Omar Venturelli

21 giugno 2010 - Tonio Dell'Olio

Omar Venturelli era un padre, un marito e un cittadino consapevole. Nel Cile degli anni 60-70 era impegnato per la giustizia con i più poveri. Per questo, qualche giorno dopo la presa del potere da parte di Pinochet, fu arrestato e torturato. Non è più tornato a casa e, con ogni probabilità, è morto nel corso delle torture crudeli subìte. Figlio di un modenese emigrato in Sudamerica, Omar insegnava filosofia all’Università Cattolica. Nei giorni scorsi si è celebrata a Roma un’altra udienza del processo contro Alfonso Podlech, il procuratore che conduceva gli interrogatori e che ha sulla coscienza decine e decine di morti. La distrazione colpevole dell’informazione italiana non parla di questo caso e non dà speranza a Maria Paz, la figlia di Omar che in questi giorni ha inviato al Papa una lettera per scongiurare la richiesta avanzata dai vescovi cileni di prevedere l’indulto per i detenuti in occasione del bicentenario dell’indipendenza. Luis Sepulveda, parlando dei martiri per la giustizia del Cile dice: “Quelli di cui sentiamo la mancanza non hanno statue nei parchi, ma sono in salvo nella memoria”. Per questo ne scrivo.

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