MURI

Sotto un cielo rosa

Prosegue il reportage dal Saharawi. L’attivista per i diritti umani Aminatu Haidar racconta: arresti, torture, ansia di libertà.
A cura di Anna Contessini
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L’avevo sentita nominare per la prima volta all’EUCOCO (incontro annuale di tutti i comitati di solidarietà con i Sahrawi), nel settembre del 2005. Aminatu Haidar allora versava in una situazione grave, pericolosa per la sua incolumità fisica. Attivista dei diritti umani nei Territori Occupati dal Marocco, nel Sahara Occidentale, era rinchiusa nella Carcèl Negra di El Aaioun (il carcere più temuto e più crudele), in condizioni inumane e in uno stato di salute sempre più precario. Già dal 1987: arrestata e sottoposta a torture e sevizie, questa straordinaria donna aveva subìto sulla sua carne gli orrori dell’occupante marocchino. Annoverata tra i desaparecidos sahrawi, fu tenuta segregata, malnutrita, accatastata tra altri sahrawi, alcuni morti, altri in fin di vita, bendata per quattro anni. Le veniva negato il sonno e la facevano restare ore e ore in piedi su una sola gamba. Nella famigerata Carcèl Negra è questo il train de vie dei prigionieri, specialmente quelli politici: nessun processo, nessuna notizia sulla loro sorte che trapeli all’esterno, e per Aminatu più nessuna speranza se non quella, almeno, di morire subito, prima di essere violentata.

Un racconto vero

“Quando mi rinchiusero nuovamente nella Prison Noire, nel giugno del 2005, i miei torturatori festeggiarono andando a suonare il clacson davanti a casa mia, dove c’erano i miei figli che mi aspettavano e che non sapevano ancora nulla della mia sorte”, racconta Aminatu, dopo essersi aggiustata il velo sulla testa. Oggi ha un forte dolore al capo e alle tempie, a causa dei colpi ricevuti durante l’ultimo arresto. “Fui catturata il 17 giugno 2005 mentre con un gruppo di sostenitori dei diritti umani manifestavo per le vie di Smara, per protestare contro le continue vessazioni compiute dai marocchini sui Sahrawi nei primi giorni dell’Intifada, a maggio 2005. Tutto il grande apparato delle forze militari, la polizia, la gendarmeria, i servizi di sicurezza e i GUS, ci attaccarono improvvisamente. I miei amici manifestanti e io fummo caricati dalle www.saharawi.org camionette e dalle jeep, picchiati con violenza inaudita e lasciati là in terra. Un nostro compagno, Hmad Hammad, con incoscienza e grande coraggio, riuscì a trasportare alcuni di noi all’ospedale, sistemandoci nelle sua auto. Eravamo stremati, feriti, senza conoscenza e avevamo perso molto sangue” ricorda ancora Aminatu.

“Quel nobile gesto di Hmad gli costò l’arresto immediato e la tortura pubblica, lì davanti all’ospedale. Noi fummo sommariamente medicati, ma all’uscita mi presero subito per portarmi al commissariato e per interrogarmi. Tre giorni di interrogatorio sull’attività della mia associazione: ‘Vittime Sahrawi della violazione dei Diritti Umani’. Poi saccheggiarono la sede, confiscando tutto il materiale: foto, archivi, schede, lettere, libri. Infine mi imprigionarono un’altra volta nella Carcèl Negra, con il solo torto di voler difendere il diritto inalienabile del mio popolo all’autodeterminazione e all’indipendenza, secondo quanto sancito dalle risoluzioni delle Nazioni Unite”. Imbavagliata, una volta ancora, dalla barbarie dei marocchini che, impunemente, calpestano i diritti umani, il diritto internazionale, il rispetto per la vita altrui. Aminatu è madre di due figli Hayat e Mohamed. Figlia del popolo sahrawi, è indomita e combattiva, avvolta come in una nuvola nella sua malhfa colorata, con addosso l’odore del deserto.

Color rosa

Nel mondo sahrawi il sorgere del sole dipinge di rosa dune e capre, basse casupole di mattoni e tetti in lamiera, muli legati nell’orto, tende più o meno rattoppate, tappeti messi a prender aria, taniche di plastica e copertoni usati. È una pennellata di acquarello rosa che regala poesia a tutto. Il rosa è la tinta dell’alba nel Sahara occidentale, quando l’oscurità notturna se ne va e la calura del giorno ancora non si sente. Colonne di fumo ocra alzate dal turbinio del vento nascondono la varietà di questa terra: sabbia, sassi, rocce, cespugli polverosi, piante spinose, e laggiù, come in un puzzle, tra una duna ondulata e un pezzo di cielo azzurro, ecco il popolo sahrawi, incastrato nella illimitata distesa di sabbia sassosa in cui l’occupante marocchino ha posto limiti, barriere, muri, mine, poliziotti, carcerieri, torturatori. Luogo invivibile, ma reso animato e vivo da chi vi ha saputo creare una società, nascondendo tra la polvere la propria malinconia e impastando col proprio sangue una resistenza pacifica. È qui che vive disperso il popolo sahrawi. È qui che vivono gli occupanti, con il loro muro di oltre 2000 chilometri, che ha inghiottito tutto per la famelica bulimia del “Grande Marocco”. Dall’inizio dell’occupazione marocchina, avvenuta subito dopo l’abbandono del Sahara occidentale da parte della Spagna (Accordo di Madrid del 14 ottobre 1975), circa 20-30.000 Sahrawi vivono ancora oggi nei territori cosiddetti “occupati” (cioè prigionieri, nella loro terra, dei marocchini), 10.000 nei territori liberati nelle vicinanze di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria, e tanti altri sono partiti per terre lontane e non a loro familiari: Spagna, Canarie, Cuba, Mauritania, Algeria, Portogallo. Popolo disperso, ma che ha un’identità e una grande forza d’animo che gli deriva dall’essere dalla parte della ragione e dall’avere ideali di pace.

Tra fosforo e fosse comuni

Aminatu Haidar, donna come me, madre come me, ha raccontato per l’ennesima volta la repressione quotidiana che il suo popolo subisce, il clima di terrore che si vive nei Territori Occupati, l’impudenza dell’aggressore che picchia neonati e bambini, dando prova d’una crudeltà inimmaginabile, e sottopone sistematicamente i Sahrawi difensori dei diritti umani, a intimidazioni, maltrattamenti, torture, sparizioni. “Racconto quello che vive la mia gente nei Territori Occupati – prosegue Aminatu – affinché il mondo lo sappia, perché credo invece che molti di voi lo ignorino. Il silenzio totale dell’informazione non permette di far luce sui crimini che sono stati commessi dal Marocco e sulle centinaia di vittime del vecchio re Hassan II e del nuovo re Mohammed VI, che ha continuato con la politica di cancellazione totale della collettività sahrawi. Del resto – continua Aminatu – il Marocco cominciò fin dall’inizio della sua invasione nell’ottobre del 1975, a procedere sistematicamente alla nostra eliminazione: bombe al fosforo e al napalm, uomini e donne sepolti vivi in fosse comuni, pozzi d’acqua preziosi per noi avvelenati”.

Aminatu enumera le centinaia di persone indifese e non colpevoli di alcun reato che sono sparite nelle prigioni marocchine dei territori occupati. Racconta, con voce sempre più bassa, di quanti innocenti attivisti, pacificamente riuniti per manifestazioni o assemblee, in nome del principio dell’autodeterminazione, hanno subito torture e repressioni. Aminatu aveva 20 anni quando, studentessa, decide con altri suoi compagni di manifestare per le vie di El Aaioun. Sarebbe arrivata in quei giorni una Commissione tecnica delle Nazioni Unite e i manifestanti, studenti e giovani, pensano che sia l’occasione giusta per sensibilizzare gli ospiti stranieri sui gravi episodi contro i diritti umani che le forze marocchine perpetravano. Ventiquattro ore prima dell’arrivo della Commissione, le varie forze di sicurezza marocchine sequestrano e picchiano centinaia di Sahrawi, prelevati con la forza dalle abitazioni, dalle scuole, dagli uffici, per le strade, nei negozi, e poi fatti sparire. 600 civili sahrawi, di cui 70 poi “scomparsi”.Tra questi desaparecidos, 17 sono donne, e tra di loro anche Aminatu. “Fui prelevata alle tre del mattino – continua il suo racconto Aminatu – e mi portarono via dalla mia casa, dai miei cari. Ero molto giovane allora e la mia vita s’è fermata lì, la mia giovinezza s’è interrotta alle tre di quel mattino del novembre del 1987”.

Ora Aminatu è libera. Nel dicembre del 2005, dopo 6 mesi di duro carcere, ha potuto avere almeno un processo, quasi regolare, alla presenza di alcuni osservatori internazionali, tra cui anche un avvocato italiano, e la sua pena è stata dichiarata scontata, in quanto i 7 mesi che le avevano dato dopo il suo arresto il 17 giugno 2005, si sono finalmente conclusi il 17 gennaio 2006.

“Noi speriamo in voi! Venite a trovarci nei Territori Occupati. Constatate con i vostri occhi quel che accade. Voi dovete impedire che si applichi la tortura su donne e bambini, dovete ostacolare la crudeltà marocchina che inventa sempre nuove forme per annientarci. Guardate le nostre foto, guardate come ci picchiano. Mi rivolgo a voi e vi dico che la mia voce è quella di tanta gente che non può più gridare i propri diritti! Levo la mia voce per i tanti Sahrawi sadicamente torturati: ammassi di ossa e carne che nulla hanno più di umano, alle centinaia di nostri fratelli scomparsi, imprigionati, morti”. 

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