CHIESA

Caro don Silvano...

Il cardinale Piovanelli e la luce che la sua opera pastorale e il suo pensiero emanava. Ricordo di un grande uomo della Chiesa.
Andrea Bigalli

Sovente le ragioni delle gratitudini personali si intrecciano con quelle collettive. Non riguarda soltanto i personaggi di rilevo, le donne e gli uomini che hanno svolto incarichi pubblici o hanno meriti artistici o civili. In quel tempo del tutto particolare delegato alla riconoscenza che è la commemorazione (non a caso nell’etimo un atto di memoria comune) emergono gli elementi nella vita di ognuno per un grazie da chi è stato più vicino, ma anche nel tener conto di quanto tutti, se vogliono, possono fare e possono aver fatto per le proprie comunità. Quella per il cardinal Silvano Piovanelli è una gratitudine del tutto personale, che diventa quella non solo di una diocesi (quella di Firenze di cui è stato vescovo dal 1983 al 2001) ma della Chiesa e di tutti coloro che ne hanno apprezzato intelligenza, tenerezza pastorale, senso di giustizia e di pace, pur incontrandolo magari nel loro ritenersi lontani. 

Ascolto e accoglienza

Silvano vescovo mi ha accolto tra coloro che richiedevano di diventare presbitero e mi ha ordinato tale: soprattutto mi ha permesso di continuare ad esserlo in un clima ecclesiale sufficientemente aperto ed evoluto da consentire spazio al grande sogno del Regno dei Cieli. E a chi desiderava poter continuare a sognarlo nella Chiesa cattolica, così sovente pronta a sedarlo in pessime prassi e contraddizioni di dolorosa inaccettabilità. In una stagione ecclesiale in cui i vescovi nominati raramente venivano dalla pratica pastorale di chi è stato parroco, per venir scelti piuttosto dalle carriere curiali, Piovanelli aveva alle spalle un lungo tempo vissuto in parrocchia. Viceparroco in un paese vicino a quello in cui aveva esercitato il ministero per molti anni, Castelfiorentino, posso testimoniare di tanti che raccontavano della sua capacità di accoglienza, magari nelle cosiddette condizioni di vita “irregolari”, o nei suoi transiti in ambienti da molti ritenuti inadeguati come le Case del Popolo o gli ambiti politici in cui amministrava il PCI. Diventato vescovo di Firenze, fece della diocesi un riferimento per coloro che, guardati con sospetto o rifiutati altrove per supposte eresie progressiste, potevano essere ascoltati ed esprimersi. Impossibile dimenticare la decisione di celebrare il funerale di Ernesto Balducci contro la volontà del capitolo dei canonici del Duomo; il colloquio amichevole intrattenuto con David Maria Turoldo a cui ho assistito in un incontro pubblico; o i contatti finalmente aperti con la Comunità di base dell’Isolotto, che culminarono in un incontro pubblico in cui si fece giustizia di un ostracismo di decenni. 

In linea con il Concilio

La vita diocesana si nutriva di scelte radicate nel Concilio, come la Catechesi biblica nei gruppi domestici, un certo stile di lavoro degli uffici di curia. Un uomo che comunicava un senso di serenità, di fede risolta e mai ostentata, un uomo di grande sobrietà, poco a suo agio negli ambiti del potere, capace di porre segni rari, se non unici in quei tempi, come l’istituzione del fondo di sostegno agli obiettori di coscienza professionale alla produzione di armi, per cui donò l’anello cardinalizio ricevuto in dono dal Vaticano al Concistoro. Una limpidezza di vita e di carattere che ne facevano persona amabile, capace di trasmettere un’idea di Cristianesimo positiva, mai sopita e remissiva, ma attiva nella lettura del mondo e nella speranza del suo cambiamento. Corsivista per un periodo presso Il Corriere della Sera, pubblicò una sua riflessione in prima pagina sui cristiani e i rapporti con il G8 e il Social Forum dal titolo “Diremo no, come Gandhi”. Un titolo che dice molto di un vescovo che è stato, in taluni ambienti, stimato come limitato teologicamente e culturalmente (e avversato politicamente); a grave torto. Si leggano i suoi intensi testamenti spirituali, a riguardo. Nello scorrere quanto scritto su di lui su molte testate, ci siamo resi conto, una volta di più, quale stagione di storia e Chiesa abbia abitato con dignità quest’uomo, consentendo a molti di noi di farlo con lui: una stagione che adesso ci appare un po’ più luminosa di quella che adesso ci vede proseguire, apparentemente senza di lui, ma accompagnati dal suo spirito. Che fu grande grazie a quanto riportava sul suo stemma cardinalizio: “In verbo tuo”. La Parola lo ha visto servo suo e del suo popolo, per questo libero e felice.

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