CONVEGNI

Leggere la crisi finanziaria

Le crisi finanziarie e le spese militari: riflessioni a margine del convegno di Pax Christi di Brescia.
Antonio De Lellis

La stretta relazione esistente tra le ultime grandi crisi economico-finanziarie e le spese militari rappresenta il motivo fondamentale che mi consente di asserire che “nessuna economia di guerra ha portato l’umanità, nel suo complesso e per un periodo duraturo, a fare alcun progresso e solo un’economia di pace è premessa indispensabile per un futuro anche economicamente possibile, duraturo e distribuito”. Distinguo alcuni periodi delimitati da fatti storici di rilievo: dalla grande crisi economica del 1873-1895 al colonialismo e alla 1° guerra mondiale; dalla crisi finanziaria del 1929-1933 alla 2° guerra mondiale; dagli accordi di Bretton Woods (1944) alla guerra del Vietnam con la sospensione della convertibilità del dollaro in oro; dalla grande crisi petrolifera (anni Settanta) all’attacco alle torri gemelle e da queste alla reazione militare mondiale della politica imperialistica di Bush fino alla crisi dei cosiddetti mutui sub-prime (2008). Le prime due guerre mondiali, la guerra del Viet-nam e le guerre imperialiste dei Bush sono causate da crisi economiche finanziarie e preludono sempre a nuove crisi. Le connessioni tra le grandi crisi economiche e l’ultima sono davvero straordinarie: studiarle a fondo, se può essere talvolta ostico, ci permette di avere alcune chiavi di lettura per non più ricadere negli stessi errori.

Dalla grande crisi economica del 1873-1895 al colonialismo e alla 1° guerra mondiale
La grande crisi o depressione economica del 1873-95, causata dal protezionismo, aveva trovato sbocco nel colonialismo, ma questa soluzione portò anche i mercati coloniali al punto di saturazione. Con il crescere delle tensioni economiche, i dazi doganali furono l’arma con cui fu combattuta una guerra commerciale tra nazioni, guerra che da commerciale era divenuta militare negli anni 1914-18 e il cui risultato aveva ridato “ossigeno” all’economia globale per qualche anno in più, fino al 1929 appunto.

Dalla crisi finanziaria del 1929-1933 alla 2° guerra mondiale
Senza la Prima guerra mondiale la crisi del 1929 sarebbe arrivata molto prima. Se qualche anno prima lo scoppio delle ostilità aveva scongiurato l’imminente crisi (che rappresenta un grosso stimolo all’economia per la massiccia mobilitazione di risorse da parte dei governi), nel 1929 le condizioni internazionali non erano tali da scatenare una guerra. Ma una volta iniziata la Grande depressione, la soluzione venne spasmodicamente ricercata, fino a raggiungerla, nella seconda guerra mondiale, che aprì i mercati coloniali a tutte le nazioni in vista della futura e auspicata indipendenza delle colonie. La crisi del 1929 si propagò rapidamente a tutti i Paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all’aiuto economico degli americani dopo la Prima guerra mondiale. Gli Stati divennero imprenditoriali (ricorrendo alla spesa pubblica come elemento strutturale e centrale della dinamica economica nazionale) e previdenziali (con l’attivazione di misure legislative di sicurezza sociale), come avvenne, per esempio negli USA col New Deal (dove si cercò di mettere in pratica politiche keynesiane ovvero non liberiste che promuovevano, in periodi di recessione, l’intervento dello Stato nell’economia) e in Italia con la fondazione dell’IRI (Istituto Ricostruzione Industriale). In Germania, Paese che subì il contraccolpo più violento anche per i debiti della 1° guerra mondiale, la crisi provocò milioni di disoccupati che andarono poi a formare la base di consenso che portò il Partito nazista al potere nel 1933. Nel complesso, nonostante un accenno di ripresa a partire dal 1933, la crisi non fu completamente superata fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Dagli accordi di Bretton Woods (1944) alla guerra del Vietnam
La conferenza di Bretton Woods, dei Paesi alleati, si tenne dal 1º al 22 luglio 1944 per stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali Paesi industrializzati del mondo. Gli accordi di Bretton Woods, in stile liberista (la proposta di Keynes meno liberista e più prudente fu bocciata), furono il primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, pensato per governare i rapporti monetari fra Stati nazionali indipendenti. Il piano istituì sia il FMI (Fondo Monetario Internazionale) che la Banca Internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (detta anche Banca Mondiale). Nel 1947 fu poi firmato il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade – Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio) che si affiancava al FMI e alla Banca Mondiale con il compito di liberalizzare il commercio internazionale. In pratica, il sistema progettato a Bretton Woods (la proposta di Keynes meno liberista fu bocciata) era basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro. Fino all’inizio degli anni Settanta, il sistema fu efficace nel controllare i conflitti economici e nel realizzare gli obiettivi comuni degli Stati, sempre con le stesse immutate condizioni che l’avevano generato. Poi la guerra del Vietnam, che fece aumentare fortemente la spesa pubblica statunitense, mise in crisi il sistema. Di fronte all’emissione di dollari e al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve in oro. Ciò spinse il 15 agosto 1971 il presidente Richard Nixon ad annunciare la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Nel dicembre del 1971 si mise fine agli accordi di Bretton Woods, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi. L’assenza di un sistema monetario è stata in seguito lievemente mitigata prima dall’introduzione nel 1979 del sistema monetario europeo e poi dall’introduzione nel 1999 dell’euro. È da notare che le istituzioni create a Bretton Woods sopravvissero alla caduta del sistema aureo (cambi fissi rispetto al dollaro e questo convertibile in oro – gold exchange standard), pur rivedendo i propri obiettivi. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono ancora oggi in attività, mentre il GATT fu sostituito nel 1995 dal WTO (World Trade Organization – Organizzazione Mondiale del Commercio).
Dalla grande crisi petrolifera alla globalizzazione e precarizzazione dell’economia
Come reagì il mondo? Nel 1975, i Paesi dell’Occidente, per rispondere alla crisi energetica dei Paesi arabi, adottarono la strategia di liberalizzazione dei capitali, beni e servizi (economia di mercato). In questo modo, l’egemonia economica mondiale dell’Occidente avrebbe costretto tutti gli altri a tornare verso politiche funzionali allo sviluppo, ovviamente, occidentale. L’imperialismo che si è affermato con la globalizzazione attuale sulla spinta della liberalizzazione dei mercati mondiali è basato su un patto implicito tra il grande capitale dei Paesi avanzati e il grande capitale dei Paesi emergenti (BRIC = Brasile, Russia, India e Cina). Questi ultimi hanno ottenuto l’apertura dei ricchi mercati dei Paesi avanzati per la penetrazione delle proprie merci. I primi hanno ottenuto accordi che proteggono i diritti di proprietà sull’attività intellettuale. Così i Paesi emergenti hanno potuto sfruttare il vantaggio assoluto che hanno sul costo del lavoro (precarizzazione). Producono beni di consumo di massa con tecnologia importata e li esportano nei Paesi più sviluppati facendo una concorrenza spietata alle loro imprese meno dinamiche di questi ultimi. Il capitale dei Paesi avanzati trae un doppio beneficio dalla globalizzazione: può sfruttare il monopolio sull’attività intellettuale per ridistribuire reddito dal Sud al Nord del mondo (può sfruttare la concorrenza sul mercato del lavoro per ridistribuire reddito dai salari ai profitti attraverso la riduzione dei diritti sindacali e, quindi, dei salari rispetto al costo della vita, creando utili da distribuire e traslando questa ricchezza verso gli azionisti). La liberalizzazione del commercio mondiale contribuisce a mettere in ginocchio i movimenti operai nei Paesi avanzati. Infatti, la concorrenza più spietata la subiscono soprattutto i lavoratori. I prodotti standardizzati importati a basso prezzo spiazzano molte imprese locali che non godono di vantaggi monopolistici, costringendole a ridurre l’attività e a licenziare i lavoratori. La semplice concorrenza commerciale fa, dunque, diminuire la domanda di lavoro nei Paesi avanzati. Inoltre, molte imprese tendono a reagire alla concorrenza delocalizzando gli investimenti verso i Paesi a più basso costo del lavoro. Ciò comporta un rallentamento degli investimenti interni nei Paesi sviluppati. Ne deriva un’ulteriore spinta alla riduzione della domanda di lavoro. Infine, c’è la concorrenza diretta dei lavoratori immigrati, l’emigrazione dai Paesi del Sud è spinta dalla crescita demografica e dai processi di destrutturazione delle culture e delle economie tradizionali attivati dalla penetrazione capitalistica. Così, nei Paesi avanzati si verifica un aumento dell’offerta di lavoro proprio mentre la domanda rallenta. Come conseguenza di tutto ciò le condizioni di lavoro e i salari peggiorano nei Paesi avanzati, e anche i consumi di massa ristagnano. Così, rallentando sia gli investimenti che i consumi, le economie dei Paesi avanzati tenderebbero alla depressione.

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