Cittadinanze emergenti

I nativi digitali: una razza in via di evoluzione.
Paolo Ferri (Professore Associato Teoria e Tecniche dei Nuovi Media, Facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi Milano Bicocca)

Il diffondersi dei media digitali, e l’affermarsi dei nuovi stili di comunicazione interattiva, sono le due facce del fenomeno più eclatante dell’industria culturale e dell’editoria dell’inizio del millennio. Oggi i computer portatili, gli eBook, e gli Smartphone, così come i Tablet Pc, sempre connessi a internet, stanno assediando la cittadella dell’editoria gutenberghiana. Questo assedio si è fatto più serrato da quando, a partire dal 2007, i nuovi supporti interattivi touch, creati da Apple – gli Ipod, gli Iphone, gli Ipad – permettono di sfogliare semplicemente con un tocco dei polpastrelli le pagine digitali dei libri e dei quotidiani o di navigare sul web in punta di dito, attraverso applicazioni specifiche (Rotta M., Bini M. & Zamperlin P. 2010). 

Gli schermi multi-touch di questi dispositivi estremamente portatili, permettono, infatti, a tutti di abbandonare mouse, tastiera e “chiavette” ADSL, oltre che i pesanti notebook del passato e di utilizzare semplicemente le dita delle mani per navigare sul web (Roncaglia 2010). Allo stesso modo, i nuovi strumenti touch permettono agli utenti di acquistare contenuti culturali on-line con una procedura semplificata: basta registrarsi una sola volta su Apple Store o su Itunes e inserire il numero della carta di credito e la password per acquistare poi dal proprio dispositivo tutti i contenuti che si desiderano. L’usabilità e la portabilità di questi dispositivi è la carta vincente, due e tre colpetti di dito sullo schermo e si è sul sito di una libreria on-line, altri due colpetti, e attraverso la propria carta di credito, si acquistano i contenuti e in meno di un minuto di download, si può leggere ogni campo della narrativa, della saggistica o ascoltare musica. 

La “tecnologia caratterizzante” della diffusione dell’informazione è cambiata e la transizione dalla carta al digitale è quasi ultimata (Bolter Grusin, 1996, Ferri, 2004, Ferri 2009). Questo fenomeno si sta dispiegando con una rapidità impressionante (più di due milioni gli Ipad venduti nei primi tre mesi), e non può essere considerato solo una moda o un evento passeggero. Va detto, inoltre, che non siamo noi, “immigranti digitali”, il principale soggetto attivo di questa trasformazione. Il diffondersi dei media digitali, infatti, e il nuovo stile di comunicazione è stato accompagnato, nel corso del dispiegarsi della rivoluzione digitale durante gli ultimi diciassette anni (fissiamo l’avvio della rivoluzione digitale nell’ideazione da parte di Tim Berners Lee nel 1993 dei protocolli www, http e html, che hanno premesso la comunicazione ipertestuale tra computer remoti nella forma che conosciamo oggi come rete internet), dall’affacciarsi sulla scena di una nuova forma evolutiva dell’homo sapiens: i “nativi digitali” (Prensky, 2001, Prensky, 2006), nati e cresciuti all’ombra degli schermi interattivi dei “nuovi media”. 

Sono loro i soggetti che attueranno pienamente la transizione dalla carta al silicio. Chi sono i nativi digitali? 

I nativi digitali crescono, apprendono e comunicano, all’interno di questo nuovo ecosistema mediale: “vivono” nei media digitali. Non li utilizzano come strumento di produttività e di svago, sono in simbiosi strutturale con essi (Longo, 2004). Vivono, cioè, all’interno del “brave new world” della comunicazione digitale globalizzata. 

I digital native sono nati in un mondo di schermi digitali. Quello che per noi è “nuovo” e “scintillante” rappresenta per loro il modo, il mondo, normale. Come è ovvio che sia, questa fisiologica simbiosi digitale (Logo, 2004) cambia anche il loro approccio di visione e di rappresentazione del mondo. Lo cambia, come a suo tempo la “galassia Gutenberg” fece con noi. Ma come la “galassia internet” trasforma il modo in cui i “nativi” vedono e costruiscono il mondo? 

Le ricerche che il gruppo di lavoro “Bambini e computer” dell’Università Bicocca ha condotto sull’appropriazione degli strumenti digitali dei bambini tra due e sei anni (Mantovani, Ferri, 2006, 2008), oltre a una serie di ricerche internazionali scientificamente attendibili, ci permettono di formulare alcune prime generalizzazioni per provare a rispondere a questa complessa domanda. I nativi digitali stanno sviluppando nuovi metodi di fare esperienza del mondo. Stanno sperimentando schemi altri di interpretazione della realtà e diverse modalità di comunicazione. Un duplice approccio ai saperi dalle formidabili implicazioni per il futuro (cfr. schema pubblicato in questa pagina).

I nativi digitali hanno a disposizione molti codici e strumenti di apprendimento e comunicazione: dai social network (Facebook, Netlog, MSN Messanger) al cellulare, ai siti di condivisione dei contenuti online, una condizione esistenziale che comporta un’altra caratteristica dell’individuo del tempo presente. Inoltre, un comportamento di appropriazione mediale frequente presso i nativi digitali è il multitasking, ovvero una spinta all’azione quasi inesauribile: fanno i compiti, cioè, mentre ascoltano musica, e nello stesso tempo sono in contatto con gli amici attraverso Messanger o i social network, mentre il televisore è acceso con il suo sottofondo di immagini e parole, in una disponibilità che rende attivi. Noi “gutenberghiani” cerchiamo sempre un “manuale”, una traccia alfabetica che ci guidi. I nativi digitali no. Non è detto che questo passaggio dal sapere al fare sia un fattore positivo, ma è un fatto. 

Apprendono per esperienza. Costruiscono il loro pensiero e la stessa esperienza non linearmente ma per successive approssimazioni secondo una logica che è più vicina a quella abduttiva del filosofo statunitense Peirce, che non a quella induttiva di Galileo o deduttiva di Aristotele. Da questo punto di vista i nativi hanno un approccio molto più pragmatico e meno dogmatico del nostro al sapere. Inoltre, la condivisione con i pari, la condivisione e la cooperazione, l’utilizzo di molteplici codici e piani di interpretazione per risolvere un problema li differenziano radicalmente rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Si tratta di un approccio “open source”, aperto agli oggetti culturali che è ben rappresentato dal modo in cui i giovani condividono la musica e le esperienze online attraverso gli strumenti della comunicazione tecnologica (MNS, Wikipedia, Skype, il podcasting, i blog). Non si tratta di un fenomeno marginale dato che sta diventando prevalente. Oltre il 90% dei giovani europei usa internet e gli schermi digitali interattivi. Centinaia di milioni di adolescenti e preadolescenti, almeno nei Paesi industrializzati, video-giocano, hanno un blog, e una loro identità on-line sui social network

I nativi sono simbionti strutturali delle tecnologie e navigano e condividono contenuti e saperi attraverso la rete con i loro pari. Sono diversi, né migliori né peggiori di noi. Nel realismo dell’attimo, la comunicazione digitale presenta senza dubbi problemi e criticità, nel senso che la tecnologia rischia di banalizzare il concetto di sapere come investimento, per trasformarlo in azione atta a soddisfare i bisogni del momento. Un altro aspetto è che la facoltà della memoria usata dall’archeologia umana oggi è stata spostata dentro una macchina sicura. Viceversa, la memoria gutemberghiana, spesso incerta e comunque suscettibile alle emozioni, limitava drasticamente i codici della comunicazione musicale e iconica. 

La rivoluzione è in atto, la viviamo in presa diretta. E per parafrasare Phlip Dick in Ubick, I nativi digitali sono vivi, noi stiamo …invecchiando”.

 

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