ARMI

Il volo delle lobby militari

Export di armi: raschiando il fondo del barile. Urge riaprire il confronto.
Giorgio Beretta

La crisi rischia di portare a fare affari nei modi più spregiudicati, anche se si tratta di armi. Lo si intuiva già da tempo dalle dichiarazioni dell’AIAD, la potente Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza che incorpora tutte le aziende del settore militare. Dopo aver descritto uno scenario preoccupante a causa degli “effetti dirompenti” della crisi finanziaria mondiale, la Relazione Esercizio dell’AIAD del 2010 evidenziava che “le esportazioni militari rappresentano oggi una componente di primaria rilevanza per la politica estera e industriale nazionale a fronte di una domanda interna inadeguata per il soddisfacimento di carichi produttivi atti a generare un sufficiente ritorno economico e industriale per l’investitore”. Per questo – continuava la Relazione – “le esportazioni (di armamenti) contribuiscono a diminuire i costi per il contribuente nazionale, dal momento che consentono di distribuirli sulle serie produttive per clienti esteri”. In parole semplici: si vendono armi per fare andare avanti le nostre industrie militari, per garantirne la produzione riducendo così i costi di ricerca e sviluppo di nuove e sempre più sofisticate armi.
Il pensiero è sostanzialmente condiviso dal governo Monti. Nel suo recentissimo rapporto sulle esportazioni di materiali militari evidenzia, infatti, che il “comparto industriale per la difesa rappresenta un patrimonio tecnologico, produttivo e occupazionale importante per l’economia del Paese”. “Nel loro insieme – prosegue – le aziende del settore esprimono notevoli capacità di ricerca e innovazione (con importanti ricadute in campo civile – sic!) di duttilità e di adattamento alla competizione internazionale in particolar modo verso mercati tecnologicamente molto evoluti come quelli europeo e nordamericano, riuscendo a collocarsi in alcuni settori in posizione di reale eccellenza” (p. 5).
Leggendo con attenzione il Rapporto si scopre, però, che quei mercati “tecnologicamente molto evoluti” a cui è diretta l’eccellenza italiana sono soprattutto i Paesi del Sud del mondo. Come spiega, infatti, il rapporto, ai “nostri tradizionali partner” della NATO, dell’UE ed europei OSCE “sono state emesse autorizzazioni, corrispondenti al 36% del totale per un valore di 1.100 milioni di euro”. Quel che non dice – ma lo si apprende dalle tabelle – è che i rimanenti 1.950 milioni di euro, pari al 64% di autorizzazioni, sono state rilasciate al “resto del mondo”, in particolare ai Paesi nelle zone di maggior tensione del Nord Africa e del Medio Oriente (735 milioni, pari al 24%) o con ampie sacche di povertà ed emarginazione come i Paesi asiatici (702 milioni, pari al 23%) e dell’Africa (42 milioni). Gli stessi Paesi dell’America centro-meridionale acquistano più del doppio di armamenti italiani rispetto alle democrazie industrializzate del nord America: si tratta di 299 milioni a fronte dei 141 milioni di euro di ordinativi di Stati Uniti e Canada.
Non è un fatto sporadico. È un trend cominciato proprio nel 2008 con l’inizio della crisi finanziaria. A dargli impulso è stato l’ultimo governo Berlusconi: mentre, infatti, nel triennio 2006-8 (cioè in gran parte durante il governo Prodi II) oltre il 62% delle autorizzazioni all’esportazione di materiali militari italiani era stato diretto ai Paesi alleati della Nato e dell’UE, nell’ultimo triennio (cioè durante il governo Berlusconi IV) il rapporto si è invertito e, con il 61% del totale, sono stati i Paesi al di fuori delle alleanze Nato/UE i principali destinatari di armamenti italiani.

A dittatori e regimi
Berlusconi non ha mai nascosto le sue simpatie per dittatori e despoti a cominciare da Gheddafi, Mubarak e Putin ma anche per il bielorusso Lukašenko e il turkmeno Berdymukhammedov: al di là del feeling personale, ciò che soprattutto importava era l’accesso a risorse strategiche come il petrolio e il gas naturale. In cambio, quel che l’Italia sa far meglio: le armi appunto.
Ed è così che, nell’ultimo triennio, a primeggiare nella classifica delle esportazioni militari sono i regimi autoritari del Medio Oriente e del nord Africa con qualche new entry proprio nell’area delle ex repubbliche sovietiche.
Si parte con la maxi commessa del 2009 per oltre un miliardo di euro per i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon (denominati EFA El-Salaam) per la monarchia assoluta dell’Arabia Saudita; si continua con un’altra monarchia assoluta, quella degli Emirati Arabi Uniti, a cui nel 2010 sono state autorizzate esportazioni di sistemi militari per poco meno di mezzo miliardo di euro soprattutto per due pattugliatori stealth classe Diciotto dotati di cannoni e lanciamissili; per concludere con l’Algeria retta col pugno di ferro dal contestato presidente Abdelaziz Bouteflika al quale, proprio nel mezzo delle dimostrazioni, lo scorso anno il governo Berlusconi ha autorizzato l’esportazione di un completo arsenale militare: dai sistemi antisommossa (150 mila cartucce lacrimogene a lunga e corta gittata della Simad), ai 14 elicotteri A139 in versione militare dotati di supporti per mitragliatrici della AgustaWestland fino alla “nave d’assalto anfibio” della Orizzonte Sistemi Navali del valore di oltre 416 milioni di euro.

Armi al Turkmenistan
L’arsenale si fa ancora più imponente nel caso del Turkmenistan. Verso un Paese che definisce se stesso come “democrazia secolare”, ma che il Dipartimento di Stato americano qualifica come uno “stato autoritario” riportando una lunghissima serie di violazioni dei diritti umani, il governo Berlusconi nel 2011 ha autorizzato l’esportazione di ogni sistema d’armamento. Si comincia con cinque elicotteri AW139 “per impiego militare” del valore di 64 milioni di euro, per continuare con due cannoni per complesso navale della Oto Melara per chiudere con 1.680 fucili d’assalto ARX160 con oltre 2 milioni di munizioni relative: 150 lanciagranate GLX160, 120 pistole semiautomatiche PX4 Storm con dispositivi di soppressione del rumore e altri gingilli della Fabbrica d’armi Pietro Beretta per un valore totale di 3,9 milioni. Al regime di Gurbanguly Berdymukhammedov sono già state consegnate armi per oltre 82,7 milioni di euro.
Alla Russia dell’amico Putin, il governo Berlusconi lo scorso anno ha autorizzato un record di esportazioni militari italiane di oltre 99 milioni di euro: non è possibile, però, sapere di quali sistemi si tratti a parte dieci autocarri modello M65E19WM protetti e completi di dotazioni proprie della Iveco per un valore totale di 2,7 milioni di euro.
Alla Bielorussia non sono state autorizzate forniture militari ma – come ha segnalato l’osservatorio OPAL di Brescia – lo scorso anno sono state esportate da qualche azienda bresciana “armi e munizioni” per oltre 1 milione di euro: consegne effettuate tra aprile e giugno, cioè pochi giorni prima che l’Unione Europea decretasse un embargo di armi verso il Paese ex-sovietico a causa delle violazioni dei diritti umani e della repressione messa in atto dal regime del presidente Lukashenko.

Cannoni all’Egitto
I misteri si infittiscono nel caso dell’Egitto: nel pieno delle rivolte che hanno scardinato il rais Mubarak, il Ministero della Difesa, guidato da La Russa, ha rilasciato due “nulla osta” per “prestazioni di servizi” del valore complessivo di 5 milioni di euro. Sempre lo scorso anno è stata autorizzata l’esportazione di 14.730 colpi completi per carri armati del calibro 105/51 TP-T IM 370 prodotti da Simmel Difesa del valore di 9,3 milioni di euro. E poco prima delle sommosse, erano arrivati al Cairo i 2.450 fucili d’assalto automatici Beretta modello SCP70/90 corredati di 5.050 parti di ricambio: che uso ne abbiano fatto le Forze armate egiziane non è dato sapere.
Armi per tutti, dunque, anche per il Gabon (uno Stato a “regime autoritario” da decenni presieduto dalla dinastia Omar e Ali Bongo Ondimba) verso il quale, per la prima volta in vent’anni, sono state rilasciate nel 2011 autorizzazioni per armamenti italiani del valore complessivo di oltre 30 milioni di euro di cui, però, non è possibile sapere, dalla Relazione di 2500 pagine, né la tipologia né il quantitativo: lo si saprà, forse, l’anno prossimo a consegne ormai avvenute.
Scartabellando le numerose tabelle, si apprende, invece, che gli oltre 77,9 milioni di euro di autorizzazioni rilasciate a Panama riguardano soprattutto sei elicotteri AW139 “per impiego militare” con sei anni di addestramento: una commessa – segnala l’allegato del Tesoro – che ha già richiesto una “revisione prezzi” di oltre 15 milioni di euro e che vale un “compenso di intermediazione” di quasi 7,7 milioni di euro che il Tesoro non spiega né da chi sia stato versato nè da chi sia stato riscosso.

Paribas e Deutsche Bank
I gruppi BNP Paribas e Deutsche Bank confermano la loro supremazia nel settore dell’export armiero, Il gruppo francese, sommando anche la controllata BNL, assume, infatti, operazioni per oltre 714 milioni di euro mentre la banca tedesca ne porta a casa per 664 milioni. Seguono altre due banche estere: Barclays Bank (185 milioni) e Credit Agricole (175 milioni) a cui vanno sommate le operazioni della controllata Carispezia (52 milioni) e, più distante, banca Natixis (70 milioni). Si tratta di gruppi bancari che, tranne Credit Agricole, non si sono dotati di direttive riguardo al finanziamento all’industria militare e ai servizi alle esportazioni di armamenti e verso le quali è urgente che le associazioni e i correntisti facciano sentire la propria voce.
Circa le banche italiane che hanno emesso direttive limitative rispetto al settore dell’export di armamenti, va innanzitutto notata in ottemperanza alla propria policy la progressiva uscita di Intesa Sanpaolo (solo una operazione per 4.059 euro); il decremento di UniCredit (178 milioni di euro) e il leggero aumento – pur a fronte di una direttiva fortemente limitativa e abbastanza trasparente – del gruppo UBI Banca (172 milioni di euro).
Preoccupa soprattutto l’incremento di Banca Valsabbina (67 milioni di euro) sia per il suo radicamento territoriale nel distretto armiero bresciano sia, soprattutto, per l’assoluta mancanza di restrizioni rispetto al settore degli armamenti. Tra le banche che offrono servizi alle associazioni, la Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER) ha annunciato le nuove “Linee guida di gruppo sugli armamenti” che dovrebbero essere presto rese pubbliche: lo scorso anno le banche del gruppo hanno però incrementato le proprie operazioni (29 milioni di euro).

Riapriamo il dibattito
La relazione del Presidente del Consiglio continua a non riportare l’elenco di dettaglio delle singole operazioni bancarie e quest’anno è scomparsa anche un’importante tabella che, documentando i valori e le tipologie delle autorizzazioni, offriva informazioni preziose per il controllo delle politiche di esportazione militare.
A livello legislativo c’è da segnalare che il 9 marzo scorso il Consiglio dei Ministri del governo Monti ha approvato lo schema di Decreto Legislativo che intende apportare “modifiche e integrazioni” alla legge 185 che dal 1990 regolamenta l’esportazione di armamenti italiani. Se, grazie soprattutto al puntuale intervento messo in atto da Rete disarmo e Tavola della pace, l’esito del dibattito parlamentare ha ricondotto la delega al Governo al solo recepimento della direttiva europea sui trasferimenti intracomunitari, permangono tuttora aspetti poco chiari e la lobby armiera non demorde nell’intento di riscrivere completamente la legge 185/1990.
La continua erosione della trasparenza e i reiterati attacchi alla legislazione, insieme con il forte impulso alle esportazioni militari anche verso Paesi nei cui confronti si dovrebbe osservare più di qualche cautela, devono portare le diverse componenti della società civile – dalle associazioni pacifiste alle rappresentanze sindacali – a riaprire il dibattito sul controllo del commercio di armi. Si tratta di un impegno a cui va data assoluta priorità se non si vuole che la crisi economica porti ad accettare qualsiasi commessa anche a costo di raschiare il fondo del barile della nostra stessa dignità.

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