Papa Francesco, la carezza e il pugno

28 gennaio 2015 - Sergio Paronetto

A proposito della frase scherzosa pronunciata da papa Francesco in aereo verso le Filippine, riguardante il pugno in difesa della mamma insultata, osservo che alcune reazioni sono state sbrigative, superficiali o in mala fede. Solo chi non segue da vicino il suo magistero e il suo impegno può dire che è stata diseducativa o a favore della violenza.

  1. Il linguaggio. Spesso il linguaggio di Francesco (tanto più in interviste) è diretto, esistenziale, colorito, popolare, quotidiano, imprevedibile, pieno di immagini a volte paradossali o provocatorie: c'è anche il bastone contro i preti pedofili (10.7.2014), il calcio dove non batte il sole ai corrotti, il terrorismo dello scarto, la guerra tra Amato e Paglia per la beatificazione di Romero e la guerra che può scoppiare in Messico non si va a visitare la Madonna (19.1.2015). Tempo fa aveva parlato di terrorismo delle parole che uccidono (7.11.2014) o dei folli mercanti d'armi come “povera gente criminale” (24.5.2014) o della finanza speculativa che uccide (Evangelii gaudium 53). Dure sono state le parole non solo contro i mafiosi (21.6.2014) o i mercanti di persone (1.1.205) ma anche contro gli indifferenti, nuovi Caino o nuovi Erode (7.9.2013, 13.9.2014, Natale 2014). C'è anche l'elenco spietato delle 15 malattie curiali diffuse...L'invito all'unità o alla misericordia di Francesco non è vago o ingenuo, ma assume i conflitti per superarli (EG, 226-230). La tenerezza che propone come “rivoluzione” (EG 88, 288) è “combattiva” (EG 85). Il papa è uomo libero, sincero, verace. In sostanza, si può dire che segua istintivamente lo stile gesuano radicato nella cultura ebraica quotidiana, fatto anche di polemiche e di paradossi: la frusta e i tavoli rovesciati contro i mercanti del tempio, sono venuto a portare il fuoco sulla terra, i violenti avranno il regno, chi non odia suo padre e sua madre non è degno di me, lasciate che i morti seppelliscano i loro morti, se si dà scandalo mettersi una macina attorno al collo e gettarsi in mare, chi di spada ferisce di spada perisce. Anche l'immagine dell'altra guancia rientra nella logica di un perdono costruttivo determinato ad affermare la dignità della persona. Al servo che lo schiaffeggia dice: se ho sbagliato dimostralo ma se ho ragione perchè mi percuoti?. Certamente “gioiosa nella speranza” (3.12.2013), per Francesco la fede cristiana deve trasformare il mondo (EG 183), è “indomita”, scomoda, feconda, inquieta, pronta ad andare controcorrente e a ricevere il martirio (23.6.2013).
  1. Il contesto. Nell'intervista volante e amichevole, Francesco constata il fenomeno della reazione alle offese. Lo fa sorridendo dopo aver parlato del divieto assoluto di uccidere soprattutto in nome della religione, della storia anche negativa delle religioni portatrici di scontri e di morte, della mitezza come sua arma migliore per contrastare la minaccia incombente dei terroristi. Dopo le Filippine, osserva: “In teoria siamo tutti d'accordo nel dire che una reazione violenta davanti a un'offesa, a una provocazione non è una cosa buona, non si deve fare, è sbagliata. Ma siamo umani e c'è la prudenza che è una virtù della convivenza umana. Io non posso insultare, provocare continuamente una persona, perché rischio di farla arrabbiare e di ricevere una reazione non giusta - lo sottolineo - non giusta. Per questo dico che la libertà di espressione deve tener conto della realtà umana e dunque deve essere prudente. Educata". 
  1. La democrazia. Il rispetto delle idee, delle fedi e delle persone è sostanza della democrazia. Non si può esercitare il pluralismo offendendo o insultando culture, religioni e sensibilità diffuse. La convivenza non è facile, va costruita, cercata e amata. Il dialogo può avvenire nel rispetto delle identità dialoganti. La laicità è azione di convergenza che parte dal rispetto della persona umana e del bene comune (Dichiarazione universale dei diritti umani), dalla ricomposizione dei rapporti umani nella verità, nella libertà, nella giustizia e nell'amore (Pacem in terris) . In tale ambito, diritti e doveri sono sempre interconnessi, sostanza della democrazia. Ogni diritto per me è dovere per l'altro, ogni diritto dell'altro è dovere per me. “Il Gange dei diritti discende dall'Himalaia dei doveri” (Gandhi).
  1. La libertà umana non è mai “assoluta”, non può essere l'autocelebrazione dell'individuo onnipotente, ognuno è relativo e relazionale. Ci sono vincoli di convivenza. La libertà va educata, ci sono dei limiti (a partire dal non uccidere e dal non lasciar uccidere) che garantiscono il suo esercizio costruttivo. La libertà non ha valore senza l'uguaglianza (che implica il riconoscimento del valore dell'altro) e la fraternità (che vuole la condivisione, l'azione comune). Non c'è libertà senza la pratica della liberazione, senza la lotta a ogni forma di schiavitù (lo sono anche ideologie, pregiudizi, dottrine e moralismi). E alla tratta delle persone (messaggio del 1.1.2015 “Non più schiavi ma fratelli”). La libertà piena è giusta, fraterna, responsabile.
  1. La pace. Nel suo magistero Francesco separa l'idea della pace o del dialogo dall'esortazione generica, moralistica, dolciastra o sentimentale (Assisi 4.10.2013), spesso apprezzata perché comoda, scontata, ininfluente (ne godono i fautori delle guerre e delle armi o dell'economia che uccide). Lo indignano la ferocia contro i deboli, il relativismo dell'indifferenza, l'incapacità di piangere e di commuoversi, lo stare fermi e chiusi per paura di sbagliare. Come se l'alternativa davanti ai mali fosse o l'inerzia o la guerra, o la passività o la violenza. La pace evangelica testimoniata da Francesco è corposa incarnazione, scelta esigente, drammatica e gioiosa a un tempo, inquieta, incarnata nei conflitti (che assume, attraversa, gestisce e vuole superare). Vuol essere politica-economia-cultura-pedagogia-etica-teologia-cittadinanza attiva....E' compassione, arte della riconciliazione, dinamismo generatore di novità.

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