Il prezzo da pagare
Come si può oggi osare la speranza? Come può la comunità ecclesiale farsi ministra di speranza, anche nel Sud d’Italia? Una chiesa che si autocomprende come un soggetto spiritualistico, astratto, cultualistico, assistenziale, burocratico, difficilmente potrà vivere la diaconia della speranza. Perché la speranza è legata a persone concrete, a situazioni concrete, a sofferenze concrete. A volti, carni, pelli, corpi di soggetti situati in un luogo e in un tempo in continuo cambiamento. “Non è più come prima. Non c’è futuro, non possiamo più parlare di futuro. Il futuro non esiste. Quello che oggi abbiamo, quello che ci si presenta dobbiamo prenderlo e conservarlo, perché non possiamo contare sulle possibilità di domani. I giovani queste cose non le capiscono”. È quanto sostiene il meccanico Giuseppe, un bravo e onesto artigiano. Sotto casa, a Palermo, vi è una falegnameria dove da qualche tempo fa apprendistato un ragazzino. È taciturno, avrà sedici anni. Quando la squadra del Palermo doveva andare a Lecce per giocare la partitaspareggio per la serie A, ha messo una lunga asta di legno all’esterno della falegnameria con la bandiera dei colori della squadra locale. È stato l’unico guizzo di euforia che gli abbia visto fare. Dopo giorni ha dovuto ammainare la bandiera ed è tornato a chiudersi nella sua riservatezza, nel suo essere di poche parole, tanto che finora non mi ero sognato di disturbarlo nemmeno con il saluto. Ma l’altro giorno mi sono fatto coraggio e gli ho chiesto di colpo perché non andasse a scuola. Mi ha guardato un po’ tra il meravigliato e il sicuro di sé e mi ha risposto: “Ormai sono vecchio”. Sono rimasto senza parole. Luisa è la figlia di un amico che tempo fa ha chiesto qualcosa al padre. E avendo questi risposto “domani”, la ragazza non ha trovato altra forma di protesta che quella di dire: “Domani è oggi, domani non esiste”. Troppe attese sono andate deluse, troppi ritardi sono ingiustificabili nella società. La vita ha reso il terreno da arare abbastanza arido. È difficile farlo diventare un giardino. La concretezza, il prendere sul serio le domande degli uomini e delle donne del nostro tempo, senza giri di parole,
senza astrattismi, senza finzioni è l’appello che ci viene rivolto. Come può oggi la chiesa annunciare il Vangelo della speranza e dire: “Alzati e cammina”? Può farlo senza prendere sul serio le istanze dei volti e dei corpi delle persone? Senza l’ascolto, senza il chinarsi sulle ferite di uomini e donne concrete non vi è spazio per l’annuncio credibile della speranza. Chiesa in ascolto Una comunità ecclesiale in ascolto è una comunità che si fa carico delle domande anche di chi sembra lontano ma un po’ ci guarda, di chi è scettico, di chi è stanco di aspettare, di chi non ce la fa più. È una comunità che si fa interrogare dalla vita reale delle persone, dalle loro scoperte, dalla loro sofferenza. Ma l’ascolto non basta. È solo il primo passo. La comunità ecclesiale può essere ministra di speranza se poi, come il samaritano, paga il conto e si impegna a pagare al ritorno ciò che ancora è necessario. Pagare il conto significa anche risolvere le contraddizioni al proprio interno. Per essere credibile ministra di speranza la comunità ecclesiale è necessario che si autocomprenda come un soggetto che si fa mettere in discussione, che sta sulla strada e si fa riformare dalla strada, cogliendo nella strada un appello dello Spirito di Dio. Reinventando la propria prassi, le proprie scelte, le proprie regole, se questo è il conto da pagare. Ciò può forse creare delle tensioni. Ma anche questo è il prezzo da pagare, la croce da abbracciare, per essere fedeli all’uomo e alla donna contemporanei. Solo testimoniando di prendere sul serio le domande che la riguardano, la comunità ecclesiale potrà essere a sua volta ascoltata quando si presenta come ministra





