IMMIGRATI

Se affonda la solidarietà

La vicenda Cap Anamur ripropone l’urgenza di una legge specifica per i rifugiati e i richiedenti asilo. E il panorama in tutt’Europa va peggiorando.
4 agosto 2004 - Giancarla Codrignani

L’estate 2004 lascerà aperte le sorti dell’immigrazione, nonostante le positive premesse della Corte costituzionale che ha condannato gli articoli illegittimi della Bossi-Fini. Anche in questo campo, come per il resto dei problemi che pesano e ancor più peseranno sugli italiani, le malefatte di questo governo verranno messe in crisi – c’è da sperare – solo da autorità sovrannazionali.
Non si era avuto tempo di trarre un respiro di sollievo per la sentenza della Consulta contro la procedura sommaria dell’espulsione che ristabiliva il rispetto del diritto alla difesa dell’immigrato o del clandestino destinato all’espulsione, e ci è caduto addosso il caso della Cap Anamur che non dovrà essere dimenticato per un bel pezzo.
Il grave comportamento dell’Italia contro i 36 profughi di una nave umanitaria – dice l’Ufficio stampa del C.I.R, (Centro italiano Rifugiati, dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati) “provoca prima di tutto grande dolore. Dolore per tutte quelle persone che, dopo le drammatiche traversie affrontate per cercare una terra sicura, vengono ricacciate indietro senza alcun senso della pietà, senza alcuna considerazione della dignità e dei diritti elementari di ogni essere umano. Ci preoccupa profondamente l’atteggiamento di uno Stato che viola le proprie regole, perfino quelle stabilite dalla legge Bossi-Fini, che non rispetta il diritto alla difesa e all’assistenza legale, di uno Stato che ostacola in modo inquietante l’operato di un organismo delle Nazioni Unite, degli Enti di tutela, di Parlamentari, della Stampa, di uno Stato che non ascolta, che non comunica, che rifiuta il dialogo. Atti di questo tipo danneggiano gravemente l’immagine dell’Italia e dell’Europa; contraddicono in modo palese tutti i discorsi sui diritti umani, sulla solidarietà, sulla lotta contro la miseria e la fame”.

Il caso Libia
Alla condanna sferzante del Centro Rifugiati il governo ha risposto, per bocca del ministro dell’Interno – quell’on. Pisanu che aveva fama di essere il meglio della squadra berlusconiana – con un’allarmistica operazione di disinformazione, prospettando agli italiani l’arrivo di ben “due milioni” di “poveracci”, vittime dei mercanti di schiavi, pronti a salpare dalla Libia verso le nostre coste.
Che il traffico di esseri umani sia un’emergenza, è noto. Quello che si dovrebbe fare – e che il nostro governo non fa – è prevenire. A tale fine proprio lo scorso anno è stato siglato un accordo con la Libia, attuato in modo non proprio soddisfacente per l’inadeguatezza dei finanziamenti e per la relativa competenza degli operatori, sostanzialmente dipendenti dalla Squadra mobile di Agrigento e dall’Ufficio immigrazione.
Ma il meglio il governo l’ha prodotto quando Pisanu, prima di adeguarsi con una circolare alla condanna della Bossi-Fini, ha dichiarato che “lo spirito della legge è riconosciuto dalla Consulta”, come se il dispositivo della sentenza appena emessa non l’avesse condannata. Non si sa come abbia risposto alla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha chiesto “risposta urgente” per un caso di così grave violazione e all’Onu che ha accusato le “gravi lacune” della politica italiana dell’asilo. Eppure i principi della Costituzione parlano chiaro e l’articolo 10 privilegia il diritto d’asilo per chi non gode nel suo paese i diritti di libertà. Ma c’è evidentemente chi pensa che sia libertà anche vivere nella guerra o morire di fame.
Il fatto che il ministro, sempre a mezzo della suddetta circolare, vieti l’arresto dei clandestini per “ospitarli” nei Centri di permanenza temporanea non rassicura: il ministro finge di ignorare quali siano le condizioni in cui condanna a vivere persone in difficoltà per essere profughi e clandestini. I nigeriani, stanziati a Forte Galeria e a Recalmuto, rimasti in Italia in base a non si sa quale criterio, dicono la sola verità: ormai che cosa importa essere ghanesi, nigeriani, sudanesi, liberiani, quando si cerca la sopravvivenza?
Il pretesto per coprire l’espulsione “in manette” di 25 dei 36 profughi, sbarcati dopo il lungo blocco nello stretto di mare di parecchi giorni, è di non provenire dal Sudan, come era stato detto, ma dal Ghana e di aver partecipato a un’azione demagogica di un’associazione umanitaria tedesca che avrebbe voluto forzare la mano al governo italiano per ottenere, secondo il ministro, “un ritorno pubblicitario”. La Commissione speciale che controlla le richieste d’asilo aveva dato parere favorevole all’accoglimento, ma allo sbarco sono seguiti la reclusione nei diversi centri di permanenza temporanea (i famigerati CPT) e l’imbarco aereo immediato per 25 ghanesi in manette, senza consentire loro l’incontro con gli avvocati (neppure i parlamentari accorsi sono stati ammessi) e senza fornire informazioni circa la regolarità delle procedure. Il governo del Ghana, a sua volta, ha dichiarato – attraverso il ministro degli Interni Hackman Owusu Agyeman, che i profughi hanno commesso “reato di fellonia”, avendo leso l’immagine del proprio Paese all’estero. “È incredibile – dice il direttore del Cir – che dopo tutto quello che hanno vissuto in queste settimane e mesi, adesso saranno processati per un reato abolito in Europa in epoca feudale, ma ancora considerato grave, alla stessa stregua dell’omicidio, in Ghana”.

Tendenze restrittive
La realtà non consente illusioni: la mancanza di rispetto di quei diritti di libertà anche per gli stranieri che si concretano nel diritto d’asilo non è grande neppure nel resto d’Europa e c’è da temere per le disposizioni restrittive che potranno essere formulate nei prossimi mesi e anni.
È necessario, dunque, che i Paesi dell’Unione Europea promuovano al più presto iniziative comuni per affrontare in modo più corresponsabile e con un più alto spirito di solidarietà i problemi dei richiedenti-asilo, dei rifugiati e degli immigrati soprattutto, ma non solo, nell’area mediterranea.
Per quello che riguarda l’Italia, è indispensabile che da questo drammatico evento si tragga una duplice lezione: è urgente che si discuta e si approvi finalmente una legge specifica per i rifugiati e i richiedenti asilo migliorando – e non peggiorando – il testo preparato con larga convergenza dalla Commissione Affari Costituzionali.
Non ci illudiamo che questi auspici trovino orecchie sensibili nel governo. Anche p. Bruno Mioli, della Fondazione Migrantes della CEI, teme “i ricatti della Lega”: la situazione italiana resta a rischio per tutti i problemi dell’immigrazione e dell’asilo: anche qui bisognerebbe che si estendesse la coscienza – in particolare di noi cristiani – della solidarietà dal basso, non solo nei confronti delle persone in sofferenza, ma anche del mondo politico responsabile delle norme in vigore e che dipendono dal nostro voto.

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