La forza dell’eros

Stupore. Incanto. Quando l’amore è eros.
L’uomo e la donna nel giardino dell’Eden.
L. M.

La vicenda di Dio con il suo popolo sembra percorrere la stessa parabola delle nostre relazioni amorose. La Scrittura, infatti, ricorre spesso all’immagine sponsale per esprimere il legame che unisce Dio ai suoi. Il linguaggio dell’alleanza diventa erotico. Le metafore erotiche, inadeguate a racchiudere l’identità di Dio, sono usate invece per dire la qualità della relazione col suo popolo. In questo rapporto Dio, per lo più, gioca il ruolo dello sposo fedele. Non è un rapporto sereno, quello tra i due amanti. Si esprime nel linguaggio della passione sofferta. Dio “ha perso la testa” per Israele. Per questo motivo non può applicare la sua giustizia, perché la passione amorosa lo spinge di continuo verso l’oggetto del suo amore, anche se questo fugge e non ne è degno, Questo continuo volgersi di Dio verso un’umanità che lo rifiuta, con quale linguaggio poteva meglio essere espresso se non con quello della passione amorosa?

Senza vendetta

Passione divina e passione umana. Interrogarci sulla nostra sessualità, sulle fatiche delle nostre relazioni affettive ci aiuta a capire meglio non solo noi stessi, ma anche il nostro rapporto con Dio. È una riflessione doverosa e dolorosa, poiché sia l’immagine di Dio che quella dell’amore sono oggi abitate dal fraintendimento e dalla distorsione. Significativo è il preambolo

“Dio è la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessun altra è stata tanto insudiciata e lacerata. Proprio per questo non devo rinunciare ad essa. Generazione di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa parola e l’hanno schiacciata al suolo. Ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue... Non possiamo lavare di tutte le macchie la parola ‘Dio’ e nemmeno lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra...”.
Martin Buber

dell’enciclica che rivela la profonda preoccupazione del pontefice: In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nel la mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri. Ci sentiamo smarriti di fronte agli abusi del nome di Dio. La realtà attuale, più che lacerata dall’assenza divina, sembra oggi segnata da un suo eccessivo protagonismo. Nel nome di Dio si legittimano ingiustizie globali, guerre, azioni terroristiche, sopraffazioni e vendette. Sollevare da terra il nome di Dio: mi sembra una preoccupazione centrale in questa lettera enciclica. Dio non è il signore della guerra, il violento, il vendicatore: Dio è amore. Tuttavia, nota con grande acutezza il Papa, non soltanto il nome di Dio è abusato, insozzato, lacerato; lo è anche l’amore umano. Il termine “amore” è oggi diventato una delle parole più usate e anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti.

Sentiamo l’esigenza di confrontarci sulla nostra sessualità proprio perché siamo disorientati dall’uso e dall’abuso del corpo delle donne, nella sua sovraesposizione mediatica; perché ci inquieta il fenomeno devastante della tratta delle ragazze straniere, provenienti da Paesi poveri e deportate, segregate, controllate a vista e usate nel commercio sessuale. E, soprattutto, perché sperimentiamo le relazioni affettive sempre più precarie e sradicate. Non è anche questo che il Papa ci sollecita a riflettere? Non come di un problema di morale sessuale, bensì della qualità della relazione con Dio e con i nostri simili, intimamente legate tra loro. Egli ci invita a ridare corpo alla nostra fede. Per non rischiare una spiritualità effimera, incorporea, abbiamo bisogno di ripartire dall’eros, dal corpo in relazione. E come la fede, anche la nostra sessualità si ritrova ferita, disorientata. Per questo ricerchiamo parole terapeutiche, in grado di sanare le nostre fratture. È necessario riscoprire una teologia della tenerezza, una sessualità segnata dalla relazione teologale. Per fedeltà a un Dio, quello biblico, che ha rinunciato ad abitare i cieli ed è sceso sulla terra, proprio come ci rivela la presenza del suo

Il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L’eros degradato a puro “sesso” diventa merce, una semplice “cosa” che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce.

Figlio, Gesù. Dio è amore. Il nome di Dio e il nome dell’amore sono accomunati dallo stesso destino: portano su di loro tutte le nostre macchie. A noi è richiesto di sollevarli da terra.

Ripartire dall’intimo

Non basta, allora, riaffermare che Dio non è odio ma amore, e conseguentemente percorrere le strade della nonviolenza, impegnarsi nella diaconia della pace. Occorre ripartire anche dall’intimo delle nostre case, fare la fatica di soccorrere, purificare e guarire il nostro modo di amare, e nello specifico l’amore erotico, poiché questo ne rappresenta la forma più alta: l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono. Sentire ciò è già terapeutico. Lo sappiamo che la sessualità non è conseguenza della colpa, non è frutto della caduta; ma abbiamo bisogno di sentircelo dire nuovamente. Altre voci ci fanno credere il contrario. Non è così. L’amore erotico, troppo spesso pensato come conseguenza del peccato, abita in realtà nel giardino dell’Eden fin dai primordi. Nasce con la creazione stessa della prima coppia. Senza la sessualità non c’è relazione, reciprocità: viene meno l’immagine di Dio. È proprio attraverso la sessualità che l’uomo si apre alla comunicazione: l’eros lo spinge fuori da sé verso l’altra. Non è un caso che le prime parole pronunciate da Adamo sono quelle dello stupore, dell’incanto, quando si è trovato di fronte alla donna: “Questa è carne della mia carne, osso delle mie ossa!”.

Le prime pagine del grande libro di Dio si aprono con un racconto che vuole essere un memoriale, un monito all’umanità tutta: è solo nella relazione, nell’incontro con un tu, che ci è data possibilità di comunicare. Prima, nella solitudine, si è afoni. Il linguaggio è solo potenziale. E tuttavia, il luogo dello stupore diventa, fin da subito, anche quello dello scandalo. Nella relazione si sperimentano anche la crisi, la caduta, le parole che feriscono e ingannano. La sessualità, sigillo divino per la coppia, degenera presto in linguaggio di sopraffazione e di morte. La nudità, simbolo della fiducia e della vulnerabilità accolta, diventa luogo di vergogna. Non è facile amare. Possono sembrare parole caute, quelle che affermano che l’eros, creato come cosa buona da Dio per l’umanità, va educato. L’eros vuole sollevarci “in estasi” verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.

La coppia al centro

Sono parole sapienti. L’enciclica riafferma il primato della relazione nella coppia. Una relazione nella quale l’eros gioca un ruolo “estatico”, di fuoriuscita dal proprio piccolo io nella direzione dell’altro. L’amore erotico può essere esperienza sacra, che trasfigura; ma può facilmente trasformarsi in dominio e sopraffazione, sfigurando ciò che abbiamo di più prezioso. Nessun amore umano è privo di ambiguità. Nessun amore è perfetto. Anche le piante apparentemente più forti si possono spezzare, se non vengono concimate con la tenerezza e la fiducia. E quando la tensione e il rancore rischiano di spezzare la relazione, abbiamo bisogno della sorgente del perdono per ridarle vigore. Ho ascoltato, come pastora, tante storie d’amore. Amori appena nati, promessa preziosa di felicità; amori più solidi; e anche tanti amori in crisi. Raramente mi è capitato di incontrare giovani coppie disilluse, ciniche. Ho visto sguardi di passione, ho riudito la stessa voce del Cantico nelle parole di giovani amanti. Ho contemplato lo sguardo trasfigurato dell’amato nei confronti dell’innamorata. Per questi giovani innamorati, come per noi, amanti di più lunga data, la scoperta del corpo dell’altro coincide con la terra tanto desiderata dove scorre latte e miele. Una terra che, per essere trovata, non ha bisogno che di un viaggio interiore: quel viaggio del cuore che apre alla relazione, la cui mappa è descritta negli occhi dell’amata. L’eros è un dono di Dio perché ci radica nella vita e ci libera dalla nostalgia del cielo, dalle fughe ascetiche. La felicità, infatti, è un corpo che si dona e si lascia accarezzare.

Quanta forza ha l’eros! Quale dono meraviglioso abbiamo ricevuto noi che siamo entrati nel giardino dell’amato e abbiamo gustato i suoi frutti. Ma come può questo amore essere mantenuto vivo, una volta ricevuto e gustato, senza perdere la caratteristica di dono che stupisce? Il desiderio è destinato a esaurirsi? Israele nel deserto reagì con gratitudine al dono della manna. Eppure dopo poco riprende la mormorazione: la manna sembra non bastare più. La curiosità dell’inizio che colma un’assenza, viene facilmente dimenticata quando subentra l’abitudine. E allora il desiderio si esaurisce e si raffredda il fuoco. Si muore, quando si smette di desiderare. Quanti amori vengono uccisi così! Come educare il nostro amore? Come ristabilire il desiderio? La Bibbia non dà soluzioni. Essa intreccia fili di stupore e crisi e, a volte, questi ultimi prevalgono sui primi. La Scrittura ci testimonia di una vocazione all’amore, ci fa desiderare di scoprire il dono dell’eros portandoci nel giardino primordiale e contemporaneamente ci mette in guardia, narrandoci vicende familiari dove l’affetto e il potere si contaminano. Può sembrare poco, dal momento che non ci è dato di trarre da queste vicende un manuale sulla sessualità. Tuttavia è proprio attraverso la condivisione delle fatiche d’amore di quanti prima di noi hanno amato che impariamo a riconoscere la forza e la fragilità dell’eros per abitarlo con più attenzione e con meno leggerezza.

Quali indicazioni, a partire da queste suggestioni, possiamo trarre noi, donne e uomini che non hanno fatto scelte celibatarie e che vivono quotidianamente l’esperienza di coppia? Sarebbe bello raccogliere testimonianze, parole di sapienza radicate nel vissuto di chi vive l’avventura matrimoniale. Sarebbe altrettanto importante ascoltare la voce di coloro che hanno visto morire la loro storia d’amore. Quanto sapere può essere donato da chi ha dovuto riflettere sul proprio fallimento. E ancora, ascoltare la voce di giovani fidanzati che ci narrano le loro speranze, le ragioni del loro amore, insieme alle difficoltà che incontrano in noi, nelle chiese, nella realtà lavorativa, nelle famiglie di provenienza, mentre si preparano alla vita insieme. Mi piace pensare che a questa lettera enciclica, scritta dal pastore, seguano lettere “gregarie”, lettere di uomini e donne che vivono giorno dopo giorno le gioie e le fatiche della vita affettiva.

L’enciclica del Papa ha il fascino disarmante dell’essenzialità: riflettere su Dio a partire dall’amore. E anche il coraggio di ribadire la bellezza del dono dell’amore per la coppia. Un aspetto di questa lettera mi è particolarmente caro: il pudore. Si badi bene: il pudore non va confuso con la vergogna. Il pontefice evoca la bellezza dell’amore erotico nella coppia e si ritrae discretamente. Non entra nel talamo degli sposi. Benedice e conferma come divino il dono dell’amore; poi fa silenzio. Un silenzio particolarmente apprezzato, in un’epoca che confonde il parlare, il disquisire dell’atto amoroso, con la libertà sessuale. Paradossalmente è proprio il pudore che offre zone franche e tutela la coppia con i confini della discrezione. Non si entra nella camera da letto degli sposi. Persino Dio si ritira dopo aver creato la sessualità umana (Gen 2,21-24.). Dopo aver presentato la donna all’uomo, esce dalla scena. Sono soli, l’uomo e la donna. Nessuno sguardo indiscreto disturba la loro intimità. Nessuna parola estranea si fa sentire. Solo parole appassionate, piene di stupore. Parole che risuoneranno di nuovo nel Cantico dei Cantici. È il linguaggio dell’amore: “Questa sì! È osso delle mie ossa e carne della mia carne” (Gen 2,23). Dio ha creato la sessualità, eppure quando l’uomo e la donna parlano la lingua dell’eros, Egli è silente. Rispetta la loro intimità. Ecco perché probabilmente nel Cantico dei Cantici, il libro dell’amore, Dio non viene nemmeno menzionato!

Riscoprire il silenzio

Il silenzio è uno degli spazi di libertà da rivisitare in una riflessione sulla sessualità. Questo valore del silenzio sappiamo essere stato messo in discussione dalla modernità che lo ha letto come repressione nei confronti di un argomento tabù. Contro questa tesi basterebbe sfogliare l’imponente ricostruzione storica di Michel Foucault, il quale, nella sua storia della sessualità – il cui primo volume è significativamente intitolato La volontà di sapere – denuncia la semplificazione della lettura emancipazionista che vede nella repressione del discorso sull’affettività l’intervento del potere per controllare la libertà sessuale degli individui. In realtà la strategia del potere passa attraverso una vera e propria scientia sexualis, attraverso l’invito continuo a parlarne. La relazione, sia con Dio che tra gli umani, si nutre soprattutto di intimi silenzi. Ma anche il silenzio non è un toccasana. Di nuovo l’ambiguità di un silenzio pensato come linguaggio dell’intimità che si ritrova a esprimere chiusura, sospetto, inimicizia. Per questo è decisiva la parola del perdono, di un amore che si mostri più forte delle durezze umane, che sia capace di riaprire il cammino nonostante i pesanti fallimenti sperimentati. Al cuore della fede cristiana c’è la scena della croce, ovvero un amore immeritato, gratuito, possibile solo perché capace di perdono. Nel provare a dirci ciò che più ci sta a cuore, il centro della nostra fede, mi sembra decisivo provare a coniugare il linguaggio della confessione di fede e quello della confessione di peccato. Per poter dire, sia nella relazione con Dio che nelle relazioni affettive: io non sono all’altezza di quanto credo, ma questo è quanto credo. La conclusione di queste riflessioni, suscitate dalla lettura dell’enciclica di Benedetto XVI, non può che essere l’impegno a tenere fisso lo sguardo sulla scena della croce, per continuare a farci educare dall’amore divino e da lì ripartire per rischiarlo negli affetti quotidiani.

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