Nuovo segretario

28 ottobre 2009 - Giancarla Codrignani*

Il degrado civile del Paese sta toccando il fondo, ma forse non è disperato: a Bologna domenica sono tornati i capannelli politici in piazza Maggiore. E la gente andata a votare era tutta contenta di fare la fila, chiara reazione alla paura di esser abbandonata.
Infatti i progressisti non hanno ancora introiettato che, pur essendo tanti in questo strano Paese, sono minoranza politica; che conta ed è determinante per la forza morale che esprime. Non si può, dunque, non essere ampiamente soddisfatti dei tre milioni di votanti che si sono dichiarati per il PD; ma bisognerà vedere se piace che la prima dichiarazione del nuovo segretario riguardi le alleanze, come anticipato da D’Alema al convegno dell’Aspen.
Il progetto (e il bisogno sentito) di costruire un partito che sia davvero “democratico” e che, lasciate le ideologie, entri nel contesto dell’innovazione politica del nostro tempo può entrare in contraddizione rispetto all’ambizione non tanto di vincere autorevolmente le elezioni, ma di “governare” comunque.
Perché la previsione di recuperare un’intesa con verdi e spezzoni vari di sinistra radicale e arrivare a un fidanzamento d’interesse con Casini (oppure aiutare i “centristi” ad accorparsi, tanto per tornare al sistema proporzionale) non attrae molti dei tre milioni che hanno investito la loro domenica nel dovere volontaristico delle primarie.
Tutti pensano, infatti, che sia necessario, da un lato rimettere in moto la macchina organizzativa del partito, sia per una nuova politica partecipativa di base che comprenda il controllo di situazioni anomale tipo Campania, sia per costruire e mantenere l’unità interna; dall’altro dare forma a un’opposizione realmente efficace perché determinata e resa condivisibile pubblicamente. La necessità di mantenere l’impegno di una “vittoria di tutti” (come ha detto elegantemente il perdente Franceschini) comporta da parte di Bersani la responsabilità di farsi carico anche dell’elettorato che, in lealtà di partito, ha votato per motivate convinzioni il secondo e il terzo candidato.
Temi caldissimi sono quelli definiti “eticamente sensibili”, che sono anche sensibilmente politici. Bisogna rendersi conto che non ci sono contrapposizioni con i cattolici, perché, se si costruisce un partito “nuovo”, i cattolici adulti che lo votano sono i primi a chiedere rispetto per la laicità, mentre le adesioni strumentali di teodem o teocom producono conflitti senza scambi o alleanze. Né ci sono contraddizioni sulla consistenza di una politica della sinistra: o si comprende che è fondamentale riprendere il ragionamento teorico in una fase storica di transizione epocale (almeno per dire a più giovani che senso ha fare politica) e, insieme, tenere i piedi per terra e fare i conti con una realtà che è quella che è e non quella che vorremmo, oppure non ha senso cercare di ripetere la gloriosa impresa delle votazioni perdute nei governi Prodi. Ma neppure deve produrre contrasti la crisi: i lavoratori sono i primi a volere che le imprese non falliscano, mentre l’attuale politica economica non lascia grandi spazi ai compromessi con il governo. Tocca all’opposizione essere trasparente e rappresentare in anticipo le posizioni a partire dalle quali è necessario far discutere il Parlamento.
Credo che quei vertici politici, anche del PD, che molti elettori avrebbero voluto sostituire, perché abituati a pensare – qualcuno anche con un certo cinismo, neppure machiavellico perché fin qui perdente – che la politica sia “mediazione a mezzo di mediazioni”, dovrebbero darsi una regolata. Siamo davanti a grandi rischi, non tanto per gli interessi del solo PD o della sola Italia, ma della democrazia europea. Se il voto sulla libertà di stampa ha dato un segnale, occorre rendersi conto che le scelte del Parlamento europeo saranno sempre più determinanti in una stagione politica in cui quasi tutti i paesi dell’UE hanno governi conservatori. Mentre in Italia non si può staccare l’attenzione dal rispetto della Costituzione e, di fronte a riforme che anche il presidente della Repubblica ritiene indifferibili, urge dire ai cittadini quali proposte avanza il PD, tanto per non tornare alle scorciatoie del “dialogo” extraparlamentare con il governo (“questo” governo) e impelagarsi in antichi tatticismi, neppure disinteressati, sul presidenzialismo. Poi, tanto per chiudere con una battuta, ci sarebbe da educare Di Pietro (e non solo), a quel po’ di buona educazione comportamentale che insegnano le mamme...

Note

* articolo pubblicato su Arcoiris

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