Può l’amore salvare il mondo?

14 marzo 2006 - Walter Wink

“Io non mi vedo come un pacifista. Mi vedo piuttosto come una persona violenta che sta tentando di diventare nonviolenta”.

Michael Kelly ritiene di aver dato un duro colpo al pacifismo. Nell’editoriale del Washington Post del 26 settembre 2001, egli cita George Orwell che, nel 1944, vedeva il pacifismo “oggettivamente dalla parte del fascismo”. Kelly trova particolarmente inconfutabile il passaggio in cui Orwell sostiene che “se si avversa la volontà di guerra di una parte, automaticamente si favorisce l’aggressività dell’altra parte”. Egli poi applica questa teoria alla situazione attuale e continua: “Gruppi di terroristi organizzati hanno attaccato l’America. Questi gruppi sperano che gli Americani non reagiscano. I pacifisti sperano altrettanto. Ma se gli Americani non reagissero, i terroristi attaccherebbero di nuovo e noi sappiamo che tali attacchi possono massacrare migliaia di persone. I pacifisti , quindi, auspicano future stragi. Essi sono “oggettivamente dalla parte dei terroristi”. Quindi la posizione da loro assunta è ritenuta da Kelly molto negativa.

Magari la vita seguisse una logica così elementare! Per quanto Kelly si sforzi di approfondire la sua analisi, c’è una terza via che lui ignora. Questa terza via non è la scelta della passività ma neanche quella dell’aggressione. L’errore che lui fa è stato fatto per millenni. È l’antitesi tra risposta “morbida” e risposta reattiva ad un evento di aggressione. Ma la terza via è stata occasionalmente scelta e percorsa nel tempo e sorprendentemente ha dato molti buoni risultati. Sono state le religioni ad aprire la terza strada proponendo, come alternativa alle altre due ipotesi, la protesta non violenta. Iniziata con le levatrici ebree, la teoria della nonviolenza fu elaborata dal Jainismo e dal Buddismo, ha assunto carattere politico con la predicazione dei profeti Giudei e di Gesù, l’hanno fatta propria, articolandola, cristiani come San Francesco e Martin Luther King, e l’hanno resa programmatica e concreta l’indù Gandhi ed il musulmano Badshah Khan.

Tuttavia, io sono d’accordo con Kelly sul fatto che il pacifismo debba essere in qualche modo rivisto. Esso è continuamente confuso con la passività. Nelle nazioni in cui predomina il cristianesimo, l’insegnamento di Gesù sulla nonviolenza viene interpretato come invito alla “non resistenza passiva”, che, come noi vedremo, è esattamente l’opposto della nonviolenza attiva. Gesù disse: “Voi avete sentito che fu detto: occhio per occhio, dente per dente, ma io vi dico non resistete al maligno. Se qualcuno vi colpisce sulla guancia destra, porgetegli l’altra guancia; se qualcuno vi cita in giudizio e prende il vostro mantello, cedetegli anche la vostra tunica; e se qualcuno vi costringe a portare il suo carico per un miglio, voi portatelo per due miglia” (Matteo 5, 38-41). Nei fatti, queste parole sembrano consigliare una resa passiva. Se siete una donna e vostro marito vi schiaffeggia su una guancia, porgete l’altra, fatevi umiliare. Se siete citati in giudizio per un pezzo di vestiario, cedete tutti i vostri vestiti volontariamente, come atto di devota rinuncia. E se un soldato Romano vi costringe a portare il suo carico per un miglio, è uno stupido: voi glielo porterete per due. Ed il colpo finale: non resistete al maligno in qualsiasi circostanza.

Per secoli, i lettori di queste ammonizioni hanno istintivamente percepito che ci fosse qualcosa di incoerente in questo brano. Gesù ha sempre opposto resistenza al male. Il vocabolo greco tradotto con “resistere” (antistenai), letteralmente è “stare (stenai) contro (anti)”. Il termine deriva dal concetto di “stato di guerra”. Quando due armate si scontrano, di esse si dice che “stanno contro” l’un l’altra. La traduzione corretta è riportata dalla nuova Dottrina Biblica: “ Non reagite violentemente contro chi è malvagio”. Il significato è chiaro: non reagire in genere, non rispecchiare il comportamento del nemico, non prendere seriamente il proprio odio. Gesù non ci ha detto di non resistere al maligno, ma di non resistergli con violenza.

Gesù porta tre esempi per spiegare questo concetto. Il primo è: “Se qualcuno ti colpisce sulla guancia destra, porgigli anche l’altra”. Per schiaffeggiare, generalmente, si usa la mano destra. Ma, un colpo dato così, arriva sulla guancia sinistra, e Gesù invece specifica “sulla guancia destra”. Non si può peraltro pensare che si riferisse ad un colpo dato con la mano sinistra, poiché all’epoca questa mano era usata solo per le mansioni impure ed avrebbe portato vergogna a chi l’avesse usata per schiaffeggiare. Gesù quindi parla di un colpo dato sulla guancia destra con il dorso della mano destra. Questo non è un colpo per fare male. È simbolico. Con esso si intendeva umiliare, porre in una posizione di inferiorità l’altro. Era usato da un padrone nei confronti del suo schiavo, da un marito nei confronti della moglie, da un genitore verso un figlio, o da un Romano verso un Giudeo. Il messaggio del potente verso il suo subordinato era chiaro: tu non sei nessuno, ritorna al tuo basso rango.
È a questo costume che Gesù si riferisce quando dice (“Se qualcuno vi colpisce”). Porgendo l’altra guancia, la persona colpita mette l’aggressore in una situazione insostenibile. Egli non può più ripetere il manrovescio perché ora il naso dell’altro lo ostacola. La guancia sinistra diventa un buon bersaglio, ma solo le persone di uguale rango colpiscono con il palmo delle mani, e l’ultima cosa che il padrone vuole è che il suo schiavo possa asserire la sua eguaglianza (vedi Mishna, Baba Kamma 8,6). Questa non è, naturalmente, una maniera per evitare la sofferenza; il padrone può fustigare lo schiavo quando vuole. Ma una conquista è fatta: il sottomesso dice, in certi termini, “Io non voglio più subire questo trattamento. Io sono tuo eguale, io sono figlio di Dio”. Porgendo l’altra guancia, l’oppresso esprime il rifiuto di una ulteriore umiliazione. Questa non è sottomissione, come la Chiesa ha insistito nel suggerire. È una sfida. Potrebbe suonare un po’ idealistico, ma tutti i popoli del mondo in questa maniera potrebbero prendere nelle loro mani il coraggio per resistere, in modo non violento, a chi li umilia.

Il secondo esempio che fa Gesù riguarda l’indebitamento, il problema sociale più oneroso nella Palestina del primo secolo. L’Impero tentava nuove strategie per arricchirsi senza aumentare le tasse. Il modo migliore sembrò quello di comprare terre ai confini dell’impero. Ma i poveri non volevano vendere le loro proprietà. Per ottenere comunque la cessione dei terreni i ricchi tenevano in una morsa quelli che si indebitavano, pretendendo interessi dal 25 al 250 per cento. Quando un povero non poteva ripagare il debito, innanzitutto gli venivano confiscati i beni mobili, subito dopo le terre, ed infine addirittura il mantello. La Scrittura asserisce che l’indigente poteva dormire avvolto nel suo mantello, ma doveva restituirlo durante il giorno. (Deuteronomio 24, 10-13)

È in quel periodo storico che Gesù parla. Guardate, lui dice, voi non potrete avere ragione davanti ad un tribunale. Ma potete fare qualcosa: quando pretendono il vostro mantello, dategli anche tutti gli altri vestiti. Tutto quello che indossate. In questa maniera l’uomo povero sarebbe rimasto completamente nudo. Ed in Israele la nudità era considerata una vergogna, non tanto vederla negli altri quanto il ritrovarsi nudi, vedere se stessi nudi (vedi la storia di Noè, Genesi 9). Gesù non può chiedere, a persone già defraudate di tutto quanto possedevano, di sottomettersi ad una ulteriore umiliazione. Egli sta loro comandando quasi un teatro di guerriglia.

Immaginate i debitori andarsene in giro nudi ed alla domanda su cosa stia succedendo immaginateli rispondere che il creditore gli ha preso tutti i vestiti. La gente si sarebbe riversata nelle strade e nei vicoli per andare in processione verso la casa del ricco a manifestare la sua protesta. Di conseguenza i creditori avrebbero aspettato un po’ prima di portare un povero davanti al tribunale! Ma, naturalmente, l’autorità costituita usa l’arguzia, e nell’arco di qualche settimana avrebbe promulgato una nuova legge che punisse le persone che mostrano la loro nudità con multe o con il carcere. Quindi i poveri avevano la necessità di inventarsi sempre nuove forme di resistenza. Gesù comunque evoca una specie di Aikido, in cui lo slancio dell’oppressore viene sfruttato per catapultarlo nel discredito della comunità. Gesù non è contrario all’uso della vergogna se serve a suscitare un senso morale nel creditore.

Il terzo esempio che Gesù fa si riferisce all’angheria, la legge che permetteva ai soldati Romani di forzare un civile a trasportare il proprio zaino che poteva pesare dalle 65 alle 85 libbre. La legge sanciva che il peso fosse trasportato per un solo miglio. Al segnale del miglio successivo il soldato doveva recuperare il suo carico. Portando lo zaino per più di un miglio, il contadino rendeva il soldato colpevole di violazione di una legge militare. Ancora una volta Gesù non si sta offrendo per concedere un secondo miglio all’oppressore, come il luogo comune popolare vorrebbe farci intendere. Egli sta esponendo il soldato al rischio di una punizione.

Quindi voi potete capire perché io concordo in parte con Kelly. Gli esempi che Gesù fa sono qualcosa di più che semplice non resistenza. Essi sono gesti liberi, coraggiosi e forti. Ecco perché io non mi considero un pacifista ma piuttosto una persona violenta che si impegna ad usare la non violenza. Kelly ed io concordiamo sul fatto che la risposta morbida è codarda, irresponsabile ed inefficiente. Ma se lui sceglie l’opzione della risposta reattiva, io sono preparato a rispondergli che è di gran lunga migliore la non violenza attiva, anche militante, cioè la terza via. Lungi dal dimostrasi priva di senso, la non violenza è l’unica strada che è stata sperimentata di recente. Soltanto tra il 1989 ed il 1990, quattordici nazioni, comprendenti un miliardo e settecento milioni di persone, hanno subito rivoluzioni non violente, riuscite tutte tranne una (Cina). Durante tutto il ventesimo secolo tre miliardi e quattrocento milioni di persone sono stati coinvolti in processi simili. Malgrado tutto, le chiese hanno, sin dal tempo di Sant’Agostino, abbracciato spesso la teoria Romana della “guerra giusta”, convinte che la non violenza non avrebbe risolto nulla, che in certi casi solo la violenza ci può salvare o redimere (questo lo definisco “il mito della violenza redentiva”).

La crisi attuale attira l’attenzione di Kelly ed anche la mia. Lui non può fondare il suo discorso su una base solida: infatti la scelta della guerra non ha ottenuto molti successi nelle ultime due decadi. Ed è inchiodato dalla legge spirituale che recita: “anche se vincessi, avrei perso”. Se noi distruggessimo i Talebani ed Osama bin Laden, decine o migliaia di persone prenderebbero il loro posto. Una guerra forsennata contro l’Islam potrebbe portare direttamente alla terza guerra mondiale, combattuta tra l’altro con armi biologiche e nucleari. Anche se ciò non avvenisse, dovremmo aspettarci almeno che per gli americani possa diventare pericolosa ogni parte del mondo oltre che la propria terra. Le libertà civili sarebbero perse, e potremmo trovarci in una situazione “oggettivamente dalla parte del fascismo”. Se vincessimo, perderemmo. La nostra passione per le rappresaglie dà ragione all’adagio secondo il quale la violenza può solo generare altra violenza.

Molte delle cause di questa guerra avrebbero dovuto essere prevenute già diversi anni fa. Osama bin Laden proclama di combattere proprio contro le scelte sbagliate che sarebbero state alla base della politica americana in Medio Oriente. Noi avremmo dovuto alleggerire le sanzioni contro l’Irak, sanzioni che hanno portato alla morte di più di un milione di persone , più della metà delle quali bambini sotto i cinque anni, un crimine di guerra di cui siamo inevitabilmente colpevoli. Avremmo dovuto ampiamente ritirare le nostre truppe dall’Arabia Saudita , visto che la presenza dei nostri militari nella loro regione sacra offende i musulmani osservanti. Infine c’è il Kuwait che noi abbiamo aggredito per la sua salvezza, e il Kuwait ha dato rifugio alle nostre truppe. Avremmo dovuto usare la nostra grande influenza per fermare Israele nell’occupazione della West Bank, ed assicurare ai Palestinesi uno Stato. E avremmo dovuto smettere di sostenere i governi dittatoriali della regione, molti dei quali sarebbero falliti senza il nostro appoggio.

Non che queste scelte negative di politica estera giustifichino la vendetta che Osama bin Laden ha escogitato contro l’America. Il fondamento logico dei terroristi è il terrore, e le loro ragioni cambiano di volta in volta. Quel terrorista che alla sua cattura si dichiarò rammaricato di essere stato preso prima di aver potuto uccidere 250.000 americani, ha svelato in quale meccanismo perverso si muoveva. E’ facile uccidere americani. Nessun pretesto è necessario per far strage di innocenti, che siano americani nelle Twin Towers o civili afgani in Medio Oriente.

Ma l’attuale crisi stimola anche me a riflettere. Io faccio una distinzione tra forza e violenza: ritengo che la forza, esercitata con diritto, sia un mezzo per evitare che alcuni possano recare danno ad altri. La violenza, al contrario, è un torto che procura oltraggio o morte deliberatamente, e non può in nessun caso essere giustificata. In questi giorni io sto riflettendo molto su questa distinzione. C’è una continuità tra la forza e la violenza, o tra l’azione di polizia e la guerra? Come, allora, capire quanta forza possiamo usare prima che questa possa definirsi violenza? Avremmo potuto inviare una spedizione di forze speciali per catturare bin Laden e condurlo davanti al giudizio della Corte Suprema? Ma non avremmo saputo dove cercare! (Ma neanche i nostri soldati lo sanno!). E l’uso della forza “controllata” non avrebbe subìto forse un’ escalation verso la violenza nel momento in cui Bush dichiarò la guerra? Queste perplessità, tranne nel caso che ci fossimo affidati alla non violenza fin dall’inizio, possono essere considerate così irrazionali?

È facile vedere perché Bush ha dichiarato guerra. Fu in risposta all’uccisione dei nostri civili. Ma quando noi massacriamo degli innocenti (inevitabile quando in una guerra gli innocenti sono mescolati ai combattenti) noi scriviamo che la loro uccisione è un “danno collaterale”, come se non si parlasse di persone vere. Noi osserviamo come il fior fiore delle risorse militari del mondo è impiegato per distruggere un intero settore della popolazione Afgana. Io non so come si possa non considerare immorale tutto questo.

Agire con giustizia verso il Medio Oriente non placherebbe completamente i terroristi. Ma potrebbe rimuovere le sorgente del maggiore oltraggio, e così prosciugare il bacino di riserva delle reclute per la guerra santa. A questo scopo, noi dobbiamo agire con sensibilità e compassione per rimuovere le cause della collera, anche se noi trovassimo sulla nostra strada quegli uomini la cui violenza terroristica portò alla tragedia dell’11 settembre 2001.

Note

traduzione di Donatella Rega

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