MOSUL, nostra città

6 luglio 2017 - d. Renato Sacco e d. Fabio Corazzina

Mosul è l’antica Ninive. La città percorsa dal profeta Giona “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.

Mosul è una città che abbiamo nel cuore.

Non riusciamo a pensare al dolore, alla tragedia che hanno vissuto gli abitanti di quella città durante la dittatura di Saddam e la seguente “liberazione” o esportazione della democrazia, poi sotto la folle oppressione dell’Isis e ora mentre è in corso una nuova guerra per liberare la città. Cosa sta succedendo a tutte quelle persone, al di là delle notizie abbastanza trionfalistiche tipiche dei bollettini di guerra?

Mosul è una città abitata da 1.500.000 persone.

Ci siamo stati tante volte. Prima, durante e dopo la guerra di liberazione dalla dittatura. Siamo stati accolti in molte case, abbiamo condiviso la mensa e la Messa, nella parrocchia del Perpetuo Soccorso, con il parroco Louis Sako, ora Patriarca Caldeo a Baghdad. Abbiamo incontrato lì a Mosul, in mezzo alla sua gente, il vescovo Faraj Rahho, poi rapito e ucciso il 13 marzo 2008. Ci siamo stati anche nel giugno 2003, quando Bush aveva detto che ormai la guerra era finita. Ci siamo ritornati nel novembre dello stesso anno per l’ordinazione episcopale dell’amico Louis Sako. Erano i giorni della strage di Nassiriya. Dopo quegli anni Mosul, come tutto l’Iraq non interessò molto all’Occidente, se non per i propri interessi economici e militari.

Mosul è una città distrutta.

Fino all’agosto 2014, l’Iraq è uscito dall’attenzione dei media internazionali. I riflettori, anche della politica e dell’opinione pubblica, erano puntati da altre parti. Eppure la realtà era tutt’altro che tranquilla, per niente in pace. Nei primi mesi del 2014 in Iraq venivano uccise circa 1.000 persone al mese. Poi è arrivato l’Isis! Agli inizi del mese di giugno 2014 la grande città di Mosul viene occupata, e ai primi di agosto 2014, la grande fuga di 100.000 persone dai villaggi della Piana di Ninive.

 

Mosul liberata?

In questi giorni, pare che la città di Mosul venga riconquistata dall’esercito Iracheno, cacciando definitivamente l’Isis. Noi vediamo solo immagini di distruzione, dolore, paura e disperazione. Ma tornerà presto, inesorabilmente, di nuovo il silenzio sulle persone  sulle loro storie, imposto dai fasti della vittoria.

 

Ci chiediamo:

Come è stato possibile che Mosul cadesse così velocemente nelle mani dell’Isis?

L’Isis non è nato dalla sera alla mattina (come la pianta di ricino per far ombra al profeta Giona). Chi lo ha sostenuto?

Perchè i grandi mezzi di informazione parlando di Mosul non denunciano anche le grandi collusioni dell’Occidente con l’Isis?

Ancora oggi sappiamo che l’Arabia Saudita sostiene economicamente, ideologicamente e militarmente l’Isis: perchè l’Italia continua a vendere armi all’Arabia Saudita? Come le bombe della RWM di Domusnovas in Sardegna.

Siamo davvero convinti di voler combattere l’Isis?

E perchè non è stato fatto prima?

Quali gli interessi occidentali e anche Italiani ancora sul tavolo?

Con l’”Operazione Praesidium” l’Italia presidia la diga di Mosul: perchè? Come ha vissuto questi anni di occupazione Isis? Come ha tutelato le persone civili? Sull’operazione il silenzio è totale.

Davvero ci interessa il bene comune, la vita degli Iracheni e in particolare delle minoranze?

 

Crediamo che l’invito del profeta Giona debba essere raccolto anche da noi: “ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani.”

Se non cambiamo strada ci saranno altre Mosul, altri Isis, altri silenzi e nuovi eccidi di civili  nella logica folle della guerra.

 

d. Renato Sacco, parroco in Diocesi di Novara – coordinatore nazionale di Pax Christi

d. Fabio Corazzina, parroco in Diocesi di Brescia - già coordinatore nazionale di Pax Christi

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