Tempo di primavera?

Riprendiamo un articolo pubblicato il 20 aprile 2015 sul Quotidiano di Puglia, in occasione del 22° anniversario del dies natalis di don Tonino Bello e nel "venerdì santo" della migrazione senza approdo.
21 aprile 2015 - don Salvatore Leopizzi (consigliere nazionale Pax Christi Italia)

“Vedrete come, fra poco, la fioritura della primavera spirituale inonderà il mondo perché andiamo verso momenti splendidi della storia. Non andiamo verso la catastrofe. Ricordatevelo”.

Così dicevi, caro don Tonino, nei giorni in cui il drago maligno del tumore consumava il tuo corpo e il mondo intorno a te era in fiamme (genocidio in Bosnia, conflitti in Medioriente, esodo di migranti, trafficanti di morte senza scrupoli …). E subito aggiungevi, quasi a giustificarti: “Queste non sono allucinazioni di uno che delira per la febbre”. Osavi dunque presagire la nascita imminente di un mondo nuovo e il dischiudersi di gemme gravide di speranza.

Sono passate già ventidue primavere da quel pomeriggio del 20 aprile il cui tramonto divenne più luminoso del mattino e noi oggi sentiamo sempre più forte il bisogno non solo di risentire nostalgicamente la tua voce profetica, ma di credere che davvero  le tue non erano allucinazioni di un uomo febbricitante. Aiutaci allora a capire come quelle parole siano schegge luminose di una verità che, nonostante tutto, germoglia tra la gente, e siano piste sicure di una fede che può nutrire ancora i sogni diurni dei costruttori di pace.

Hai annunciato straripamenti di grazia e di misericordia per i piccoli e gli ultimi, per gli umiliati e gli offesi. Hai interpretato i segni dei tempi e chiamato per nome gli eventi per scuotere la coscienza civile e quella ecclesiale richiamando ciascuno alle proprie responsabilità. Hai compiuto scelte coraggiose e chiesto cambiamenti audaci per umanizzare il mondo e poter risalire dal baratro della catastrofe planetaria. Hai immesso nelle vene della storia la linfa vitale di una solidarietà senza limiti che sgretola la tirannia del denaro,  denuncia la cultura dello scarto e l’idolatria del profitto.

Il tuo è il vocabolario di una terra altra, quella che ti piaceva chiamare eutopia, terra buona e bella, terra di pace. Pace, dicevi, che è sì made in cielo ma che va costruita con la nonviolenza  attiva, la difesa popolare nonviolenta, i corpi civili di pace, la smilitarizzazione della politica e dei territori, il disarmo delle menti e dei popoli, l’obiezione di coscienza alla produzione, al commercio e all’uso delle armi.  

Avvertiamo però inquietanti, come spina nel fianco, gli interrogativi che ponevi per scuoterci dal comodo qualunquismo e dalla complice distrazione: “Chi sta dietro le quinte dell’informazione? Chi è che disegna le ingegnerie dei grandi atti del terrorismo? In quale misterioso quartier generale si operano le scelte strategiche di un’alleanza militare?”  E poi ancora le tante domande sempre attuali che ci spalancano l’abisso o ci schiudono il mistero: “Dove vanno le lacrime delle madri? Qual è l’ultimo approdo dei naufraghi? Verso quali estuari sfocia il fiume degli oppressi? Quali traguardi taglierà la carrozzella del’handicappato? C’è qualcuno che scrive sul palmo della sua mano il nome dei poveri che non viene scritto su alcuna lastra di pietra? Che c’è oltre le fosse comuni degli Armeni? Che cos’è la felicità? Di quali comunioni più grandi sono frammento le tenerezze degli amanti? Perché la solitudine è amara? A quali lampeggiamenti allude il sorriso di un bambino? Perché Daniela sta morendo a vent’anni? Che fanno in cielo le stelle?”… Oggi continueresti certamente, come sentinella della notte, a lanciare il tuo appello contro gli orrori dell’Isis, i massacri dei cristiani, le stragi di innocenti nel mar Mediterraneo, il dominio incontrastato dei signori della guerra, le criminali devastazioni dell’ambiente e delle terre dei fuochi. Verseresti lacrime amare e sconsolate davanti ai tuoi amati ulivi salentini aggrediti dal misterioso cancro della xylella fastidiosa.

Mai però rassegato, cercavi le risposte in ginocchio, nelle veglie silenziose della notte e in piedi nelle corse trafelate  del giorno; tu pastore con l’odore del gregge, sempre pronto a curare le pecore ferite o a raccogliere quelle sperdute ai bordi delle strade e nelle più remote periferie  esistenziali. Al porto di Bari tra migliaia di albanesi sbarcati dalla Vlora e ammassati come bestie. Aprendo casa e cuore agli sfrattati e ai senza fissa dimora, ai terzomondiali e agli avanzi di galera. Tra i piccoli e gli ultimi delle tue chiese e nella comunità per i tossicodipendenti che facesti sorgere a Ruvo. In mezzo al diluvio di granate nella città martoriata di Sarajevo. Nelle villas miserias dell’Argentina dove una donna molto povera ti disse che il Vangelo è unico consuelo por nuestra pobreza. In Etiopia, dove ho avuto la gioia di accompagnarti, tra i bambini del Sidamo che, seppur scalzi, denutriti e malati, indicavi come i prediletti “figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, eredi del Regno”, capaci di regalarti un impagabile sorriso. In definitiva, sulle strade polverose dei drop out hai sempre ritrovato il tuo Gesù, alfa e omega della storia, ragione prima e ultima della tue indistruttibili passioni.

Grazie, don Tonino, perché ci hai mostrato una Chiesa in uscita che porta a tutti il Vangelo facendosi evangelizzare dai poveri. Una Chiesa che diventa povera essa stessa e riesce a raggiungere i confini più remoti della miseria e della solitudine, a raccogliere le pietre di scarto  trasformandole in pietre preziose per la costruzione di una nuova umanità. Una Chiesa del grembiule che lava i piedi degli schiavi e li riabilita a percorrere i sentieri inediti della piena liberazione. Una Chiesa spina conficcata nel fianco di chi è assuefatto alla prepotenza dei più forti e rassegnato ai reticolati diffusi  della corruzione. Una Chiesa ala di riserva e riserva di speranza  per quanti cadendo hanno perduto la loro ala e sono persuasi di non poter volare mai più. Una Chiesa che finalmente proprio in questi nostri giorni con la guida di Francesco, papa venuto dalla fine del mondo, ha scelto di tornare ad essere ospedale da campo, tenda dell’amicizia, dispensatrice di misericordia e fermento di universale fraternità. Una Chiesa, come tu avevi fermamente auspicato, “che non si lasci lusingare dai potenti dicendo mezze frasi soltanto, che mandi all’aria tutte le regole della diplomazia quando c’è da condannare l’ingiustizia, la violenza, le manipolazioni dell’uomo, la guerra, la produzione e il commercio delle armi, la violazione dei diritti umani, lo sterminio per fame di popoli interi”.    

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