Profeti ridotti al silenzio

Dio era con Romero al momento del suo assassinio?
E con gli ebrei morti nella Shoah?
Interrogativi e riflessioni dal mondo ebraico sul significato di martirio.
Marc Ellis (Direttore del Centro di Studi Ebreo-Americani, Baylor University - USA)

Ogni mattina comincio la giornata con le mie preghiere e concludo con lo Shemà Israel (Ascolta, Israele). Come moltissimi ebrei, lo recito da quando ero un bambino: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai, te li legherai alla mano come un segno e ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6,4-9).

L’affermazione di Dio, l’affermazione del patto è anche la preghiera del martire, la preghiera che gli ebrei recitano poco prima della loro morte. Essendo cresciuto all’ombra della Shoah, ho saputo che lo Shemà era la preghiera del martire prima di sapere dove trovarlo nella Torah; il cui contesto originario veniva trasportato in qualche modo in un tempo e in un momento differenti. Questa preghiera mi è stata insegnata come un atto di memoria per coloro che sono morti nella Shoah e per me, qualora io mi trovassi nella stessa situazione.Come nel caso di coloro che morirono nella Shoah, queste potrebbero essere le mie ultime parole sulla terra.

Cristianesimo costantiniano
Nel 1980 ho pensato alloShemà quando ho sentito che l’arcivescovo Romero era stato assassinato e così, spontaneamente, l’ho recitata. A quel tempo, mi trovavo in Nord America, presso la congregazione di Maryknoll. Due religiose di quella congregazione erano state martirizzate nel Salvador appena qualche mese prima. Le persone di Maryknoll conoscevano bene queste donne come compagne e amiche. Avevo studenti nel Salvador e alcuni di loro conoscevano l’arcivescovo Romero. Avevo appena incontrato Gustavo Gutierrez e altri che facevano parte di quel cammino. Cominciavo a immergermi nel mondo della “Teologia della Liberazione”, un mondo che poneva l’accento sul Dio della vita. Era anche un mondo di morte. C’era un Dio della morte? Come alcuni hanno scritto, il Dio della morte era un non-essere adorato dai potenti, una forma di idolatria. Il Dio della vita, il Dio reale e vivente, era l’unico che spingeva i poveri e gli emarginati a lottare per una vita che fosse più vita e che fosse migliore. Coloro che sono morti in quella lotta hanno sfidato la morte; sono stati abbracciati e fatti risorgere dal Dio della vita; anche nella loro morte hanno seminato più vita nel mondo. A Maryknoll stavo recitando la preghiera del martire come un bambino, come un lamento per coloro che erano morti e per la mia vita, come memoria e possibilità. Ma, come ebreo, ero preparato all’esistenza del martirio nel nostro tempo e, cosa ancora più sorprendente, di fronte a una religione che per più di mille anni aveva inflitto il martirio al popolo ebraico?
Ben presto – nei primi anni Ottanta, quando forte era la pressione della presidenza Reagan in Centro America – il dibattito ha visto su fronti contrapposti coloro che vedevano le suore di Maryknoll e Romero come martiri e coloro che li vedevano come sognatori utopisti che avevano oltrepassato la linea rossa della politica. Io non ho partecipato a questo dibattito. Però mi sono fatto delle domande sulle incredibili trasformazioni del Cristianesimo negli ultimi decenni, in primo luogo sulla questione degli ebrei e ora sulla difesa dei poveri. Il Cristianesimo costantiniano – mi domandavo – era stato soltanto una fase della storia cristiana, che era durata per più di mille anni e sembrava intrinseca alla sua esistenza? Questa fase era finita o si trattava ora di una nuova guerra civile all’interno del Cristianesimo, una guerra sull’autentico significato della testimonianza cristiana? Fase o guerra che fosse, l’esito era incerto. Dopotutto, i governanti governavano; coloro che stavano all’opposizione venivano celebrati come martiri. Dio ha ricevuto la loro testimonianza? La loro era una testimonianza della profondità della loro fede e della loro umanità? Il cristianesimo poteva celebrare i suoi martiri in modo trionfalistico come quando celebrava le sue conquiste?
I miei ricordi sono andati a coloro che sono morti nella Shoah e all’interrogativo se essi fossero vittime o martiri. Dopotutto, si suppone che i martiri possano scegliere la loro testimonianza di fede e abbiano la possibilità di ritrattare o persino di convertirsi. Coloro che sono morti nella Shoah non avevano questa possibilità e sono stati assassinati a prescindere dal fatto che avessero o non avessero la fede. Sono stati assassinati perché erano ebrei. Dio era con gli ebrei che morirono a milioni? Dio era con le suore e con Romero quando vennero brutalmente assassinati?
Con Romero è chiaro: la sua visione religiosa lo ha guidato fino alla fine. Non si sa se Dio fosse con lui. Egli ha affermato in modo meraviglioso, tragico, tormentato, di sapere che Dio era con lui e con il popolo del Salvador. Lo aveva detto spesso nei suoi ultimi giorni: “Devo dirvi che non credo nella morte senza Risurrezione. Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”. Questo non era un pensiero vano, che mistificasse e trasformasse la morte nella vita a costo zero; e non era un ripensamento. Piuttosto, quanto diceva era molto duro, profondamente politico e religioso allo stesso tempo, un’affermazione della sua autorità e dell’autorità della Chiesa.

L’Ebraismo
Che cosa posso dire ai miei figli ora che i martiri sono cristiani per la loro fede e per la loro umanità, e ora che, con il nostro potere ritrovato, gli ebrei stanno creando martiri? Quando ho cominciato a scrivere ciò che poi sarebbe diventato Toward a Jewish Theology of Liberation, mi sono reso conto del ruolo di Israele, in termini militari e di sicurezza, nelle dittature delle Americhe. Ho anche appreso la stretta relazione di Israele con l’apartheid sudafricano, relazione attraverso cui Israele e il Sudafrica, insieme, hanno studiato e sviluppato le armi atomiche e nucleari. Ho scoperto queste alleanze mentre studiavo le origini dello Stato di Israele, la cacciata dei palestinesi nel 1948 e la continua espansione di Israele dopo il 1967. Se rivelare questi fatti imbarazzanti a metà degli anni Ottanta era difficile, in retrospettiva quello sembra essere stato quasi un tempo di innocenza. Oggi l’espansione di Israele è al suo culmine, dato che il Muro [di separazione con la Cisgiordania – N.d.R.] circonderà e ghettizzerà il popolo palestinese.
Negli anni Ottanta ho anche visitato Israele molte volte, ed è stato a quel tempo che ho cominciato a muovermi tra i palestinesi. Lì, sotto l’occupazione, la vita palestinese era segnata dalla violenza perpetrata dagli ebrei in Israele. Gli ebrei statunitensi – in generale – hanno legittimato questa violenza con una storia di innocenza e di redenzione ebraica. Era la stessa innocenza e redenzione che i cristiani usavano come scudo per la loro violenza contro gli ebrei europei, ma anche, contro le altre regioni del mondo, nella conquista delle Americhe? Mi hanno portato in alcune case a Gaza e nella Cisgiordania dove erano caduti dei bambini, assassinati dai soldati israeliani per aver lanciato pietre, per aver resistito alla demolizione delle case o persino per aver urlato contro l’assassinio di un membro della famiglia. Lì mi sono seduto con le famiglie, spesso numerose e povere, circondato dai ritratti incorniciati dei loro figli, assassinati – eh, sì, martirizzati – da Israele. Mi sono chiesto se questi, che per i palestinesi erano martiri, lo erano anche per me. Erano iscritti nella mia storia, parte della storia ebraica che io racconto, in modo tale da rendere impossibile la separazione tra ebrei e palestinesi?

Il ruolo dei martiri profeti
I martiri sono i profeti ridotti al silenzio, circondati dalla violenza, condannati. Il profeta dal destino segnato è un altro modo per guardare alle donne cattoliche e allo stesso Romero, o a ciò che di profetico è in essi contenuto e che lotta per esprimere una verità che sopravvivrà nella storia, nella storia del popolo, come un seme per le generazioni di profeti che devono ancora venire. Martin Buber, grande figura religiosa ebraica, comprese questo molto bene quando parlò della costellazione di profeti che illumina la storia. Le suore di Maryknoll e Romero, di Buber e del lottatore contro il razzismo, e per questo assassinato, Martin Luther King, e i cristiani, gli ebrei e i musulmani di retta coscienza – di tutte le fedi e le comunità che si sono succedute nella storia – sono la voce dei profeti condannati e della profezia che non morirà mai. È necessario ricordarli per quello che sono stati e per come le autorità politiche e religiose hanno tentato di controllarli, li hanno derisi, e li hanno condannati. Questo rappresenta il nostro contributo alla profezia e il fondamento della nostra chiamata. Ma i martiri profeti non sono nulla se restano soli; perciò non possono e non devono restare soli. I martiri profeti devono vivere nelle tradizioni che, sebbene frammentate e lacunose, rimangono come memorie di sovversione; memorie di una chiamata e di un destino, memorie di un’altra via.

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