Le vene ancora aperte

30 aprile 2015 - Tonio Dell'Olio

Quelle vene aperte dell'America Latina che sono diventate il simbolo dell'analisi di Eduardo Galeano sul continente, non si sono mai rimarginate. Purtroppo, grondano ancora sangue e miseria. Si chiamano miniere. E sono il simbolo più evidente dell'impoverimento cui sono condannati gli abitanti del Centro e Sudamerica. Sono anche il segno di potere di una colonizzazione che non è  affatto finita con la conquista dell'indipendenza da parte dei diversi Paesi. Imprese transnazionali che, d'accordo con governi più o meno compiacenti, continuano a fare scempio delle terre, dell'acqua e dell'aria e, quindi, di ogni essere vivente. Anche nella Bolivia di Evo Morales, quella che per la prima volta ha eletto la Madre Terra (Pachamama) a soggetto di diritto, la mafia capitalista e il capitalismo mafioso, continuano a seminare distruzione, sofferenza e morte, guardandosi bene dal condividere gli utili. Ieri, accompagnati dalle donne indigene raccolte nell'associazione de Las Hermanas, abbiamo visitato comunità e terre contaminate dalle miniere di zinco, argento e piombo. Paesaggi lunari che fino a ieri erano pascoli e terre ospitali e fertili. Queste donne eroiche denunciano da anni questa violenza senza essere ascoltate, ma non si fermano né si tacciono. Con la loro lotta continuano a "generare" speranza, perché quelle vene della terra siano fonte di vita e non di morte.

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