Fuori dalla tana

L’amore è rischio. Responsabilità. Capacità di affrontare le crisi.
Lettura di un’enciclica alla luce della vita.
Lidia Maggi (Teologa battista, responsabile settore dei diritti umani UCEBI)

Amore
Siamo plasmati d’amore, prendiamo forma dai desideri della madre che ci ha tenuto in grembo, avvolti dalle braccia amorevoli di chi ci ha accolto e consegnato al mondo. Amore, lo succhiamo con il latte materno e lo cerchiamo fin dai primi attimi di vita. Tutte le vitamine del mondo non possono far crescere una persona forte, se non c’è l’amore.
È l’amore che ci insegna il linguaggio della fiducia, è l’amore che ci apre agli altri, alla vita, allo stupore. È l’amore ricevuto dai genitori che ci permette di crescere e diventare autonomi. Il nostro essere è tessuto d’amore: amore ricevuto, donato; amore desiderato, perduto. La sete più grande è quella affettiva. Abbiamo bisogno di essere amati, di sentirci accompagnati nella vita da una presenza amorevole.
E sentiamo, a nostra volta, la necessità di amare, di prenderci cura di qualcuno, unico al mondo per noi, speciale. Di fronte all’amore siamo nudi, vulnerabili ed è facile sentirsi feriti. Le vittime più disperate, quelle che portano dentro di sé ferite così profonde che faticano a cicatrizzarsi, sono quelle colpite negli affetti. Quando ci sentiamo traditi, non amati, ci chiudiamo, ci isoliamo e la vita diventa una prigione.
L’amore è un bisogno primario, come mangiare, dormire, respirare. Nessuno può credere di poter vivere senza ricevere e dare amore. Si può sopravvivere, ma non vivere. Ogni singola persona al mondo conosce il bisogno e la paura di amare. Dovremmo, dunque, sentirci a nostro agio nel riflettere sul mistero dell’amore. Tutti pensiamo di saper amare. Tutti abbiamo qualcosa da dire sull’argomento. E invece siamo a disagio a intrecciare sul tema una riflessione seria, radicata nel vissuto.
Diventiamo afoni o, peggio, banali, superficiali. Abbiamo la sensazione di muoverci in un giardino conosciuto che improvvisamente diventa selvatico; la valle accogliente che ci ristora, rinvigorisce le nostre forze e ci solleva in volo come l’aquila, si trasforma facilmente in foresta e ci scopriamo fragili. In questo caso non ci aiuta parlare in astratto dell’amore universale, poiché un tale amore si rivelerebbe come un ulteriore alibi per evitare il confronto, un muro dietro il quale nascondiamo le nostre paure affettive. Non si può amare tutti. Non si può amare in generale.
L’amore ha bisogno di un tu, di un prossimo, di un compagno, di uno sposo, di un amico... di un fratello. E l’altro che ci sta di fronte, a cui doniamo il nostro amore, non è mai come noi lo vogliamo, come lo immaginiamo o sogniamo. Ha una sua alterità che non è facile rispettare. E poi l’amore non si impone, o non dovrebbe imporsi. Dunque l’altro potrebbe rifiutarci, rifiutare il nostro amore, il nostro modo di amare, fino a trasformare l’incontro in scontro. Amare è un rischio.
L’esito non è mai scontato, se rivolto a una persona concreta. E noi, normalmente, abbiamo paura di rischiare. I primi ostacoli ci fanno indietreggiare. Le crisi affettive si tramutano sempre più frequentemente in distacchi, separazioni. Forse abbiamo smesso di insegnare ai nostri figli che è proprio attraverso le crisi che si cresce, si diventa più profondi, più intimi, si demitizza l’amore per imparare ad amare davvero. Forse i nostri stessi genitori non ce l’hanno insegnato. Chissà se dietro la fragilità delle coppie non ci sia la responsabilità di tante famiglie “tana”, che proteggono i propri ragazzi invece di favorire da parte loro l’assunzione di responsabilità.
E lo stesso modello di famiglia “tana” lo riproponiamo in chiesa, quando ci aspettiamo che l’oratorio, la parrocchia tutelino dal mondo esterno i nostri ragazzi. Figli eternamente infantili, deresponsabilizzati, che non trovano il giusto spazio per crescere, avvolti dalla nostra placenta comunitaria protettiva che impedisce loro di volare. Per amare bisogna essere liberi, responsabili, nella condizione di poter scegliere. Persino il primo uomo ha dovuto scegliere la sua compagna.
Non è un concetto moderno, reattivo nei confronti degli antichi matrimoni combinati. Già nel racconto della Genesi si narra della fatica di Dio nell’aiutare a trovare una persona in grado di camminare affianco ad Adamo. Vengono passati in rassegna tutti gli animali, prima che il Signore si decida nuovamente a rimettere le mani nella pasta della sua creazione. Così Adamo viene addormentato e al risveglio ecco di fronte a lui Eva, nata dal suo sogno. E Adamo la sceglie, la riconosce come parte di sé.
Se anche i nostri progenitori hanno avuto bisogno di scegliersi reciprocamente, come possiamo pensare di rendere i nostri figli in grado di amare se non insegnando loro ad affrontare le fatiche delle scelte? Per amare bisogna, dunque, essere liberi. Il tema non è semplice. È necessaria una riflessione appassionata sull’amore, soprattutto oggi che ci sentiamo smarriti nei legami più profondi.

Chi è Dio?
L’intuizione che muove tutta la lettera enciclica di Benedetto XVI è che l’abuso dell’amore umano e quello dell’identità divina siano tra loro misteriosamente collegati. Poiché non ci è dato di capire qualcosa di Dio senza seriamente fare i conti con l’amore che abbiamo conosciuto. Vuoi sapere chi è Dio? Vedi alla voce amore, ci dice il pontefice. Dire “Dio è amore” significa annunciarci nuovamente che Dio ci ama. Tu sei amato da Dio.
Questa certezza dovrebbe fondare la tua esistenza e aprirti all’amore la cui sorgente la ricevi in Dio. Semplice, disarmante e disarmata nella sua essenzialità, questa lettera arriva direttamente al cuore. Non è parola consolatoria. È evangelo, buona notizia che ti sollecita a una scelta, che ti chiede di verificare il tuo vissuto e di rendere ragione dell’amore ricevuto. Attende una risposta. E se questa risposta non è sollecitata dal contenuto della lettera, sicuramente la richiede il genere letterario con cui tale domanda è posta: una lettera enciclica, per sua natura, nutre l’intenzione di “entrare in circolo”, di suscitare un’ampia riflessione, per sollecitare al confronto e al dibattito la comunità cristiana.
Essa, per quanto legata a un mittente autorevole, non dovrebbe semplicemente essere accolta e applicata acriticamente, quanto piuttosto offrire spunti, indicare percorsi per intraprendere approfondimenti e suggerire integrazioni. Ancor più quando la lettera affronta argomenti così vasti, che vedono intrecciarsi l’identità di Dio con quella dell’umanità tutta, della chiesa e dell’affettività di coppia. Bisognerebbe recuperare il dinamismo dialogante dell’enciclica. Non imbavagliarla, trasformandola in uno dei tanti testi che arrivano nelle chiese, viene letto da pochi, catalogato e citato, di tanto in tanto, in ulteriori documenti da parte degli addetti ai lavori. Aprire il confronto è particolarmente importante in una stagione dove si discute poco e il dibattito viene schiacciato entro forme gridate che evitano i necessari distinguo, limitato nei tempi mediatici del talk show. Anche il confronto, oltre all’amore, va risollevato da terra, liberato dalle ambiguità mediatiche, per tornare a essere vera esperienza di ascolto, ingrediente della fede.

Al cuore
In questa sua prima lettera, il pastore che scrive alla Chiesa sente l’esigenza di entrare nel cuore della fede cristiana, di ribadire un punto fermo dell’identità evangelica. La data di divulgazione, a conclusione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, come ha sottolineato lo stesso pontefice, rappresenta una felice coincidenza, un segno ecumenico che rimanda alla volontà di ricercare con le confessioni, appartenenti alla stessa famiglia cristiana, un confronto ampio.
Dio è amore. Non è amorevole, amabile o amato: Dio è amore. Non un semplice attributo tra i tanti. Pretende di avere una specificità e una sinteticità nel modo cristiano di dire la fede. È un punto fermo. Colui che ha preferito consegnare la vita piuttosto che difendersi, colui che ha amato fino alla fine, anche quando è stato tradito, abbandonato e crocifisso, ci ha rivelato il cuore di Dio: il suo amore. Ma può il punto fermo della fede divenire oggetto di confronto? Si può discutere di ciò che viene presentato come indiscutibile? La sapienza cristiana vive di questo paradosso. La Scrittura apre la discussione non solo sulle materie poco chiare, ma sul cuore della fede stessa: su chi è Dio. La Bibbia, infatti, nel parlare di Dio pone il problema del rapporto tra i falsi dei e il vero Dio.
Il Dio biblico è amore e l’amore non teme il confronto: venite, discutiamone, dice il Signore. La rivelazione biblica ci attesta di un Dio vivo, partecipe delle vicende umane, delle singole storie: un Dio che discute, dialoga, ama, litiga e si riappacifica.

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