A proposito di Cossiga...

La lettera è stata inviata al quotidiano l’Arena con richiesta di pubblicazione; richiesta sino alla data odierna non esaudita.
1 settembre 2010 - Sergio Paronetto

Caro direttore,
prendo atto della grande ammirazione del nostro vescovo per Cossiga presentato come modello di politico e di cristiano. Anch’io prego per lui e cerco di capire meglio il senso di atteggiamenti che ho sentito e sento negativi per la vita civile ma l’apologia zentiana stile “santo subito”, pubblicata su «L’Arena» (22 agosto), mi pare del tutto carente del senso del limite. A proposito di Cossiga, non voglio entrare nella micropolitica di un linguaggio aggressivo o nella macropolitica di tante allusioni su misteri e stragi che hanno colpito e avvelenato l’Italia. Mi limito a osservare che il “mai con animosità” è francamente esagerato.
Ricordo gli aspri giudizi contro gli oppositori della guerra del Golfo (1991-1992) tra i quali molti magistrati e giuristi (attivi contro mafie, criminalità e poteri occulti) definiti incoscienti “ragazzini”. Come tanti, ho sofferto con amarezza tale giudizio che è stato poi rovesciato positivamente a proposito della splendida figura di Rosario Livatino, “giudice ragazzino” (la sua foto era tra gli esempi di santità in Arena all’apertura del Convegno ecclesiale dell’ottobre 2006).
È inoltre ardito parlare del suo “culto della coscienza” vista la netta avversione nei confronti degli obiettori di coscienza ritenuti incoscienti e antipatriottici. Nel 1992 sul finire del mandato, Cossiga decise di rinviare alle Camere (subito sciolte) la nuova legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare, frutto di lunghe discussioni e di tormentate esperienze. Monsignor Tonino Bello, allora vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, iscrisse quel gesto, ritenuto antieducativo, nella categoria del “sospetto” e del “dispetto”, esprimendo il suo sconcerto per la mancanza di rispetto verso il tema della “difesa nonviolenta” (“scienza articolata e complessa”) e verso chi si stava battendo perché l’obiezione di coscienza venisse esercitata in un clima di tolleranza e di legalità (“Vegliare nella notte”, ed. San Paolo 1995, pp. 121-125). Anche don Tonino, ovviamente, venne rimbrottato (era abitudine di Cossiga invitare la gerarchia ecclesiastica a colpire persone pericolose come i vescovi Bello, Nogaro o Bettazzi e molti sacerdoti o credenti che si definivano “beati costruttori di pace”).
Concludo la mia opinione con un auspicio.
Vorrei che il mio vescovo esercitasse la sua prosa giornalistica non come opinionista enciclopedico ma come vescovo-apostolo, esploratore della meravigliose bellezze del Vangelo di Cristo.
Un saluto fraterno.
Shalom.

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