Verso una teologia della non proliferazione

Seconda conferenza ecumenica sul commercio delle armi
Göteborg (Svezia), 20-23 Maggio 2004
Antonio Kireopoulos (Segreteria generale per gli affari internazionali e la Pace del Consiglio Nazionale delle Chiese di Cristo negli USA)

Vorrei dare inizio alla mia presentazione, ringraziando, se permettete, la Congregazione Svedese della Riconciliazione, il Consiglio Cristiano in Svezia e il Consiglio della missione svedese per aver organizzato questa importante conferenza sul commercio delle armi. Sicuramente l’importanza di questa conferenza non può non essere colta nel momento in cui assistiamo al conflitto in Iraq, all’imminente genocidio in Sudan, al ritorno dei conflitti tribali in Afganistan, alla violenza sistematica che mina il processo di pace in Israele/Palestina, all’esplosione del terrorismo in Europa e alle denuncie di ricorso ad ogni tipo di violenza provenienti dalle vittime di tutto il mondo.

Le armi – la produzione, proliferazione ed eliminazione – sono oggetto delle preoccupazioni degli uomini di buona volontà, da molti anni. Sia che si discuta di armi nucleari o di piccole armi, di ordigni di distruzione di massa o di armi convenzionali, il problema è chiaro: l’abbondanza di armi nel mondo è una minaccia diretta alla stabilità, se non alla stessa vita del pianeta. Il tema di questa conferenza – il commercio delle armi convenzionali – costituisce la componente critica della questione.

Su questi temi, cosa può mai dire un teologo?

Come teologo cristiano, tenterò di spiegare alcuni dei principi teologici , quale punto di partenza per trattare il problema del commercio delle armi convenzionali. Nella mia trattazione, prenderò spunto da testi romano-cattolici ed ecumenici, gli ultimi dei quali suscitano consensi anche da parte di una larga fascia di protestanti, anglicani e, in minima parte, anche ortodossi, relativamente al traffico di armi in genere, negli ultimi 50 anni (uso i condizionale nei confronti degli ortodossi dato che le chiese orientali non hanno ancora cominciato un approccio sistematico. Ma l'ascoltatore dovrebbe presumere che filtri tuttavia questi testi attraverso una lente Ortodossa.). Come metodo quindi, utilizzerò i testi meno recenti, valuterò la trattazione teologica dell’argomento per poi ricavarne materiale sulla produzione delle armi convenzionali. Io spero quindi che tutto questo ci porti a una teologia coerente, in linea con quelle che sono le tradizioni cristiane.
Nell’enciclica Pacem in Terris del 1963, Papa Giovanni XXIII dichiarava “che gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi in ogni istante con una forza travolgente inimmaginabile. E ne hanno ben ragione, giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile e incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico” (par 111).
Naturalmente il papa parlava delle armi nucleari. Ma se non fosse ben nota la persona, o l’epoca di questo scritto, chi potrebbe facilmente scambiare queste parole con quelle di chi parlasse della situazione odierna?
Negli anni Cinquanta e Sessanta ci è stato un momento in cui la paura della distruzione nucleare paralizzò buona parte del mondo. La paura sembrò ridimensionarsi fra gli anni Settanta e Ottanta, quando una dottrina politica dal nome sfortunato, Della Sicura Reciproca Distruzione, portò paradossalmente a un relativo senso di calma. La cosa più strana è che quella stessa paura -- di un uragano che potrebbe scatenarsi in ogni istante con una forza travolgente inimmaginabile – paralizza il mondo ancora una volta, con la differenza che adesso, invece della distruzione nucleare – anche se ancora possibile – il terrorismo può distruggere il mondo con un cocktail di piccole armi convenzionali.
Giovanni XXIII invocò la fine della corsa alle armi basandosi sui principi di “giustizia, saggezza e riconoscimento dell’umanità” (par. 112). Per fare ciò, credeva che le nazioni dovessero porre le basi delle interrelazioni, e che anche la pace fosse un obiettivo di queste relazioni nella reciproca fiducia. Sembra, forse soltanto dando un’occhiata fugace, che il mondo abbia perso una grande occasione per il ripristino delle relazioni secondo queste linee nel periodo che va dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 alla nuova era del terrorismo, inaugurata l’11 settembre, 2001.
Alla fine del XX secolo, la chiesa cattolica avrebbe potuto dimostrare che era proprio questa l’opportunità per imparare dal passato e mutare per il futuro – in pratica pentendosi, nel senso della parola greca metanoia – per evitare gli errori del secolo attuale. L’arcivescovo Renato Martino, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in un discorso del 1999 davanti alla Prima Commissione dell’Assemblea generale sul disarmo completo e globale, fece riferimento a delle statistiche terrificanti: 110 milioni di morti nelle guerre del XX secolo, con 2 milioni di bambini uccisi durante i conflitti scoppiati soltanto nell’ultima decina d’anni del secolo. Di fronte a queste e altre analisi, reiterò gli appelli della chiesa cattolica per la regolamentazione delle armi leggere e dei piccoli ordigni, per controllarne la vendita e il trasporto, e per stroncare i commerci illeciti di tali armi, oltre all’eliminazione delle mine anti-uomo e bombe nucleari.
Questo appello, insieme alla volontà politica necessaria a sviluppare questa regolamentazione, è presente nel catechismo della chiesa cattolica: “La produzione e la vendita delle armi danneggia il benessere delle nazioni e della comunità internazionale. Ecco perché le autorità pubbliche hanno il diritto e il dovere di dare delle regole. L’obiettivo a breve termine degli interessi privati e pubblici non può legittimare sotterfugi che promuovono la violenza ed il conflitto fra le nazioni e compromettono l’ordine giuridico internazionale”. (parte 3, sez. 2, capit.2, art. 5, par.2315).
Martino ripeté queste dichiarazioni nel Luglio del 2001, quelle relative ai fondamenti teologici della dignità della persona, e quelle sulla necessità di regolamentazione del commercio delle armi, in particolare di quelle leggere. In quegli ambiti, prima ancora del pronunciamento della conferenza internazionale delle Nazioni Unite sui traffici illeciti di armi leggere e ordigni nucleari, egli distinse fra la “cultura della pace e della vita” e la cultura della “violenza” evidenziando le due opzioni disponibili al mondo.

Questo prima del 11 settembre.

Un mese dopo l’evento nefasto, Martino chiarì ciò che da molto tempo sosteneva la chiesa cattolica, precisando cioè che la perpetuazione della cultura di violenza è integralmente collegata alle questioni di sviluppo. Attento a non giustificare gli atti di terrorismo, puntando alle sue ragioni profonde, Martino rispose puntualmente: “Sebbene la povertà non è di per se stessa causa del terrorismo, non possiamo avere successo contro il terrorismo se non riduciamo le peggiori disparità fra ricchi e poveri. Si deve riconoscere che la disparità globale è fondamentalmente incompatibile con la sicurezza globale” (N.U, 15/10/2001). Non sarebbe neanche troppo azzardato collegare la corsa agli armamenti e il relativo profitto all’aumento delle disparità. Infatti, il catechismo della chiesa cattolica lo denuncia senza mezzi termini: “L’impiego di ingenti somme di denaro per produrre tutti i tipi più evoluti di armi, costituisce un grande ostacolo all’aiuto alle popolazioni bisognose; ne impedisce lo sviluppo” (par. 2315). Il principio di giustizia a cui il testo fa riferimento è dello stesso tipo cui fece riferimento Giovanni XXIII, quarant’anni prima. In accordo con il Vaticano, il Consiglio Mondiale delle Chiese (CMC) ha condannato la corsa alle armi. E, come il Vaticano si concentra sia sulle armi di distruzione di massa (nucleare, chimico e biologico) sia su quelle leggere. In un documento politico redatto nel 2001, il CMC pone le basi che portano le chiese a scendere in campo per affrontare il dibattito sulle armi. Sebbene questo documento sia espressamente destinato ad affrontare il dilemma sulle armi piccole, lo stesso può comunque essere ritenuto utile al dibattito sulle armi convenzionali: “Le chiese… giocano un ruolo politico, forti delle conoscenze teologiche, morali ed etiche, sostenendo l’intenzione socio-poltica di controllare la produzione delle piccole armi e ridurre la domanda (Quadro Politico e Istruzioni sulle Rmi piccole e sugli ordigni meno pesanti, 18 maggio 2001).
Fra i principi teologici che il CMC suggerisce di introdurre nel dibatto, c’è il concetto relativo al militarismo, da considerare come una forma di idolatria (Documento di sintesi su Militarismo e disarmo, Ginevra, 16-19/10/1989). Se infatti la costruzione di armi nutre il militarismo, allora il disarmo è una necessità teologica per evitare i pericoli di questo tipo di idolatria.

Quando tale documento fu pronto, nel 1989, il CMC si espresse anche nel campo delle armi convenzionali: “Ci incoraggiano gli sviluppi connessi alla riduzione delle armi convenzionali in Europa, particolarmente le intenzioni chiare di mostrare un atteggiamento meno provocatorio ed ottenere la riduzione radicale dei pericoli di attacco”.
Negli anni Novanta le chiese hanno pressato i governi affinché si riducesse al minimo il quantitativo di armi convenzionali e si adottasse il modello della Difesa Popolare Nonviolenta , oltre a valutare tutte le soluzioni utili per la difesa nonviolenta o per la sicurezza globale. A giudicare dalla mancanza di documentazione sulle armi convenzionali sembrerebbe che le chiese non vadano oltre ciò che è consentito. E a voler considerare che questa seconda conferenza di Goteborg è ancora in corso, non c’è alcun interesse rilevante nel voler moderare il commercio delle armi convenzionali.
Particolare enfasi è stata posta dal CMC sulla riduzione degli ordigni al minimo necessario per la difesa. È importante poiché in essa riconosciamo il legittimo diritto delle nazioni a mantenere soltanto le armi necessarie alla salvaguardia delle popolazioni. Giudicare la moralità o immoralità di questo ha prima di tutto a che fare con l’abbondanza di armi, che minaccia la stabilità e finisce col privare le nazioni più povere delle risorse necessarie allo sviluppo economico generale. In una lettera su questo argomento, datata 1 ottobre 1990, il Segretario Generale del consiglio sottolineò che l’organizzazione sta “continuando a sostenere iniziative rivolte alla limitazione o riduzione degli armamenti al mero livello difensivo, per costruire un nuovo ordine di sicurezza”.
Consapevole del fatto che tale limitazione e riduzione porterebbe a una “contrazione dei mercati in Europa”, il Segretario generale non ignorava che le industrie di armi “si sarebbero gettate famelicamente su altri mercati per smaltire la sovrapproduzione e la produzione di future armi (cosa che) porterà a un incremento massiccio delle vendite di armi nei Paesi in via di sviluppo”. Le conseguenze negative di questo sbocco sono chiare a tutti.

Documenti che vanno dal 1948 a quest’anno testimoniano l’impegno del Consiglio nei confronti di vari temi: armi nucleari, test atomici, armi chimiche e batteriologiche, mine anti-uomo, armi leggere, ecc.. L’elenco più completo su questo argomento è stato compilato nel corso dei lavori della Convocazione Mondiale su Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato, che ebbe luogo a Seoul nel 1990. Come confermato dalla dichiarazione di convocazione, i partecipanti richiamano l’attenzione “sulla demilitarizzazione delle relazioni internazionali e sulla promozione di forme di difesa nonviolenta: un sistema di sicurezza difensivo, non belligerante né offensivo e lo sviluppo di una difesa civile; attraverso un progressivo disarmo unilaterale o bi-multilaterale; prevenendo la corsa agli armamenti nello spazio con l’obbligo di rispettare il Trattato Anti-Missili balistici; (e) denuclearizzando le flotte navali nel mondo ance con la collaborazione delle varie nazioni, incoraggiate a non consentire l’accesso nei porti e nelle acque territoriali di navi che non dimostrino concretamente di non trasportare armi nucleari a bordo”.
Dall’altra parte, il Consiglio Nazionale delle Chiese (CNC) statunitense si è concentrato sulle armi grossomodo come il Consiglio. Osservando il punto iniziale della corsa agli armamenti nei primi anni della Guerra Fredda, il CNC affermava che “la Storia ci offre evidenza convincente che la pace per cui i cristiani pregano, non può essere conquistata accumulando fucili su fucili e bombe su bombe. Noi avvertiamo la gente delle nostrecChiese che la civiltà che viene protetta in questo modo, è bersaglio della disintegrazione, a meno che le nazioni non raggiungano un accordo su un progetto di controllo degli armamenti su scala globale”(Regolamento e riduzione internazionale degli armamenti 28, 1951).
Lo spettro dell’annientamento nucleare, rafforzato dalle immagini delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, aleggiava già al tempo in cui questo fu scritto. Il dibattito sulla catastrofe nucleare era scemato nel 2004 – distratto dalla presenza di armi di distruzione di massa in ‘stati canaglia’, il rischio di sabotaggi dei depositi delle armi nucleari, e la retorica sui programmi nucleari usata dalla Corea del Nord e nel Sud-est Asiatico. Comunque la paura della distruzione della civiltà è ancora viva negli Stati Uniti, se non in tutto il mondo, rafforzata dalla minaccia del terrorismo. La voce “dotazione nucleare” permane nell’equazione, per i timori che destano le cosidette “bombe sporche” o la presa di potere da parte dei terroristi di paesi nuclearizzati instabili, ma come ci hanno dimostrato i terroristi stessi, la capacità di attuare orrendi massacri non è limitata all’uso di armi atomiche (per un’analisi sulla possibilità che i terroristi adoperino armamento nucleare, leggi la pubblicazione del Comitato sulla legislazione Nazionale “Al bivio: Disarmo o ri-nuclearizzazione, Marzo 2004,7-8).
Sin a quando la sola fine prevedibile per un mondo che sceglie una sicurezza basata sulle armi rimane la morte e la distruzione, esiste l’imperativo teologico per i fedeli di opporsi agli eccessi di produzione e proliferazione delle armi. Ciò è stato riconosciuto dal CNC quando la corsa agli armamenti si è incrociata con la corsa alla Spazio esterno. Per testimonianza: “Dichiariamo che la crisi presente con i suoi pericoli ed opportunità, parzialmente militari e scientifiche, ha una natura più profonda e allargata. Ancora di più, fondamentalmente morale e spirituale. Ci riferiamo alla comprensione di Dio e della Sua volontà, della natura dell’uomo e del suo destino. In questa nuova era è ancora Dio che regna, Signore degli uomini e delle nazioni. Dio continua a regnare sulla storia con giustizia e grazia. Il mondo è ancora di Dio, nella sua pienezza, con tutto ciò che essa contiene”. Questi nuovi poteri dell’uomo sono creati e sviluppati sotto il dominio del Creatore. La volontà di Dio per la giustizia, libertà e pace è stata rivelata in Gesù Cristo. Noi crediamo …che Dio vuole che l’uomo viva nell’amore e nella riconciliazione. (alcune speranze e determinazioni della chiesa nell’era dello Spazio nucleare, 5 Dicembre , 1957).
La posizione teologica del cristiano sulle armi quindi, secondo la CNC, è quella di un Dio che regna sul mondo, un mondo nel quale Egli desidera che gli uomini vivano in pace e riconciliazione. Qualsiasi cosa vada contro questo principio sarà considerata antitetica al Vangelo. Infatti, dopo questo atto di fede, la presa di posizione viene così espressa: “Crediamo che la forza militare non assicuri sufficiente protezione. Mentre la maggior parte di noi ritiene che le nostre nazioni dovrebbero mantenere un’adeguata difesa nazionale, altri comprendono che gli armamenti sono futili, e concordano che anche se ci fosse uno scudo militare, sarebbe necessario fare un gran lavoro sulla linea della pace con giustizia e libertà” (ibid).
La contrapposizione di questo stesso principio teologico, il richiamo a un pensiero razionale sulle armi, ha costituito le basi di ciò che il CNC ha pubblicato nel 1960 come “Diario per le Azioni di Pace” (Verso una famiglia di Nazioni in Dio: diario di Azione per la Pace, 2 Giugno 1960). Questo diario comprendeva delle proposte per insinuare la moralità nell’azione politica, per eliminare gli ordigni bellici attraverso il raggiungimento di accordi per sviluppare gli standard di vita delle nazioni meno sviluppate, per promuovere i diritti umani e le libertà e per giungere alla riconciliazione fra i popoli. Ai fini della nostra discussione il disarmo – sia dalle armi di distruzione di massa, sia dalle armi convenzionali e dalle piccole armi – deve essere visto come punto cruciale per raggiungere la pace, quel tipo di pace con la giustizia che Dio ha destinato al mondo. Questo principio e questo richiamo costituiscono le basi per chiedere ai cristiani , durante la guerra del Vietnam, di esaminare con serietà le questioni sollevate dall’enfasi con cui gli USA esaltavano la forza militare come metodo per garantire la sicurezza. (Difesa e disarmo: nuove esigenze di sicurezza, 12 Settembre 1969). Temi analoghi furono discussi nel periodo che va dagli anni Ottanta agli anni Novanta. Il XX secolo si conclude con un documento del CNC che elencava i seguenti “7 pilastri della pace” nel secolo seguente: “La pace radicata nella giustizia richiede l’apprendimento di una cultura di pace nelle case, nelle comunità, nelle istituzioni religiose, nelle nazioni e in tutto il mondo; l’uso di metodologie non violente per risolvere i conflitti; sistemi adeguati di sicurezza comune; ed infine, una riduzione nella produzione, vendita e uso delle armi in tutto il pianeta” (Pilastri di pace nel XXI secolo: una scelta politica delle Nazioni Unite, 11 novembre 1999). Questi pilastri – avendo a che fare con le responsabilità politiche, con la giustizia economica, gli standard di legalità, liberazione e crescita, risoluzione dei conflitti, diritti umani e amministrazione ambientale – furono costruiti con il cemento di mezzo secolo di ragionamenti su cosa si fa per la pace. Quattro anni del nuovo secolo e dove siamo giunti?
I principi teologici su cui le chiese cristiane hanno lavorato negli anni per ridurre ed eliminare le bombe sono principi certamente fondamentali per la stessa fede cristiana. Questi principi richiedono che i fedeli vivano la propria vita attraverso le azioni che questi principi riflettono.
Il credere in Dio richiede che i credenti si allontanino dall’idolatria del militarismo e non lo sostengano più.
Credere nella sovranità di Dio, non alle armi.
Credere nel grande amore di Dio suscita
nei credenti, nell’amore per il prossimo, non nella ricerca attiva né nell’accettazione passiva di cose che potrebbero nuocere. Credere nella dignità della persona umana richiede che i credenti cerchino l’uguaglianza per tutti e non il privilegio degli uni sugli altri. Credere nella giustizia misericordiosa di Dio richiede che i credenti cerchino la giustizia, la riconciliazione e la pace fra le nazioni e non conflitti o politiche che alimentino le lotte.
Nelle questioni attuali, questi principi teologici e questi dettami comportamentali trovano voce nel richiamo generale alla morale ed all’etica che le comunità possono ispirare. Dipende dalle chiese argomentare il più efficacemente possibile le ragioni morali ed etiche che riguardano il dibattito sul disarmo. Per esempio, le chiese potrebbero aiutare a disegnare meglio la distinzione tra i bisogni di difesa legittimi e il superfluo accumulo di armi. Le chiese potrebbero aiutare a distinguere quando l'appello alla difesa è manipolato, soprattutto attraverso la paura, per giustificare la spesa sfrenata militare. Le chiese potrebbero aiutare a capire meglio i pericoli del debole confine tra le commercio di armi lecite ed illecite. Le chiese potrebbero alzare una bandiera rossa quando le armi siano vendute ai regimi che violino i diritti umani attraverso l'oppressione. Le chiese potrebbero evidenziare l'irrazionalità del concetto di armi nucleari "utili". E, come nel caso delle mine, le chiese potrebbero aiutare a comprendere meglio l’assurdità della capacità distruttiva di certi tipi di armi.
Dichiaratamente, il più grande divario in quest'analisi, dovuta al divario nell'attenzione prestata negli anni, non solo dalle chiese, ma anche sia dai governi sia dalle agenzie non governative, è nell’ambito delle armi convenzionali. Questo è senza dubbio dovuto a un certo numero di fattori: la fiducia su tali armi per i legittimi bisogni di difesa; la relativa assenza degli eventi di distruzione maggiore rappresentato dalle armi nucleari; l’impossibilità di paragone con le follie legate all’uso di armi piccole. Tuttavia, gli stessi principi che sono stati applicati alle analisi di altri tipi di armi possono essere applicati delle armi convenzionali.
Possono i bisogni di difesa legittimi giustificare l’enorme accumulo di armi convenzionali? I trasferimenti di armi convenzionali ai paesi in via di sviluppo stanno contribuendo all'instabilità del mondo? Può l’insufficiente regolamentazione del commercio delle armi lecite consentire quello illecito delle armi convenzionali? Può la destinazione di ingenti risorse economiche all’acquisto di armi convenzionali incidere negativamente sullo sviluppo di nazioni più poveri?
Penso che conosciamo già le risposte a queste domande.

Nella Scritture ebraiche e cristiane, entrambi comprendenti il vero cuore delle chiese, troviamo diversi riferimenti alla dicotomia tra la guerra e la pace, tra il ricorso agli strumenti di guerra e a quelli di pace, tra la situazione di quelli che scelgono la guerra davanti a Dio e la situazione di quelli che scelgono la pace davanti a Dio. Nel Pentateuco, troviamo che questa dicotomia arriva ad una scelta. È una scelta offerta a tutti gli esseri umani: “In questo giorno chiamo il cielo e la terra di testimoniare contro di te, che ho regolato davanti a te la vita e la morte, benedizione e maledizione; scegli quindi la vita, affinché tu ei tuoi discendenti possiate vivere, amando il Signore tuo Dio, obbedendo la sua voce, e aderendo a lui; perché ciò significa la vita per te per tutti i tuoi giorni” (Deut. 30:19-20a, RSV).
Scegliere la vita. Questo è il patto di alleanza di Dio con gli esseri umani. Questo è la scelta che oggi ci viene richiesta. Scegliere la vita, e tutto ciò che crea la vita.
Se guardiamo alle armi di ogni genere, dobbiamo porci davanti alla scelta. Coinvolgendo lo sviluppo, il commercio, e l'uso di armi, … sceglieremmo la vita?
Grazie.

Note

Traduzione a cura di Alessandro Riggi

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