Nuovi “vecchi problemi” militari

14 settembre 2004 - Giancarla Codrignani

Non abbiamo mai condiviso le critiche interessatamente malevole al pacifismo, ma dobbiamo riconoscere che non siamo abbastanza attrezzati per fornire risposte quando non sono coinvolte solo le questioni “di principio”, ma la realtà e le sue tempestive urgenze. È difficile, infatti, criticare il governo, perché non sa come si opera a livello diplomatico internazionale nei momenti di crisi, e restare al palo anche noi davanti alle “fatalità”.
Vale la pena di prendere in considerazione l'articolo di Andrea Manzella pubblicato su Repubblica del 30 agosto. Con molta puntualità espone problemi che anche il versante pacifista deve prendere in considerazione per non essere tacciato di inadeguati silenzi quando sono scaduti i tempi della prevenzione dei conflitti o del loro eventuale contenimento.
Il fatto che molti, forse la maggioranza, si dichiarino ormai favorevoli alla pace e che “i movimenti” si esprimano, anche solo ingenuamente, con manifestazioni e appelli non esonera dalla responsabilità di fronteggiare, perfino psicologicamente, le conseguenze del dilagare della violenza e del ricorso all'antica e ben nota politica delle armi che negli Stati Uniti ha prodotto consenso sul Patriot Act, lesivo dei diritti di libertà del popolo americano.
La sfida tra Bush e Kerry si gioca prevalentemente sulla gestione dei conflitti, anche passati: l'aver combattuto la guerra del Vietnam (Kerry) o l'essersi imboscato (Bush) interessano l'elettorato più dei programmi sociali; in Italia si succedono le turnazioni dei militari che vengono e vanno in Iraq (l'ultimo scaglione è partito la settimana scorsa) senza particolari enfasi mediatiche, ma anche senza defezioni di obiettori. Informandosi tra la gente, appare chiaro che gli appelli allarmistici alla difesa contro il terrorismo lanciati non da Oriana Fallaci, ma dalla seconda carica dello stato trovano ancora approvazione limitata, ma gli stessi operatori delle associazioni dell'interculturalità hanno preoccupazioni crescenti davanti alla strumentalizzazione dei crimini che avvengono lontano da noi da parte di gruppi estremistici, ma che producono effetti di paura e insicurezza.
Andrea Manzella non si occupa dell'Iraq; parla semplicemente dell'Europa. Un'Europa che non ha ancora una politica comune, ma che aspira alla convivenza pacifica non solo per i 25 paesi che la compongono, che politica della difesa dovrà prevedere? Nessuno – e tanto meno chi si occupa specificamente di pacifismo – desidera tornare alla militarizzazione o a una concezione dell'unità come blocco nazionalista. Ma i conflitti regionali sono ormai tutti vicini all'Europa, dal Kashmir al Darfur, dal Caucaso al Pakistan; il terrorismo, la criminalità organizzata, la corruzione, la crescita della produzione bellica – sofisticata e artigianale – rischiano di scatenare tensioni destinate a degenerare nella violenza incontrollata e nella repressione delle stesse aperture democratiche presenti ormai nella coscienza di larghe maggioranze in tutti i paesi.
Nelle emergenze, che fare? Lasciare che se ne facciano carico il Bush (o il Putin) di turno e protestare se singoli governi aderiscono a missioni e spedizioni? Rafforzare la Nato, tenendo conto che gli Usa alleggeriscono i contingenti in Europa di 70.000 unità?
L'articolo di Repubblica ricorda che “nessuna delle nuove minacce è puramente militare né può essere contrastata con mezzi solamente militari”, tanto è vero che non sono mancate esperienze in cui “all'efficacia dell'intervento militare è seguito il caos civile”. Allora quale dovrà essere la cooperazione strutturata per la sicurezza dell'Unione? Lasciamo tutto nelle mani dell'asse anglo-franco-tedesca, creando anche qui non l'unione, ma la frantumazione? Quali regole dovranno essere date per il controllo della politica di difesa? Teniamo conto che, siccome anche i governi aspettano l'acqua alla gola, le emergenze, non si possono attendere i tempi delle discussioni parlamentari dei singoli stati….
Allora veniamo al punto: l'Italia che cosa può/deve fare, dopo il “successo” della portaerei Cavour e gli attivi di bilancio della Finmeccanica?
Ne parleremo solo dopo che le norme saranno state fissate e, forse, non ci piaceranno?

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