PROFUGHI

Tra Afghanistan e Pakistan

Riflessioni sulla situazione dei profughi afghani in Grecia. Che futuro per l’Afghanistan?
Alidad Shiri (profugo afghano in Italia)

Alidad Shiri è il ragazzo afghano arrivato da solo in Italia nell’agosto del 2005, dopo un lunghissimo e travagliato percorso, nell’ultimo tratto – da Patrasso a Bressanone – nascosto sotto un un Tir, legato al semiasse. Inserito in una terza classe di scuola media a Merano, ha raccontato la sua storia, con il mio aiuto, mentre mi impegnavo per la sua prima alfabetizzazione: ha imparato così l’italiano raccontando la sua drammatica vicenda, ma senza enfasi, con lucidità di memoria e orientamento. Il libro che ne è derivato, “Via dalla pazza guerra - Un ragazzo in fuga dall’Afghanistan”, ed. Il Margine TN, è uscito poco più di quattro anni fa. Subito molto diffuso, apprezzato e adottato in tante scuole (dalle medie alle superiori, a master universitari), il testo ha avuto la conseguenza di numerosi inviti in tutta Italia, dove Alidad ha potuto offrire la sua testimonianza in variegati contesti e dialogare con giovani di diverse età e ambienti.
Attualmente arrivato all’età di 20 anni, si sta preparando a Bolzano all’esame di maturità e coltiva grandi sogni. Gli sta molto a cuore la situazione del suo Paese, l’Afghanistan, la pace e la sua gente, il dramma dei giovani che continuano a fuggire da realtà impossibili, estese ormai anche al Pakistan, dove è in atto un genocidio, occultato dai media, della minoranza di etnia Hazara cui Alidad appartiene.
La riflessione, che ha scritto in questi giorni, riguarda la tragica situazione di migliaia di giovani e intere famiglie di profughi bloccati in Grecia, ad Atene, in condizioni disumane, senza futuro, un attacco ai più elementari diritti umani che si consuma alle porte della nostra Europa, diventata fortezza chiusa piuttosto che casa aperta come auspicavano i documenti del cammino ecumenico delle Chiese 20 anni fa. Alidad ha avuto il coraggio di tornare, sia pure per solo un paio di giorni, nella “tana del lupo”, toccando ancora con mano una situazione diventata sempre più drammatica rispetto a quella da lui affrontata alcuni anni fa.
La sua riflessione successiva sulla Conferenza di Bonn, che riguarda il futuro dell’Afghanistan, lascia trasparire la passione e l’intelligenza con cui affronta i problemi del suo Paese.
Gina Abbate

Sul futuro dell’Afghanistan
Ritorno dopo sei anni in Grecia, anche se solo per tre giorni. Questa volta, però, il viaggio è molto più veloce e sicuro: non più sotto un camion, ma andata e ritorno da Malpensa. Sceso dall’aereo e uscito dall’aeroporto, riconosco in parte l’ambiente di Atene: prendo la metropolitana per andare alla piazza Syntagma dove si trova il Parlamento greco e, durante il percorso, conosco una famiglia iraniana, marito e moglie con due figli che stanno imprecando in lingua farsi sia contro l’Europa, sia contro il loro Paese. Quando si accorgono da una mia domanda che li avevo capiti, all’inizio si spaventano, ma poi incominciamo una conversazione. Avevano speso più di 40 mila euro per arrivare fino in Grecia, non potevano andare avanti perché la polizia li ha fermati dato che avevano dei passaporti bulgari falsi. I genitori piangono di fronte a me perché rimangono loro solo trecento euro, non sanno più cosa fare, mentre avrebbero voluto arrivare in Germania. L’Atene che adesso ho visto è molto diversa: molti più profughi concentrati lì, perché non è possibile stare a Patrasso e in altri luoghi. Il mio stato d’animo è triste, anche se non ho più la paura di 6 anni fa, di essere trovato senza documenti e l’esigenza di nascondermi o scappare dalla polizia. È un’Atene dove si vede molto chiaramente la crisi economica anche dalla faccia della gente: sono più stanchi, più tristi, più arrabbiati. Andando a fare la spesa, si nota certo che i commessi sono più gentili, non è facile vendere, però i datori di lavoro sono pronti a licenziare, come succedeva in Inghilterra all’inizio dell’epoca industriale, perché per uno mandato via se ne trovano subito dieci altri pronti a occupare quel posto. Andando al parco Eksarkheya, dove manifestano gli indignati, noto di notte la musica molto alta e le fontane trasformate come in stufe, dove bruciano della legna, perché la gente che vi gira intorno, anche danzando, possa scaldarsi. Ma osservo anche striscioni con scritto “indignati” e sotto simboli fascisti… Girando per le strade si incontrano continuamente gruppi di profughi, afghani, iracheni, iraniani, africani, che vagano senza una meta, senza un futuro. Sono concentrati in alcuni luoghi della città, e in particolare in un parco dove mi addentro, accompagnato da un amico che mi ha ospitato. La situazione qui è disperata: vedo famiglie intere con bambini piccoli che non sanno dove andare, cosa fare per proseguire il loro viaggio. I soccorsi in viveri e vestiario, che fino a qualche anno fa le chiese portavano loro settimanalmente, ora sono distribuiti attraverso dei mediatori, che sono gli stessi contrabbandieri che sfruttano queste persone, e sono distribuiti in modo ingiusto. Ora è molto più difficile uscire clandestinamente dalla Grecia per una destinazione europea: i contrabbandieri sono gli unici intermediari, con autisti compiacenti, e bisogna pagare loro cifre come 5000 euro. La situazione è molto più drammatica di quello che ho vissuto io più di sei anni fa. Anche ad Atene c’è un Ufficio del Commissariato Onu per i Rifugiati, ma è solo un ufficio, manca personale che possa avvicinarli concretamente là dove si trovano e mancano competenze adatte. Io, che con lo status di rifugiato politico in Italia, mi sento oramai al sicuro, ho anche l’occasione di dialogare per qualche momento con alcuni poliziotti in modo amichevole: dico loro scherzando che, girando come pattuglia di sei persone in tre moto, spendono troppe forze e soldi in tempo di crisi economica, invece di concentrarsi dove c’è bisogno. Così non hanno bisogno degli aiuti dell’Unione Europea! Loro, prendendo bene la mia battuta, rispondono affermando che la Grecia era culla di civiltà 2000 anni fa, quando in Inghilterra si viveva da pastori.
Questi recenti ricordi mi riempiono la mente in questi giorni in cui si ritorna a parlare a Bonn, Germania, del mio amato e tormentato Pae-se, l’Afghanistan. In questa Conferenza internazionale sul futuro dell’Afghanistan, dal titolo “Dalla transizione alla trasformazione dell’Afghanistan”, si programmerà il suo futuro dopo il 2014, anno del previsto ritiro dei soldati della missione ISAF “NATO, USA”. I cittadini afghani sperano da quest’incontro di ottenere sicurezza, giustizia, libertà, democrazia e crescita economica.
Frances Vndrl, ex rappresentante dell’Unione Europea in Afghanistan, spiega il significato dell’incontro storico di questi giorni con osservazioni a mio parere molto vere.
“Non dobbiamo dimenticare il Pakistan”, ci ricorda: è molto importante che il governo americano e il presidente afghano si tengano in contatto con quello pakistano. Un rappresentante dell’Onu dovrebbe occuparsi di questo collegamento, allargato anche all’India e all’Iran. La ricerca della pace è un nodo complicato che richiede la collaborazione di questi tre grandi Paesi: Iran, India e Pakistan. Vndrl ancora afferma che bisogna capire i timori del Pakistan, che si sente come stretto tra Afghanistan e India. Quindi, per evitare che vengano costituiti altri gruppi armati che sostituiscano i talebani, Europa, USA e governo afgano devono collaborare in modo da far cadere i timori del Pakistan.
All’ulteriore domanda della giornalista su come l’Iran può essere convinto che la presenza occidentale non è una minaccia, l’ex rappresentante dell’UE risponde ricordando il ruolo importante giocato dall’Iran nella prima Conferenza di Bonn, dieci anni fa. Può essere rassicurato che saranno salvaguardati i suoi interessi nazionali. È importante anche oggi il suo contributo, anche se per gli USA non è facile trattare direttamente con Iran. Fino al 2014 rimangono tre anni di duro lavoro, ma Vndrl è ottimista sul possibile raggiungimento degli obiettivi elencati.
Concludo ponendo la domanda: quanto può incidere una Conferenza internazione della durata di poche ore, con la presenza di solo due rappresentanti dell’Afghanistan, senza delegati degli Hazara, degli Uzbeki, delle donne, della società civile e con il boicottaggio del Pakistan?

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