindi capace di disturbare meno rispetto alla messa in discussione di quello delle alleanze politico-militari e delle collocazioni internazionali è destinato a restringersi ulteriormente. Nel numero 2 di aprile 2005 della rivista Esodo, Luigi Sandri ricorda che “Se sulla legge 40/2004 la Cei non rimane sulle generali, ma indica all’elettorato il modo concreto con cui far fallire il referendum, sull’opposizione alla guerra essa è afona. E pluralista. La guerra preventiva anglo-americana contro l’Iraq di Saddam Hussein iniziò il 20 marzo 2003, senza mandato dell’Onu, e violando la legalità internazionale. Quattro giorni dopo (…) il Consiglio permanente della Cei si espresse con (…) parole singolarmente misurate: al di là di una generica deplorazione, non vi è una esplicita denuncia della illegalità della guerra preventiva; non c’è un riferimento al governo italiano favorevole alla guerra; manca un appello ai cattolici per sabotarla”.

Soffia uno spirito nuovo
Come è lontana la stagione in cui la politica era definita “l’azione dei cittadini, il coinvolgimento della comunità nel perseguire il proprio destino storico, il bene comune in un determinato territorio”. Oggi gli spazi si sono molto ristretti. E credo si restringeranno ulteriormente se pensiamo alla nuova legge elettorale proporzionale che, abolendo le preferenze e presentando liste bloccate, sarà un ulteriore elemento di omologazione della classe politica alle scelte dei partiti. Per poter cercare di essere eletti, infatti, non sarà più necessario raccogliere il consenso sulla qualità delle persone che intendono candidarsi, sulla loro coerenza a principi etici, ma il grado di “affidabilità” alle direttive del partito sarà misurato con l’ obbedienza senza se e senza ma. Avremo tanti soldatini pronti a obbedire al “Comandante Partito”. E anche quell’esile filo che porta alla coscienza, alla libertà di pensare che è libertà di coscienza, sarà destinato a spezzarsi definitivamente.
È questa una visione pessimistica della realtà? Forse. Ma le vicende di questi giorni, caratterizzate da un ruolo iperattivo della Chiesa nella politica italiana, da una campagna elettorale più che mai demagogica e leaderista e dal tentativo di ricostruire un Grande Centro moderato e politicamente intercambiale, non aiutano a sperare bene.
Occorre perciò rompere gli indugi e creare un movimento di uomini e donne liberi. Ci sono ancora tante buone coscienze che però non bastano. Non fanno nulla di male, ma anche nulla di bene. Sono tiepide e indifferenti, cadute in una specie di sonnambulismo o forse rassegnate all’ineluttabilità di una deriva che garantisce interessi di parte o egoistici. Dobbiamo, invece, chiederci fino a che punto siamo pronti ed attrezzati ad affrontare le sfide del nostro prossimo futuro. C’è anche in politica un appello dell’ora, che non vuol essere un concetto solenne, ma semplicemente un atteggiamento spirituale che cerca nelle linee di tendenza degli avvenimenti, le chiamate, le interpellanze del Signore. Occorre chiedere alla politica di garantire sempre alle donne e agli uomini che vorranno impegnarsi per il bene comune, la possibilità di anteporre, su questioni cruciali, la propria coscienza ai vincoli di partito.
Ma per fortuna la politica non si fa solo all’interno dei partiti, la si fa prima e dopo ed è sempre più sinonimo di cittadinanza: si fa politica, ma si fa cittadinanza attiva. E la coscienza dei singoli e dei gruppi qui trova spazi maggiori. Si scoprono nuove elaborazioni in corso, nascono comitati, assemblee di cittadini su questioni che toccano soprattutto l’ambiente e la salute. Dalla privatizzazione dell’acqua all’inquinamento nelle città; dalle distruzioni ambientali all’elettrosmog, alla preoccupazione per le future generazioni…
È uno spirito nuovo che soffia, pur tra numerose contraddizioni, uno spirito che nasce dalla coscienza del prendersi cura e che manifesta la presenza di persone vive, pensanti e attive.
Alcune linee guida da tenere a mente e che possono aiutare a garantire maggiori spazi alla coscienza e all’autonomia in politica, le possiamo prendere da uno scritto di Alberto Monticone pubblicato in “Adesso per il domani”, Effata editrice:
- la laicità dell’agire politico al servizio della comunità;
- il primato della coscienza alla luce dei principi evangelici e dei dettami della Costituzione;
- la ricerca dello sviluppo a misura dei più deboli;
- il perseguimento della pace con strumenti pacifici;
- la tutela della libertà nel rispetto della giustizia e dell’equità;
- la centralità della persona e della famiglia;
- il criterio dell’inclusione e dell’accoglienza nei confronti di ogni forma di marginalità;
- la permanente formazione integrale dei cittadini;
- l’apertura di veri patti tra le generazioni;
- l’obiettivo della diffusione dei diritti umani in Italia, in Europa e nel mondo.
È questa, credo, una possibile traccia per un cammino in comune che valorizzi la coscienza: un compito che è insieme della politica e della cultura, anche se quest’ultima oggi è così manifestamente in crisi nel nostro Paese.

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