Auguri

15 gennaio 2010 - Lidia Maggi e Angelo Reginato

Si sa che “l’epifania tutte le feste porta via”! E con la fine del periodo natalizio, vengono meno anche tutte quelle parole usate per i soliti auguri di circostanza. Nessun disprezzo per quegli auguri espressi a voce, scritti sui classici bigliettini o come sms e e-mail. Nel nostro piccolo tentativo di “salvare le parole”, ci è sembrato che persino la tanto vituperata chiacchiera potesse risultare un buon anticorpo a quell’individualismo spaventato ed arrabbiato che sembra essere il biglietto da visita odierno. Anche gli auguri sono parole da salvare, nella misura in cui dicono attenzione all’altro, comunicano che desideriamo il suo bene, facciamo il tifo per la sua felicità. Ma non sempre dicono questo. Ognuno di noi sa che perlopiù andiamo in automatico, esprimiamo parole formali senza troppa convinzione. Il pensiero scorre a quei bellissimi “auguri scomodi” che Tonino Bello scrisse per il Natale di anni fà:
“Non obbedirei al mio dovere di Vescovo, se vi dicessi ‘Buon Natale’ senza darvi disturbo. Io, invece vi voglio infastidire. Non posso, infatti, sopportare l'idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla ‘routine’ di calendario... Tanti auguri scomodi, allora!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali. E vi conceda la forza di inventarvi un'esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della spazzatura o l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro...”.
Parole di estrema attualità, capaci di mettere a fuoco la sfida posta dalla Parola a persone che l’hanno annacquata ed addomesticata al punto di non essere più in grado di coglierne la novità e lo scandalo.
Salvare dalla deriva le grandi parole della fede è un’operazione di discernimento che dura tutta una vita! Qui vorremmo solo suggerire di porre attenzione alla parola augurale, che in certe occasioni, come Natale e Pasqua, fa ricorso alla narrazione biblica. Cosa significa augurare qualcosa a qualcuno? Se scaviamo per andare oltre la superficie di quelle frasi che pronunciamo in circostanze particolari, possiamo arrivare fino al desiderio che muove quelle parole. Chi fa gli auguri, è abitato da un desiderio non ristretto al proprio piccolo io. Si predispone ad accogliere l’altro con un gesto gratuito, che non risponde ad un bisogno, ma esprime il “più che necessario”, ciò che sta oltre la stretta necessita. Si riconosce in relazione col mondo. Vigila sui propri egoismi per imparare a fare un passo indietro.
Augurare il bene e la felicità a chi ci è accanto rimane, tuttavia, un gesto fragile. Non ha la forza di cambiare la realtà, soprattutto quando la vita sembra accanirsi su qualcuno. Non ha la capacità di modificare i comportamenti degli altri: le persone non cambiano per gli auguri che rivolgiamo loro. Può, però, cambiare noi.
Il fragile augurio può trasformarsi in parola efficace, che mette all’opera chi la pronuncia fino a realizzare quanto auspicato. L’augurio può, dunque, diventare benedizione. Nella Bibbia è la benedizione la categoria più vicina agli auguri. Ed essa è tutt’altro che una parola formale. Possiede, infatti, la forza di creare qualcosa di nuovo.
L’episodio della benedizione estorta da Giacobbe ai danni di suo fratello Esaù prova a raccontare proprio di questa potenza. Isacco, sul letto di morte, pensando di avere di fronte a sè il suo primogenito Esaù, benedice Giacobbe che con l’imbroglio si è spacciato per il fratello. Quando Esaù viene a sapere che il padre ha ormai benedetto l’altro figlio si dispera chiedendo: “Non hai tu che questa benedizione padre mio? Benedici anche me, o padre mio” (Genesi 27,38).
Il padre può dire altre parole, ma non può annullare quanto ha augurato precedentemente. Quel dire-bene, pronunciato sul capo chino del figlio imbroglione, permetterà a Giacobbe di affrontare la vita accompagnato da un saldo punto di appoggio. Così non sarà per Esaù, che dovrà affrontare il mondo da solo, senza lo sguardo benevolo della benedizione.
Un’altra vicenda, narrata nel libro dei Numeri (cap. 22), si gioca sullo stesso presupposto: Balak, re di Moab, manda a chiamare il veggente Balaam per maledire il suo nemico storico, Israele. Ma tutte le volte che Balaam prova a maledire Israele, dalla sua bocca escono solo parole di benedizione. Per cui Balaam, suo malgrado, rafforza il suo nemico. Sia la vicenda di Esaù che quella di Balaam sono racconti mitici, con forte tinte ironiche che, tuttavia, preservano la memoria di come nell’Antico Israele la benedizione (e la maledizione!) fosse considerata parola vincolante, solenne, alla stregua di un giuramento.
Salvare dalla banalità e dalla formalità gli auguri che ci scambiamo significa recuperare un po’ di questa solennità biblica che attesta l’impegnatività della parola detta, la responsabilità per quanto si dice. Una responsabilità che fuoriesce dai confini della circostanza in cui rivolgiamo gli auguri, che domanda un’idea di mondo e di felicità insieme alla decisione di giocarci per la realizzazione di quanto auspichiamo. Non è, forse, quello che ci insegna la preghiera di Gesù, che accosta l’invocazione-augurio “venga il tuo Regno” all’operosità di chi lo pronuncia, al “sia fatta la tua volontà”?
Auguri come benedizioni, ovvero parole efficaci, che mettono all’opera chi li esprime, senza desistere prima che si compiano. Auguri così non si limitano ad un sostantivo ed un aggettivo. Trovano senso in un discorso più articolato, in una narrazione che si distende nel tempo. Che sa sostenere le fatiche e le resistenze della storia. Che sa attendere. In fondo, gli auguri natalizi non spengono quell’alfabeto dell’attesa che le chiese provano ad apprendere nel tempo di avvento. L’augurio, parola di benedizione, diventa passione per la gioia dell’altro, affinché le cose belle della vita possano raggiungerlo. È attesa operosa, nella fiducia che “ciò che tarda, avverrà” (Abacuc 2,3).

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