Diario da Dakar: i colori del Forum Mondiale Sociale

Alex Zanotelli (direttore responsabile di Mosaico di pace)

5 febbraio 2011

Forum mondiale di Teologia e liberazione
Oggi, sabato 5 febbraio, si è aperto ufficialmente il Forum mondiale di Teologia e liberazione (Fmtl) al Collegio Sacré Coeur a Dakar, la capitale del Senegal. Il Forum, che è promosso dall’associazione dei teologi del Terzo mondo, per la prima volta è incluso nel Forum mondiale sociale. Vuole essere il tentativo di costruire una spiritualità ecumenica per chi opera nei movimenti sociali. È importante che per la seconda volta si sia tenuto in Africa, la cui aria abbiamo respirata a pieni polmoni.
L’evento si è aperto con un rito di accoglienza in stile africano dei delegati. Al rullo dei tamburi, un gruppo di giovani è entrato in sala danzando, mentre una donna portava sulla testa un calabash, contenente la Bibbia e il miglio, che è poi stato distribuito ai danzatori, che a loro volta lo hanno messo sulla mano di ciascuno dei partecipanti, come segno di accoglienza. Hanno eseguito poi una rappresentazione, utilizzando stoffe di vari colori, invitando così tutte le culture e le religioni a vivere la convivialità delle differenze. Abbiamo così goduto dello spirito di accoglienza del popolo senegalese, che ne fa la sua caratteristica peculiare. Lo dimostra anche la capacità di musulmani (94% della popolazione) e cristiani.
Il segretario generale dell’Ftlm, il brasiliano Luis Susin, ha aperto il Forum ponendo tutta una serie di domande ai congressisti sul significato della Teologia di Liberazione nei vari continenti.
Il primo panel, coordinato dal brasiliano Roberto E Zwetsch, ha trattato un tema fondamentale: “I beni comuni nella prospettiva della tradizioni religiose”. Vi hanno partecipato la teologa ghaneana Mercy Amba Odoyoye e lo spagnolo Juan José Tamayo.
“Vi diamo il benvenuto”, ha detto la teologa, “in questo continente da cui tutti voi provenite. Ricordatevi che Dio non è arrivato in Africa con i missionari cristiani né con i commercianti mussulmani. Dio era qua fin dall’inizio e ci ha donato questa bellissima terra, a cui noi apparteniamo”. Odoyoye ha poi spiegato i beni comuni nella tradizione africana, utilizzando miti, tabù, riti e proverbi.
Tamayo ha insistito. Invece, su come legare il contratto sociale al contratto naturale, su come di riprendere l’utopia della commensalità, e per realizzarla ha lanciato un decalogo che può essere riassunto nella Teologia ecologica della liberazione. “Non dobbiamo chiederci dov’è Dio” ha concluso Tamayo, “ ma dov’è l’essere umano, per restituire a quest’ultimo la responsabilità”.
I senegalesi hanno ulteriormente dimostrato la loro capacità di accoglienza offrendoci un pranzo con i loro piatti tipici, che ha aiutato a creare un clima di convivialità e di mutua conoscenza.
Nel pomeriggio, il secondo panel, coordinato dalla teologa kenyana Mary Getui, aveva come tema: “Contestualizzazione delle teologie nei vari continenti”.
I relatori sono stati: il cileno Diego Irarrazaval, la cinese Wai Man Yuen, il tedesco Ulrich Duchrow, l’afroamericano Dwight Hopkins e il neozelandese Sean Clearly. Davvero una serie di relazioni di alto valore teologico e umano.
Irarrazaval ha insistito sull’aspetto dei cambiamenti epocali in atto, che interrogano la teologia e che non le permettono di starsene tranquilla a osservare. Ha sottolineato la dicotomia tra la teologia come cultura e l’impegno sociale.
Il brillante Duchrow ha poi analizzato la situazione europea, dove il denaro, l’economia e la finanza dominano indisturbati e l’unica legge è quella del profitto. Ha attaccato pesantemente la finanza, dicendo che i debiti fatti dalle banche sono stati pagati dai cittadini.
“Abbiamo bisogno di una cultura della vita perché oggi nel vecchio continente esiste solo l’antropologia del mercato. Dobbiamo reagire e scendere in piazza come hanno fatto i tunisini”. Il teologo tedesco ha insistito molto affinché le chiese recuperino una critica profetica della società e affinché si adoperino a creare comunità alternative al sistema.
Hopkins ha elencato una cronologia delle resistenze profetiche nel cuore dell’impero americano. Mentre il neozalendese Clearly ha evidenziato il disastro che questo sistema economico provoca nel continente australiano, accentuando i cambiamenti climatiche che ne deriveranno.
Il biblista camerunese Paulin Pacouta, assente a Dakar, ha inviato un contributo scritto in cui ha analizzato criticamente i 50 anni delle indipendenze africane, insistendo in particolare sul fatto che le chiese e le religioni devono essere meno schizofreniche e più coinvolte nei problemi della società. Il suo interrogativo finale è stato su come possiamo promuovere la vita e come rispondiamo oggi alle sfide che l’Africa ci pone.
Ne è seguito un ampio e articolato dibattito, che ha sottolineato la gravità del momento storico che stiamo vivendo. Ci vuole un bel coraggio a credere che un altro mondo è possibile. C’è proprio bisogno di recuperare l’utopia nelle religioni e nelle teologie. “A che serve l’utopia?”, si sono chiesti vari relatori riprendendo le parole di Galeano. “Serve a continuare a camminare”.

7 febbraio 2011
Un’Africa con tanta voglia di vivere

La prima giornata operativa del Forum ha dovuto faticare per partire. Ci sono stati grossi inghippi con l’Università Cheikh Anta Diop, il luogo di Dakar dove si svolge il Forum sociale mondiale, che hanno portato a dei ritardi sia nel programmare gli incontri, come nei dibattiti.
Solo verso mezzogiorno abbiamo avuto tra le mani il programma ufficiale della giornata, con elencati quasi 250 appuntamenti. Fisicamente impossibile poter partecipare a tutti. Ognuno del gruppo comboniano ha cercato di trovare l’incontro che lo stimolava di più.
E, nonostante che molti eventi programmati non siano stati fatti, quelli ai quali ho partecipato si sono rivelati di una passione straordinaria. Mi ha molto colpito il dibattito delle donne, provenienti da molti paesi africani, sul 50esimo anniversario delle indipendenze africane, lette al femminile. Difficile dire se siano stati più caldi i colori dei loro vestiti o le parole appassionate dei loro interventi.
La stessa passione che ho visto nella tenda strapiena che ha dibattuto il tema: “La rivoluzione tunisina, lezione e prospettive politica in Africa e in Medio Oriente”. Commovente ascoltare il calore con cui i tunisini raccontavano la loro esperienza. E altrettanto sorprendente la risposta degli africani subsahariani agli stimoli ricevuti dall’esperienza ascoltata. Soprattutto su quell’insistere, da parte dei tunisini, che la loro è una rivoluzione contro il neo-colonialismo, con il proposito di radicalizzarla fino a non pagare più il debito con i paesi e con i potentati economico-finanziari occidentali. Molti degli intervenuti si sono chiesti se non è giunta l’ora anche dell’Africa nera di seguire quell’esempio.
Non dimentichiamo che questa giornata del Forum era dedicata proprio all’Africa. Ho potuto notare quanta emozioni suscitasse in un’assemblea la memoria di due mitiche figure della storia recente africana come quella di Thomas Sankara, presidente martire del Burkina Faso e di Patrice Lumumba, presidente martire del Congo. Molto ricordate sono state anche alcune personalità mitiche del Senegal, il presidente Leopold Senghor, Alioune Diop, fondatore della rivista Presence Africaine, e il grande pensatore Cheikh Anta Diop, che ho intervistato personalmente a Dakar nel 1980. “Ricordati padre Alex”, mi disse sulla porta, congedandomi, “che se l’Africa non ricupererà il proprio passato, non potrà mai avere un futuro”. Un monito, questo, così importante per l’Africa che vive questo momento così difficile.
Ed è su questo che è tornata anche l’ex presidente del Brasile Lula, ospitato dal Forum e dal presidente senegalese A. Wade. Lula ha chiesto scusa per il debito storico del suo paese nei confronti dell’Africa nera, debito non ha ancora pagato: la tratta degli schiavi. “Il mondo ha l’obbligo morale” ha continuato l’ex presidente, “di impegnarsi nei confronti di questo continente, affinché possa riscattarsi”.
Interessante anche la panoramica aperta dall’economista egiziano Samir Amin sull’Africa (“Non è povera, è stata impoverita”) nel contesto della globalizzazione. Ho tuttavia trovato il suo racconto ancora molto ideologico e mancante della passione che ho invece riscoperto nella voglia, espressa nei dibattiti, degli africani di costruire un futuro altro per questo continente.
Non sono stati, però, soltanto politici, professori, sociologi e pensatori a caratterizzare l’inizio di questo evento. Ma anche i teologi hanno voluto contribuire al Forum stesso con ben quattro appuntamenti: uno sull’Africa in fermento e su come guarirla; un altro sulle sfide della teologia afro-americana di liberazione; un terzo sui cristiani e musulmani in Africa, in un cammino di dialogo e liberazione; e infine, uno sui migranti.
Nel panel sull’Africa in fermento, ho molto apprezzato le parole della teologa kenyana Mary Getui, che è ritornata con forza sul concetto africano della “Madre terra, che è viva, che piange, che sorride. La Madre terra è la sola casa che abbiamo e lei stessa ha bisogno delle nostre cure e attenzioni”. Ha inoltre insistito sul fatto che la Madre terra “è il più importante bene comune che l’umanità ha”.
Sono stato favorevolmente impressionato dal contributo dei teologici di tutte le confessioni al Forum, ma soprattutto dalla presenza consistente di molti religiosi, padri, suore. Lo stesso cardinale di Dakar, Adrien Sarr, ha voluto celebrare domenica scorsa una messa d’inaugurazione del Forum, ma nel quartiere popolare della capitale, sottolineando il fatto che i cristiani sono convocati a modificare un sistema profondamente ingiusto sia a livello globale che nazionale.

8 febbraio 2011
Il pianeta sacrificato all’Idolo

Anche oggi, al Forum sociale mondiale, c’è stato uno straordinario fiorire di incontri: oltre 200 quelli previsti nel programma ufficiale. Anche noi comboniani abbiamo cercato di partecipare a più dibattiti possibili, soprattutto quelli legati ai cambiamenti climatici, ai quali sono stati dedicate molte sessioni del Forum con dovizie di informazioni.
Si teme per l’Africa un innalzamento della temperatura di 4 centigradi. Il che vorrebbe dire che buona parte del continente potrebbe risultare non abitabile, con la conseguenza, calcola l’Onu, di 250 milioni di rifugiati climatici. Dove andranno?
È chiaro, poi, che questo fenomeno porterà all’incapacità dell’Africa a produrre il proprio fabbisogno alimentare, a cui sono state dedicate diverse sessioni. In questo contesto anche l’acqua diventa un tema centrale del dibattito, e motivo di assoluta riflessione per chi sostiene la sua privatizzazione.
Per affrontare questi problemi, i gruppi presenti al Forum si stanno preparando a fare pressione affinché il ventennale della Conferenza di Rio (1991) serva ai governi del mondo per trovare risposte ai problemi del pianeta terra.
Rio è stato uno spartiacque a livello ecologico, tradito, tuttavia, dalle politiche adottate successivamente dai paesi industrializzati. L’incontro, che si terrà facilmente nel maggio 2012 - e che è chiamato “Rio+20” – costituirà un appuntamento importante per tutta l’umanità e, soprattutto, per chi si sta impegnando maggiormente per salvare il pianeta.
Ma prima di Rio dobbiamo affrontare, preparati, l’incontro di Durban (28 novembre-10 dicembre 2011, in Sudafrica), dove i capi di governo si ritroveranno per rispondere al dramma del surriscaldamento ambientale, dopo i fallimenti delle Conferenze di Copenaghen 2009 e Cancun 2010.
“La strada per Durban e Rio sarà molto dura e accidentata”, ha sottolineato uno degli esperti del dibattito, ascoltato al Forum.
Grandi organizzazioni come Christian Aid, Friends of the earth, Jubilee South, il Consiglio ecumenico delle Chiese (Wcc) si sono messe in rete favorendo incontri quotidiani al Forum sul tema: “E dopo Cancun, cosa facciamo?”.
“L’urgenza della situazione chiama i popoli e le Chiese ad agire immediatamente”, si legge in un volantino diffuso al Forum dal Wcc. “Questa azione per la giustizia climatica dovrebbe essere vista come parte della chiamata alla conversione”.

È stato questo anche il richiamo del Forum Teologia e Liberazione, che per la prima volta è parte integrante del Social forum.
Due i panel teologici che oggi hanno affrontato questa problematica.
Il primo aveva come titolo “Liberazione dal capitalismo come sistema di accumulo” e come tema “Ricchezza, povertà, ecologia”. Molto efficace l’intervento del teologo tedesco U. Duchrow, che ha affermato come le società umane da oltre sei mila anni si siano strutturate in imperi, che hanno sfruttato la terra e oppresso la gente. Ogni impero è costruito su un’economia dove hanno quasi tutto a dispetto di molti morti di fame. Il Dio della Bibbia chiede, invece, al popolo di Israele un’economia di uguaglianza, dove i beni siano il più equamente divisi tra tutti, come espresso nella storia della manna, in Esodo 16.
Mai impero al mondo è stato così potente, così universale e così vittorioso come il nostro Impero del denaro. E come il popolo ebraico è stato convocato a resistere agli imperi di allora (vedi il libro di Daniele), anche oggi dobbiamo organizzarci per resistere al nostro impero.
Alla sera un secondo panel, composto da 4 teologi – l’americano Joerg Rieger, il brasiliano Yung Mo Sung, l’americana Maria Aquino e l’afroamericano Gerald Badoo – sul tema “Critica dello spirito del capitalismo globale”.
I teologi concordavano nel dire: “I vecchi imperi si basavano sulla forza militare. Oggi, invece, l’Impero del denaro si regge sulla seduzione”. E’ questo il vero lavoro della teologia secondo Mo Sung: “La teologia ha il compito di criticare l’idolatria, perché Dio possa manifestarsi in mezzo a noi”.
L’americano Rieger ha sostenuto, a sua volta, che il capitalismo è diventato una religione e per questo deve essere criticato come un idolo. Appare evidente che, per questi teologi, il problema nell’Impero del denaro non è l’ateismo, ma l’idolatria.

9 febbraio 011
La privatizzazione della terra sfida le teologie

Sono continuati oggi al Forum mondiale sociale di Dakar (Senegal) gli incontri sull’acqua, sui migranti, sugli Ape (Accordi di partenariato economico), sui cambiamenti climatici, sulle donne… L’incontro più seguito è stato quello tenuto nel pomeriggio e che ha visto protagonista, tra gli altri, l’autrice di “No Logo”, Naomi Klein. Molti i giovani presenti. L’incontro è stato introdotto dall’economista canadese Pat Mooney, che ha decostruito il mito della Green economy: “La ricerca sulle biotecnologie e sulle nanotecnologie causerà una drammatica riduzione della diversità della vita”, l’accusa più grave sostenuta da Mooney. A suo avviso è in corso una geo-modificazione del pianeta. “E l’industria legata alla green economy modifica l’ecosistema inducendo la gente a non cambiare stile di vita”.
Su questa riflessione si è innestata la lucida e precisa analisi di Naomi Klein, che, partendo dall’evidente privatizzazione del mondo, ha denunciato che “|l’attuale crisi non è solo politica ed economica, ma anche etica. “Credendo che il futuro, con le sue inevitabili conseguenze, non arriverà mai e che ci sarà sempre una via di fuga”, ha spiegato con il suo stile sobrio e semplice la scrittrice, “le tecnologie fanno credere all’uomo di poter controllare tutto. Ma questa è una vana illusione. L’attuale crisi non ci permette di percepire i rischi reali dell’ utilizzo abnorme della tecnica”.
Ma non ci sono, a suo avviso, solo brutte notizie. Infatti a suo modo di vedere “qualcosa dentro di noi si sta muovendo e ribellando. Si tratta della memoria di una relazione più autentica con la natura”. E questo ci chiederà di non essere soggetti passivi o che dicono banalmente “no”. Ma attori che scrivono personalmente la storia e che, allo stesso tempo, sono anche bravi studenti della stessa”.
Nonostante tutti i problemi che ci sono, Naomi Klein ha lasciato in tutti un senso di grande speranza: se ci impegniamo ce la possiamo fare.
La stessa speranza che abbiamo respirato al mattino, durante l’ultimo panel pubblico del Forum mondiale di Teologia e Liberazione, per capire quale ruolo potranno giocare le fedi e le religioni in un momento così critico per l’umanità. Dopo una bellissima preghiera d’ispirazione indù, una formidabile squadra di teologi – l’americana Maria Aquino, l’ivoriano Nathaniel Soede, il panamense José Maria Vigil, l’indiana Kochurani Abraham Karippaparampil, lo spagnolo J. Bottey e infine la canadese Denise Couture – ha affrontato tale tema.
L’intervento che ha maggiormente colpito è stato quello della teologa indiana, che ha parlato delle teologie sovversive dell’Asia (People’s power, nelle Filippine; Minjung nella Corea del sud, Dalit theology dell’India), che sono riuscite a ottenere degli importanti risultati sociali e politici. Ha sottolineato, in particolare, che lei ha sperimentato la presenza di Dio proprio in questi movimenti di liberazione. “La teologia comincia quando sentiamo sofferenza nel cuore per la gente oppressa” ha ricordato la teologa. “Il pathos e la sofferenza sono l’inizio della teologia”. E ha ribadito di aver scoperto un “Dio che sempre sorprende nelle occasioni più insospettate”. E questo spesso anche oltre le religioni, ma tramite l’esempio di figure appassionate per la giustizia, come Ghandi, che diceva: “La mia vita è il mio messaggio”.
Altrettanto importante è stato il richiamo di Soede a considerare seriamente l’antropologia africana e la relazione della religione africana verso la madre terra. Tema ripreso dal teologo spagnolo Bottey che ha affermato come la teologia europea, se vuole rinnovarsi, dovrà recuperare la spiritualità delle religioni primarie. E’ questo il grande dono che i popoli bantu e quelli indigeni potrebbero regalare alla vecchia Europa, perché ritorni a “vivere”.

11 febbraio 2011
Pane e baobab

Ultimo giorno del Forum sociale mondiale di Dakar, con tanti intoppi che hanno reso ancora una volta difficile lo svolgersi dei dibattiti.
I disagi procurati non sono dovuti solo a incapacità organizzativa. Ma, da quanto ci consta, sembra che ci sia stata la volontà politica di mettere i bastoni tra le ruote affinché venisse un po’ sporcata l’immagine del Forum.
Una giornata caratterizzata delle “assemblee convergenti”, molte delle quali non si sono svolte. Una di queste è stata l’assemblee dedicata a Epa/Ape (Accordi di partenariato economico tra Ue e Acp). Eppure questo è un tema centrale per il futuro del continente africano. La sua classe dirigente non comprende la gravità di questi accordi e sta tradendo la sua gente. La Ue, che avrebbe dovuto stringere gli accordi con le sei aree interessate in Africa, Caraibi e Pacifico, sta ora premendo per farli firmare ai singoli stati, spaccando così, maggiormente, i mercati comuni africani. Firmare gli Ape significa affamare di più il continente, perché i contadini africani non possono reggere la competizione con un’agricoltura sussidiata.
È stata rilanciata con forza la campagna contro gli Ape, promossa anche da Africa-Europe-Faith and Justice Network (Aefjn) che raccoglie decine di organizzazioni missionarie per fare lobbyng a Bruxelles. Oggi si è svolto un incontro tra un’ottantina di missionari e missionarie presenti al Forum (tra cui una ventina di comboniani) con i rappresentanti dell’Aefjn. Un’altra assemblea convergente mancata è stata quella sul debito. Eppure di debito si è parlato parecchio in questo Social forum, soprattutto per quello africano che è diventato un peso insopportabile per il continente. La mancata sintesi su questo tema lascia un vuoto inspiegabile.
Dobbiamo invece riconoscere che la voce delle donne, in particolare quelle africane si è fatta molto sentire in questo Forum in tutte le sessioni. È un fatto nuovo, questo, e molto positivo. Ed è stato anche un elemento caratterizzante dell’evento Dakar
Riuscitissima, anche, l’assemblea convergente sul fenomeno del “land grabbing” in Africa (cioè gli acquisti da parte di paesi stranieri - soprattutto arabi - e di multinazionali, di vaste aree agricole in Africa per coltivarle per il proprio fabbisogno alimentare). Con una sala strapiena, è stata lanciata con forza una campagna globale contro questo fenomeno. In India, sempre su questo tema, si sta preparando la marcia dei cento mila. E così pure è stata lanciata, per ottobre 2012, una marcia su Ginevra, sempre per i diritti fondiari. L’assemblea del Forum ha lanciato un altro appello di Dakar, stavolta contro il “land grabbing”, che conclude: “Noi abbiamo il dovere di resistere e di appoggiare le popolazioni che ora lottano per la loro dignità”.
Un tema, invece, che non è stata assolutamente valorizzato è quello della pace. In un momento di così forte militarizzazione è stato incredibile notare l’assenza o quasi dei movimenti pacifisti. Le uniche eccezioni sono state Pax Christi internazionale e il movimento francese per la pace e un piccolo gruppo di Castellamare di Stabia. In un mondo che spende 1.531 miliardi di dollari in armi, con un’industria bellica florida, il vuoto su questo tema è un brutto segnale.
A livello politico, sono stati due gli eventi che hanno toccato il Forum: la rivoluzione tunisina e quella egiziana e lo scontro sull’indipendenza del Sahara Occidentale.
È importante sottolineare l’impatto che hanno avuto i movimenti popolari che hanno rovesciato i regimi autoritari in Tunisia ed Egitto. Quelle due esperienze stanno ad indicare che la gente è stanca, che desidera cambiare e che non vuole più saperne di dittature. C’è un vento nuovo che soffia nel mondo arabo e il Forum l’ha recepito, perché la rivolta è nata dalla società civile e soprattutto dai giovani.
Il Sahara Occidentale ha inviato una ampia delegazione per chiedere che l’ultima colonia dell’Africa ottenga la sua indipendenza. Il governo marocchino, che occupa il Sahara Occidentale, preoccupato per la ribalta internazionale del tema sahrawi, ha inviato a Dakar due aerei colmi di marocchini col compito di destabilizzare il Forum quando affrontava il nodo Sahara Occidentale. Tanto che sono avvenuti già in occasione della marcia inaugurale del 6 febbraio alcuni scontri, che poi si sono ripetuti il 7 febbraio, quando i marocchini hanno occupato la tenda dove doveva tenersi il dibattito sul Sahara Occidentale.
Nonostante tutti i problemi affrontati quotidianamente e le enormi difficoltà insorte, dobbiamo confessare che abbiamo respirato un’aria di speranza e di energia vitale in questa settimana, grazie in particolare al popolo senegalese. Una vera sorpresa. Abbiamo incontrato un popolo sereno, mite, gioioso, molto ospitale. Un paese, il Senegal, dove i cristiani e i musulmani vivono tranquillamente insieme. Chi ha partecipato al Forum si porterà via questo fascinoso ricordo, insieme al profumo del pane che si respira camminando per le strade di Dakar, e negli occhi resterà la vista degli immensi baobab che costellano la savana africana.

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