14 giugno 1940: ilprimo carico di condannati ad Auschwitz

Quando Mengele ascoltava Schumann
14 giugno 2013 - Francesco Comina

Il primo treno di prigionieri arrivò nel campo il 14 giugno del 1940. L'inferno di Auschwitz apriva il suo cancello a 740 polacchi, prime vittime del terrore nazionalsocialista. Poi ne arrivarono a migliaia (ebrei, zingari, omosessuali, handicappati, bambini) stipati nei vagoni merce. Si arrivò fino a ventimila detenuti nel 1942 ma la media oscillava fra i tredici mila e i quindici mila. Alla fine si contarono oltre un milione di vittime.
Auschwitz spaventa. Auschwitz commuove. L'orrore ha rivelato la parte più brutale dell'animo umano, quella più sconvolgente, per nulla banale. Organizzata, orchestrata, scientificamente manipolata. Il male metafisico ha posto perfino il problema di Dio. Dov'era? Come ha potuto tollerare l'intollerabile? Come ha fatto a chiudere gli occhi davanti allo sterminio degli innocenti? Elie Wiesel ha cercato di rispondere nella maniera più semplice, raccontando l'episodio dei tre uomini appesi alla fune, due adulti e un bambino che si dimenava per non morire. «Dov'è Dio? Dov'è? continuava a ripetere l'uomo dietro di me. E una voce mi saliva dal di dentro: Dov'è Dio? Eccolo lì, appeso a quella fune».
E poi c'era la musica. La follia genocidaria ha pensato anche a quello. Come è possibile mescolare il paté dello sterminio, per dirla con Montale, senza ascoltare le grida dei moribondi? Ci saranno, fra le migliaia di prigionieri, dei musicisti in grado di allietare il lavoro macabro delle esecuzioni di massa?
Berlino in questi giorni ha ricordato il primo trasporto di deportati a Auschwitz attraverso i ricordi dell'orchestra femminile. Esther Bejarano, 89 anni, era la fisarmonicista del campo. È l'unica sopravvissuta di quel gruppo di musicisti che arrivò fino a quaranta elementi. Al Friedensfestival in Alexanderplatz la Bejerano ha raccontato la sua storia cantando le canzoni di pace insieme al figlio in un concerto rap durato oltre due ore. E nella Gedächtniskirche la sua voce ha commosso il pubblico che ha partecipato al concerto delle due orchestre femminili di Auschwitz e di Berlino, unite insieme nel ricordo e nella riproposizione dei pezzi che venivano suonati nel campo. La fisarmonicista di Auschwitz ha raccontato: «Ci costringevano a suonare senza sosta. A volte nella cappella, ma spesso in giro per il campo. I momenti più strazianti li abbiamo vissuti sul binario dei treni destinati alle camere a gas. Suonavamo con le lacrime che scendevano dalle guance. Noi sapevamo la fine che attendeva quei carichi di condannati. Loro no, pensavano fra sé: “Se ci accolgono con questa bella musica, forse non dev'essere poi un posto così terribile”».
Il direttore, Stefan Heucke, ha scelto i brani che l'orchestra femminile – fondata e diretta da Alma Rosé, violinista di origine ebraica nipote di Gustav Mahler morta ad Auschwitz il 4 aprile del 1944 – doveva eseguire su ordine delle SS. E così sappiamo che l'angelo della morte, Josef Mengele amava le note dolci di Schumann e del suo Die Träumerei. Chiedeva di ascoltarla innumerevoli volte, fino all'ossessione. E che ai concerti della domenica, quando l'orchestra veniva fatta girare nelle varie zone del campo, non poteva mancare Johann Strauß con An der schönen blauen Donau. Nella cappella del campo veniva richiesto varie volte il pezzo tratto da Madama Butterfly, Eines Tages sah ich. Ma la musica d'accompagnamento per i condannati alle camere a gas era la Leichte Kavallerie di Franz Suppé.
Nel giorno del ricordo di quel primo transito di deportati ad Auschwitz, la città Berlino ha anche dedicato a quell'evento una scultura nella Wittenbergplatz con una cerimonia a cui hanno preso parte cinque sopravvissuti. Una grande lettera B, come il la lettera del “Block”, il blocco dove venivano rinchiusi i prigionieri ora campeggia in uno degli snodi più battuti della Berlino ovest, a due passi dalla Ku'damm. Una lettera B come richiamo di quella B faticosa ed estenuante che ricorda la scritta del cancello: ArBeit macht frei.
«A distanza di così tanti anni ho ancora paura – ha affermato la Bejarano – si, ho ancora tanta paura. Ho paura che i nazisti ritornino. A volte mi sveglio di soprassalto con questo incubo che non mi abbandona. Per questo faccio ancora la mia battaglia affinché ciò non avvenga. Per questo testimonio la storia dell'orchestra di Auschwitz. Per questo canto le canzoni di pace. Non posso fare altro. Vivere per far trionfare la pace e la riconciliazione. Per paura che tutto possa tornare. Vi chiedo, vi supplico, vi esorto: non dimenticate!».

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