RAPPORTO 2003

Tra Europa e Regioni

L’Italia e gli altri Paesi, l’Italia degli enti locali.

Pubblichiamo una sintesi dei capitoli del Rapporto Sbilanciamoci che si occupano di Europa e delle competenze attribuite agli enti locali con la riforma del titolo V della Costituzione.

La protezione sociale
Nell’Unione Europea la spesa per la protezione sociale nel 1999 era pari al 27,6% del Pil. L’Italia in quel periodo spendeva il 25,3% del prodotto interno lordo e fra i Paesi UE era davanti soltanto a Spagna, Lussemburgo e Portogallo. Tra 1990 e 1999 la spesa dell’Italia rapportata al Pil è cresciuta di 0,6 punti percentuali contro i 2,1 dell’Unione Europea, i 2,4 della Francia, i 4,2 della Germania (ma c’è stata la riunificazione), i 3,9 della Gran Bretagna. La spesa pro capite a prezzi costanti, cioè depurata dall’inflazione, è cresciuta in Italia, durante gli anni novanta, del 16%, contro il 24% della media UE, il 20% della Francia, il 17% della Germania, il 39% della Gran Bretagna. E, anche rapportando questi valori al livello del potere d’acquisto nei vari Paesi, l’Italia si trova abbondantemente sotto queste nazioni: a fine 1999 la Germania spendeva per ogni cittadino il 20% di più, la Francia il 15%, la Gran Bretagna il 6%. (C) Fabio Corazzina/Archivio Mosaico di Pace
Il livello troppo basso della spesa italiana si sconta tutto nelle voci relative all’assistenza e in parte alla sanità. Per la salute dei cittadini l’Italia spendeva nel 1999 il 5,8% del Pil, contro l’8,1% della Francia, l’8% della Germania, il 6,4% della Gran Bretagna e una media UE del 7,1%. Gli Stati Uniti, con un sistema sanitario quasi del tutto privato, spendevano nel 1998 il 5,7% del Pil dalle casse pubbliche. Notare che tutti questi Paesi hanno valori del Pil maggiori dell’Italia e dunque è ben maggiore anche la spesa pro capite in termini assoluti: secondo l’Undp l’Italia è la terzultima per spesa pro capite tra i primi 20 Paesi e spende complessivamente (sommate privata e pubblica) il 61% in meno degli Stati Uniti, con un livello qualitativo che viene però giudicato molto migliore.
Per quanto riguarda l’assistenza, il nostro sistema è ancora più arretrato: sull’handicap spendiamo l’1,5% del Pil contro il 2,2 dell’Unione Europea e della Germania, il 2,6 della Gran Bretagna, l’1,7 della Francia; sulla maternità e i minori il distacco dalla media europea è di 1,3 punti, ma diventa di 2,1, e 1,9 rispettivamente da Francia e Germania; per la disoccupazione per cui pure abbiamo alcuni dei più tristi primati spendiamo lo 0,5% del nostro prodotto contro una media UE di 1,8; per l’edilizia popolare e le altre forme di esclusione sociale la nostra spesa è a zero contro l’1% europeo.

Istruzione e ambiente
L’Italia nel 2001 ha speso per l’istruzione pubblica il 4,5% del Pil. Nel triennio 19951997 la spesa media è stata del 4,9%, in Francia del 6%, negli Stati Uniti del 5,4%. Rispetto al triennio 198587 la spesa italiana è una delle poche a ridursi, scendendo di 0,1 punti percentuali mentre nello stesso periodo la spesa Usa aumenta di 0,4, quella inglese e francese di 0,5. La media dei Paesi dell’Unione Europea nel 2000 è del 5,1%.
Nel 1990 l’Italia spendeva per l’ambiente lo 0,11% del Pil ed è arrivata nel 2000 allo 0,24%. Siamo gli ultimi dell’Unione Europea, che ha una media dello 0,6%, come quella del Canada e di poco inferiore al valore degli Stati Uniti, 0,7%. Ciò nonostante tra 1990 e 2000 la nostra spesa è aumentata del 268%, con un tasso medio di crescita annuale al netto dell’inflazione dell’11%.
La classifica non migliora se si utilizzano i dati relativi alla spesa pro capite: l’Italia è ancora ultima nell’Unione europea con 49 euro per cittadino.
Un altro dato preoccupante riguarda la capacità delle amministrazioni pubbliche di realizzare gli impegni di spesa. Secondo l’analisi dell’Istat, negli anni 1995 e 1996, ultimi anni analizzati, solo il 32% e il 42% rispettivamente delle somme disponibili è stato speso. La peggiore performance viene proprio dal Ministero dell’Ambiente, che negli stessi anni ha realizzato solo il 13% e il 21% degli impegni. Ciò significa che, oltre a una scarsa attenzione all’ambiente nella pianificazione delle politiche e nella assegnazione delle risorse, l’Italia si caratterizza anche per un’estrema inefficienza nell’utilizzo di quel poco che riesce a raccogliere.

Le spese militari
L’Italia ha speso nel 2000 il 2,1% del Pil in spese militari. Questo fa rientrare il nostro Paese tra i primi quattro della Nato per spesa militare. Il tutto senza contare le voci straordinarie del 2001 e 2002 connesse alla guerra in Afghanistan e senza considerare le prospettive di aumento della spesa legate alla professionalizzazione delle Forze Armate.
Quest’ultima comporterà un aumento medio annuo della spesa militare di almeno il 10% per i prossimi anni. Quando si parla di sprechi nella spesa pubblica italiana occorrerebbe ricordarsi che il nostro apparato militare ha più generali e ammiragli degli Stati Uniti e che si sta costruendo una portaerei considerata inutile dallo stesso ministro della Difesa.

L’indice QUARS
Per quanto riguarda le Regioni, l’obiettivo del Rapporto 2003 di Sbilanciamoci è più ambizioso: produrre degli indicatori di qualità della vita che riescano a leggere le nostre Regioni non solo a partire dagli indicatori classici (contributo al Pil nazionale, ricchezza pro capite, ecc.). Per questo si è scelto di individuare una serie di valori indicativi dello stato dei diritti, dell’ambiente, della qualità della vita nelle diverse regioni e si sono costruiti alcuni indicatori di settore.
Gli indicatori utilizzati sono: l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite leggermente rivisto, l’Indice di Ecosistema Urbano prodotto da Ambiente Italia leggermente aggiustato, un Indice di Qualità Sociale (che raccoglie dati su differenze di genere, precarietà del lavoro, qualità dei servizi) e un Indice di Spesa Pubblica (che raccoglie i dati Istat su alcuni capitoli di spesa delle regioni) e un indicatore di sintesi, il QUARS: l’Indice di Qualità Regionale dello Sviluppo.
Con il QUARS, Sbilanciamoci ha prodotto una classifica delle regioni con molte sorprese: regioni ricche scivolano in basso e regioni più povere salgono di molte posizioni. Le tre regioni che acquistano più posizioni in questa classifica sono Liguria, Toscana e Umbria. Le tre regioni che perdono più posizioni sono Lazio, Piemonte e Lombardia. In termini assoluti, Trentino ed Emilia-Romagna occupano i primi due posti mentre Calabria e Sicilia gli ultimi due.
Il QUARS è la sintesi di quattro dimensioni: sviluppo umano aggiustato, ecosistema urbano, qualità sociale e spesa pubblica. Come tutte le medie, anche questo indice non fa che sistemare i dati e ordinare i valori secondo un’attenuazione delle differenze parziali (su singole dimensioni) e un’accentuazione di quelle complessive (su tutte le dimensioni).

LA FINANZIARIA PER NOI
Il Rapporto 2003 di Sbilanciamoci (La finanziaria per noi, Editrice Berti/Altreconomia) anche quest’anno presenta una manovra finanziaria alternativa a quella del governo e in più alcune novità: una sezione sulle politiche europee
che più determinano gli orientamenti nazionali (lavoro, immigrazione e difesa) e un lavoro sulle regioni nel quale si presenta un indicatore alternativo di sviluppo
(il Quars, Indice di qualità dello sviluppo regionale).

Il Trentino Alto Adige, regione a statuto speciale, ricca, non densamente popolata e con città piccole, è così la prima regione d’Italia e la cattiva performance in relazione allo sviluppo umano (14° posto), dovuta prevalentemente all’anomalia sul tasso di scolarità superiore (il più basso del Paese), non inficia il risultato complessivo grazie a un valore medio nazionale dell’ISU comunque alto. Liguria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Umbria, regioni ad alta qualità sociale e media o medio-alta ricchezza, confermano i risultati parziali già ottenuti. Interessante il sorpasso del Veneto a opera delle Marche: due regioni dal tessuto imprenditoriale importante ma in cui, evidentemente, la seconda (ben meno ricca della prima) riesce a coniugare meglio crescita economica e benessere sociale e individuale. Ed è proprio la comparazione tra dimensione economica di ciascuna regione (misurata attraverso il Pil) e QUARS che aiuta a leggere meglio i dati.
Come si può facilmente notare dalla tabella, i valori del Pil pro capite, l’indicatore più usato di tutti, quello che dice quanti soldi abbiamo, quanto siamo ricchi (per quanto non indichi affatto come i soldi sono distribuiti) non indicano necessariamente una migliore qualità sociale, pur nella consapevolezza di tutti i limiti che il QUARS può avere. Certo tra le ultime cinque regioni nella classifica del QUARS quattro sono tra le più povere e questo conferma un divario NordSud che colpisce i redditi così come la qualità sociale. Ma, anche qui, la Basilicata, sedicesima regione per Pil, è la quattordicesima nel QUARS, mentre la Sicilia, diciassettesima per prodotto interno lordo pro capite, diviene ultima.
L’aggravante, per la Sicilia, è quella di essere una regione a statuto speciale, e avere, quindi, una quantità di risorse pubbliche a disposizione ben maggiore che nelle altre regioni del Mezzogiorno. Evidentemente quei soldi sono spesi assai male, come denuncia spesso anche la Corte dei Conti. Altri dati che saltano agli occhi in negativo sono la posizione della Lombardia (prima per Pil, dodicesima nel QUARS), del Piemonte (5° e 10° rispettivamente) e del Lazio (dal settimo all’undicesimo posto).
Sembra dunque forte la incompatibilità tra sviluppo economico e industriale avanzato e qualità del benessere individuale e collettivo, così come chiara è la polarizzazione tra qualità della vita e contesti metropolitani (Milano, Roma, Torino). Caso positivo sembra essere l’Emilia Romagna, regione ricca ma anche con elevato livello di qualità sociale e discreta attenzione ambientale.

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