Don Carlo, Urakoze!

29 gennaio 2014 - Renato Sacco

Lo si trova anche in vendita su e-bay, a € 4,90. Il titolo del libro è: Urakoze dawe! Titolo parallelo: Grazie Padre mio. Scritto negli anni Settanta da un missionario in Burundi. L’autore si chiama don Carlo Masseroni.

Si chiamava, perché è morto ieri (28 gennaio).

Aveva compiuto 89 anni il giorno prima, il giorno della memoria.

Sì, anche don Carlo Masseroni, missionario “fidei donum” in Burundi per quasi 50 anni è un uomo, un testimone da ricordare, ma che ci chiede anche di ricordare il suo Burundi, la sua Africa, oggi praticamente dimenticata. Qualche anno fa, girando in vari uffici pubblici per i documenti necessari per andarlo a trovare, un funzionario mi chiede: “Il Burundi? Ma esiste ancora?”.

Scrivere di don Carlo è imbarazzante. Sia perché lui era un bravo scrittore, sia perché le cose da dire sarebbero troppe.

Era “laureato in lettere”, così lo scherzavamo, perché in tutti questi anni non ha mai smesso di scrivere personalmente a tutti, allegando alla sua lettera numerata e stampata con il ciclostile, anche alcune righe scritte a mano, personalizzate. Un vagone di lettere! La n. 299, dell’8 dicembre 2013, scritta ormai dall’Italia, perché rientrato dal Burundi a settembre per motivi di salute iniziava così: Lettera  N. 299 - MIEI CARI AMICI, arriveremo alla 300? Ho i miei forti dubbi. Già questa mi richiede non poca fatica a stenderla, tanto più che scrivo sul computer del nipote... Le idee ci sono in testa, ma non è facile metterle sul computer. La salute perde quota. L’appetito è rimasto in Burundi…”.

La n. 300 è poi arrivata, anche se con l’aiuto del nipote, il 1 gennaio 2014. Ma era l’ultima.

Don Carlo era partito per il Burundi nel 1967.  Per noi ragazzi è sempre stato, con gli altri missionari, uno stimolo all’apertura al mondo. Ad allargare l’orizzonte e il cuore. Le sue lettere ci ricordavano che ci sono persone oltre i nostri campanili. Ci sono folle immense di poveri, di dimenticati. Ci ricordava l’Africa, dava un volto e un nome. I suoi racconti dettagliati di vita quotidiana, ci facevano quasi accarezzare le tante persone sofferenti, i tanti morti negli anni dei massacri, degli “avvenimenti” del Rwanda e Burundi. Don Carlo citava spesso numeri impressionanti (lo scorso  28 agosto scriveva: “Sabato 10 ben 450 neonati vengono battezzati e sabato 24 c’è la Messa di matrimonio per 70 coppie” ) ma soprattutto scriveva i nomi, della mamma giovane morta nella sofferenza ma con grande fede, del ragazzino, dell’anziano, delle condizioni di vita nelle capanne. Del raccolto dei fagioli e del caffè. Della povertà aumentata per la siccità, o di ubriacature con birra di banane di qualche capo famiglia poco propenso al risparmio. Della nuova scuola, scomoda e malvista dai potenti, costruita per dare dignità ai bambini e a un popolo intero! Il potere li voleva ignoranti e succubi. E così i soldati nella notte, con il calcio del fucile, rompevano tutti vetri. Era un segnale chiaro! E il suo parlare con nomi e cognomi lo ha messo in pericolo quando nel 1980 è fuggito, per salvare la pelle, ed è tornato in Italia, a Novara, parroco ad Arola e Cesara. In un anno di tempo ha portato una bella e forte scossa, spazzando via ogni falsa etichetta ecclesiastica, andando all’essenziale nel rapporto con le persone, molto diretto, e nell’uso delle cose, con la sobrietà e la libertà ereditate dalle sue origini povere e contadine. Passato il pericolo è tornato in Burundi nel 1981. Nel luglio 2000, alcuni malviventi entrano in casa, lo legano alla sedia e gli sparano in faccia, per ucciderlo. Viene curato un po’ in Africa, torna in Italia, guarisce e partecipa alla Veglia missionaria. Davanti a un’accoglienza molto calorosa dice “Cosa applaudite? Non è mica merito mio se non sono morto…”. Il primo gennaio 2001 riparte per il ‘suo’ Burundi.

Un grande prete, un grande uomo. Un ‘patriarca’ come lo ha definito don Mario Bandera, direttore del Centro Missionario. Che amava anche scherzare e fare dell’ironia, ad es. sulla lunghezza delle liturgie in lingua kirundi (‘numa ca matai c’al ven noc = andiamo a casa che viene notte) e sulla sua passione per l’Inter. Nel 1995, a Rwarangabo, mi fece vedere accanto alla sua piccola scrivania una po’ di cioccolatini. Diceva “Ne mangio uno ogni volta che l’Inter vince…”. Ridendo, abbiamo capito perché era così magro e con i trigliceridi a posto.

Mi accorgo che ho detto quasi niente di don Carlo. Perché le cose importanti sono altre, e sono tante!

Sono nella sua vita.

Chi l’ha conosciuto non può che farne tesoro, ricordandolo. Chi non lo ha conosciuto sappia che la sua testimonianza ha segnato la vita di tante persone in Italia e in Burundi. Di tanti poveri e piccoli, quelli che di sicuro entrano nel Regno dei Cieli. Ora sono io, siamo noi che ti diciamo: Urakoze! Grazie don Carlo, aiutaci a tenere viva la memoria della tua Africa oggi scomparsa da giornali e Tv. Nei giorni scorsi ti parlavo della Repubblica Centrafricana, del Sud Sudan e di tante guerre dimenticate in Africa. Mi guardavi quasi sconsolato, non avevi più forze, ma quasi mi invitavi con gli occhi a continuare, a non tacere e non dimenticare, a lavorare per un mondo di pace. Quella pace (Amahoro), in Burundi e nel mondo, per cui hai speso la tua vita.

Lo scrivi alla fine della tua lettera n. 299: “Chi vivrà, vedrà. C’è da pregare, perchè vi regni la PACE”.

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