Se Israele cambiasse politica

1 luglio 2014 - Tonio Dell'Olio

Da più di sessanta anni la politica di Israele è sempre la stessa. Di fronte alla violenza e alle provocazioni dei palestinesi ha risposto con la rappresaglia, con la vendetta, con violenze ancora più forti. Il risultato è che in tutti questi anni non sia riuscito a scrollarsi di dosso la violenza e l'inimicizia dei più violenti tra i palestinesi. Al contrario ogni atto di vendetta, ogni violazione di diritti umani, ogni atto di repressione genera nuovo odio e spiana la strada a nuove manifestazioni di violenza. Paradossalmente si potrebbe dire che proprio questa politica costituisca il sostegno più efficace per il terrorismo di ogni tipo in campo avverso. Intendiamoci, non c'è alcuna garanzia di successo certo nell'alternativa alla violenza. Ma di certo c'è che questa finora ha fallito. Ha tragicamente fallito. Perché non provare con gli strumenti della democrazia e del dialogo? Di fronte alla scomparsa e alla morte dei tre ragazzi siamo certi che la vendetta che l'esercito israeliano e i governanti hanno deciso di mettere in atto non ripagherà le loro famiglie e non preserverà da futuri atti di violenza. Esattamente il contrario. Pertanto, non per motivazioni etiche o filosofiche, religiose o ideali ma per semplice calcolo, perché non provare, almeno una volta, a reagire come fanno tutti i paesi democratici che svolgono indagini, aprono processi e assicurano alla giustizia i colpevoli?  

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