Khaled Fouad Allam

11 giugno 2015 - Tonio Dell'Olio

Ci sentivamo al telefono per capire il Califfato, commentare fatti solo apparentemente lontani e tragicamente vicini. Abbiamo vissuto insieme tavole rotonde, appelli e riflessioni. Meno di un mese fa c’eravamo sentiti per concordare un suo intervento nel Corso di studi cristiani della Cittadella di Assisi il prossimo agosto sul tema dell’immagine di Dio. Avevamo concordato il titolo: “Appropriazioni indebite, la violenta deriva fondamentalista”. Perché Khaled Fouad Allam era un irriducibile del dialogo e della riflessione. Bandiva la superficialità e la banalità dei luoghi comuni e del pregiudizio. Con l’occhio disincantato dello studioso cercava di dare sempre un nome alla violenza e ai conflitti. Ci mancherà la voce di chi più di altri aveva intuito che il vero confronto per superare la violenza avviene tra due sacralità esigenti: quella religiosa e quella laica. Apparentemente ciascuna delle due nemmeno prende in considerazione di rinunciare a parte del proprio credo in Dio e nelle leggi da lui dettate, ma nemmeno al dogma assoluto della libertà. Con Khaled Fouad Allam perdiamo sicuramente un collegamento importante tra questi due mondi ma non smarriamo certo la sua passione per l’apertura al dialogo. Peraltro in arabo Khaled significa eterno. Ed eterna chiediamo che sia la sete di conoscere sempre meglio i mondi dell’altro, la grammatica della sua fede e della sua vita.

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