Un uomo di Dio

Il 29 aprile, è morto mons. Diego Bona, che è stato presidente di Pax Christi Italia dal 1994 al 2002. Lo ricordiamo con tanto affetto.
4 maggio 2017 - Tonio Dell'Olio
Fonte: Articolo pubblicato nella rubrica Ultima tessera del numero di maggio 2017


I disegni di Dio il più delle volte sono incomprensibili alla ragione umana. Si fa fatica a scorgerne i segni nelle trame quotidiane della vita e soprattutto in quelle che gli uomini cercano di definire.

Avvenne così anche quando nel 1994 a don Tonino Bello, che era scomparso l’anno precedente, alla presidenza di Pax Christi Italia successe mons. Bona, per tutti “don Diego”. Abituati ormai allo stile e al ritmo travolgente e trascinante di don Tonino che aveva appreso l’arte della nonviolenza e la esercitava tra denuncia e annuncio in maniera originale e creativa con parole e segni imprevedibili, quell’altro vescovo dimesso e dinoccolato, sempre bonario e sorridente, attento più alla relazione interpersonale che alla parola altisonante ed eclatante, ci appariva come un’antitesi incomprensibile.

Con don Tonino avevamo sperimentato la parresìa profetica, ma ora il disegno di Dio ci stava sussurrando con un uomo che efficacemente era sempre pronto a scaldare i muscoli degli operatori di pace, a risvegliare il potenziale di una spiritualità della pace destinato a dare forza alle fragilità di una proposta troppo spesso inascoltata, a spendersi senza sosta per cercare di persuadere anche i suoi confratelli vescovi che la Chiesa o è per la pace o non è!

Insomma, solo un po’ di tempo dopo avremmo compreso (ma non sempre abbastanza) che quell’uomo-vescovo, quel vescovo fatto popolo, quell’uomo che amava più stare dietro le quinte che calpestare il proscenio da protagonista, era il segno di Dio inviato a farci metabolizzare la profezia che don Tonino aveva riversato copiosamente nel seno del vasto popolo per la pace.

Il grande merito di don Diego è stato quello di adoperarsi affinché il Vangelo della pace divenisse patrimonio comune, perché entrasse nella pastorale ordinaria, nella prassi feriale di una Chiesa e di una società in cui pareva che la parola nonviolenza fosse un optional relegato alla sensibilità di una minoranza, ovvero la proposta, pur legittimata dal Vangelo di Cristo, restava irrimediabilmente sconfitta dal realismo politico della storia e dalla dottrina della legittima difesa e della guerra giusta.

Per indole e per scelta, don Diego Bona si era assunto il compito di essere il filo invisibile che tiene insieme il mosaico di esperienze, proposte e riflessioni. Una grande anima, filigrana, non visibile ma presente, dell’azione.

Ci rimane impresso vividamente il suo incanto quasi fanciullesco di fronte alle testimonianze, soprattutto quelle che provenivano dal Sud del mondo, veri e propri laboratori di nonviolenza attiva e creativa. Ed era interminabile il lungo elenco di domande che poneva incalzato dalla sete di conoscenza e dalla possibilità di fare gemmare altre esperienze simili. Così come le visite rischiose in Bosnia, in Kossovo, in Palestina, in El Salvador… per incontrare esperienze di Chiesa e di società che vivevano il crogiuolo della persecuzione, della violenza, dell’incomprensione. Ha sempre avuto, don Diego, letture più profonde e più lungimiranti di noi e poi le faceva riemergere in una conferenza, in un’omelia, nella pastorale diocesana e, soprattutto, nell’incontro faccia a faccia con i mille volti che incontrava, nonché nella sua preghiera quotidiana. Perché don Diego era quel che comunemente si definisce “un uomo di Dio”, ma nel senso in cui si deve intenderlo: un uomo su cui Dio – il Dio della pace – poteva contare.  Mons. Diego Bona

 

Camminare insieme sulle vie della pace

Il saluto che don Diego Bona ha indirizzato al Consiglio nazionale di Pax Christi quando ha lasciato la presidenza.

 

Per prima cosa sento il dovere di ringraziare il Signore per avermi dato l’occasione di incontrare Pax Christi. Ci sono arrivato per caso, ma ho potuto conoscere un po’ di più il valore della pace che è il cuore dell’Evangelo. Ho potuto persone appassionate, maestri come don Tonino Bello e compagni di viaggio come voi cui voglio esprimere sincera gratitudine per la vostra presenza e la vostra disponibilità e testimonianza. Insieme devo riconoscere la mia povertà e il mio peccato (Sant’Agostino parla di “confessio laudis et confessio peccati”) per non aver sufficientemente approfondito lo spessore della pace in tutte le sue implicazioni, per l’impegno sempre mancante nei confronti di quello che sono tenuto a fare, o il non facile discernimento tra la franchezza e la saggezza (non dico prudenza che è termine riduttivo). Vorrei ricordare a me e a voi quanto il Papa esorta nella Novo Millennio Ineunte: “Ripartire da Cristo, tenendo gli occhi fissi su di Lui, rimanere contemplatori nel Volto”. Perché “Cristo è la nostra Pace”, come dice l’Apostolo e da lui dobbiamo imparare ad attingerla. La collocazione della cappella al piano interrato della “Casa per la Pace” di Pax Christi a Firenze richiama il fondamento su cui occorre costruire.

Non dobbiamo dimenticare che Pax Christi è nato come movimento di riconciliazione e questo spirito deve accompagnare pensieri, parole e azioni, attenti a evitare contrasti e divisioni, pur nella franchezza della verità e nel coraggio delle convinzioni. Ricordate sempre che per essere operatori di pace occorre avere pace nel cuore, con se stessi e con tutti, e naturalmente con il Signore.

Pax Christi è un movimento ecclesiale, il che è diverso da ecclesiastico (come un organismo diretto della Chiesa) perché nasce dalla base ma vive nella Chiesa. A questa Chiesa dobbiamo voler bene perché è Madre e Maestra (l’enciclica del Beato Giovanni XXIII che va di pari passo con la “Pacem in Terris”) evitando la tentazione di criticismo (che è ben diverso dalla critica costruttiva) dettato da una certa forma di riserva, sospetto e animosità. In verità, quasi mai l’ho vista affiorare in questo Consiglio, ma credo che sia importante tenerlo presente.

Quello che vedo importante è essere sempre attenti alle situazioni che si presentano (quante e quanto diverse ho visto presentarsi in otto anni di mio servizio!) leggendole alla luce della Parola, il “ramo di mandorlo” che è il Vangelo, per essere quella voce e quella testimonianza che siamo chiamati a essere, innanzitutto all’interno delle comunità cristiane dove il tema della pace è ancora e sempre minoritario, e poi nell’orizzonte più vasto dell’opinione pubblica per far conoscere quanto la Chiesa dice della pace e di tutto quanto essa contiene.

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