DIBATTITO

Buona pace. Alle stellette

Il pacifismo italiano di fronte a missioni di interposizioni. Targate ONU. Ma militari. E in zone di guerra. Si è aperto il dibattito con posizioni molto diverse. Un confronto tra Enrico Peyretti, Flavio Lotti, Raffaella Bolini, Fabio Corazzina.
A cura di Rosa Siciliano

Militari in missione? Polizia internazionale? Il movimento per la pace si interroga e si divide, si confronta e si anima di fronte all’invio di militari in Libano. Non un dibattito alimentato per puro esercizio di intelletto, ma una questione nodale emersa in questo momento storico e che va colta come pretesto per una crescita reale del pacifismo italiano. Perché i “Libano” del mondo, oggi come – purtroppo – domani, sono tanti. Più di quello che si pensi.Abbiamo chiesto ad alcuni rappresentanti del pacifismo italiano di confrontarsi, in esclusiva per “Mosaico di pace”, sul tema scottante del movimento per la pace e le missioni militari.

Cosa pensa il pacifismo italiano dell’invio dei militari in zone di guerra?
Enrico Peyretti
: Vedo due posizioni: intransigenti e “politici”. I primi, in nome di pacifismo e nonviolenza assoluti, vedono gli interventi come partecipazione alla guerra unica dell’Occidente in Asia. I secondi cercano anche vie politiche per il superamento della regola nefasta della guerra infinita e valorizzano l’intervento ONU in Libano (diverso dai precedenti, accettato dalle parti, per la prima volta da Israele) come sostitutivo dell’azione unilaterale illegale di Usa e soci, platealmente e sanguinosamente fallita.
Flavio Lotti: Noi abbiamo sempre contestato la partecipazione dell’Italia alle guerre nel mondo. Se parliamo di guerra, questa è vietata dalla nostra Costituzione e dalla Carta dell’ONU e quindi l’Italia non può prendervi parte. È ovvio che, in tal caso, non solo i pacifisti ma tutti devono rispettare la Costituzione e la Carta dell’ONU. Altra cosa è l’utilizzo di militari nell’ambito di missioni delle Nazioni Unite, vale a dire di missioni organizzate e gestite direttamente dalle Nazioni Unite.
Fabio Corazzina: È evidente, all’interno del movimento per la pace italiano i pareri sono diversi, e le motivazioni che sostengono le varie tesi (solo Corpi Civili di Pace o DPN, misto civile militare, polizia internazionale sotto egida ONU, ruoli distinti fra militare e civile...) sono altrettanto diverse e per nulla scontate. Accettiamo questa complessità e trasformiamola in occasione di approfondimento e in ricchezza progettuale. Io credo che, come movimento, non possiamo appoggiare e sostenere l’uso e l’invio di militari. Non credo sia il nostro compito. A noi spetta chiedere e collaborare in tutti i modi possibili perché la componente civile di pace nelle missioni, che vedono anche l’Italia protagonista, sia effettivamente voluta, progettata, finanziata, preparata e inviata nei territori in conflitto. Soprattutto la componente civile sia impiegata in termini preventivi, un compito ben lontano dalle agende politiche nazionali e internazionali sempre più centrate su sicurezza, difesa e contenimento.
Raffaella Bolini: Ci sono opinioni diverse, che esprimono i diversi filoni culturali in cui si articola il pacifismo italiano. Per quanto riguarda l’Arci, in tante occasioni negli anni scorsi abbiamo implorato la comunità internazionale di inviare truppe di interposizione a protezione della popolazione civile in diverse aree di conflitto e per dividere contendenti in armi. Ovviamente ciò deve avvenire in presenza di condizioni molto precise: comando effettivo delle Nazioni Unite, mandato e regole di ingaggio chiare e trasparenti. Noi, dunque, consideriamo in modo del tutto diverso le truppe inviate a sostegno delle occupazioni in Iraq e in Afghanistan e l’invio della forza di interposizione che per ora si prefigura in Libano.

Militari e civili nella difficile opera di mediazione dei conflitti in corso: quali ruoli e quali differenze?
Enrico Peyretti
: Certo, i militari hanno oggi un ruolo, non i civili, salvo i volontari già da tempo attivi in zone di conflitto, in numero ovviamente insufficiente. Il militare, per cultura, formazione, strumentazione, non è mediatore di pace; al massimo si interpone. La mediazione deve disporre di Corpi Civili di Pace, riconosciuti, istituiti, finanziati, addestrati come un bene pubblico, in numero consistente, con fondi distolti dalle spese militari. Nel futuro che vogliamo sostituiranno gli eserciti. La legislazione italiana offre già punti d’appoggio, se si capisce e si vuole. L’azione civile è infinitamente meno costosa, più dignitosa, più efficace dell’azione militare e non compie i danni che il militare produce nell’animo profondo dei popoli, per generazioni. Proposte sapienti di soluzioni giuste, che la diplomazia deve raccogliere, vengono dalla cultura scientifica e morale di pace, come i progetti precisi di Galtung e di Samir Khalil Samir.
Flavio Lotti: I conflitti – per essere prevenuti, gestiti e risolti – hanno bisogno innanzitutto della politica. Se ci deve mai essere un utilizzo dello strumento militare questo non può che essere sotto il diretto controllo della politica. Circa il rapporto tra militari e civili, io credo che ci sia una separazione molto netta. Ogni compromissione o confusione tra queste due dimensioni è assolutamente negativa. Di tutt’altro parliamo se pensiamo invece al Libano: la missione italiana in Libano è forse la prima missione dell’ONU con le caratteristiche importanti di interposizione e di costruzione della pace, dove la componente civile è un elemento importante. Anzi direi è una delle condizioni per il successo della missione stessa. È evidente che entrambe le dimensioni – civile e militare – devono rispondere a una gestione politica.
Fabio Corazzina: La stampa e i mezzi di comunicazione non hanno certo perso l’occasione per rilanciare l’idea, che si vorrebbe consolidata, degli eserciti di pace, e del militare italiano “buono e pacifico”. La strategia è fatta di piccoli ma costanti passi che giustificano le “stellette al servizio della pace”. Questa strategia della militarizzazione della pace e dei processi di pacificazione mi preoccupa molto. Sono per la scelta di una chiara divisione di competenze, metodi, obiettivi e presenze fra militare, umanitario e Corpi Civili di Pace che sperimentano una strategia di difesa popolare nonviolenta e prevenzione dei conflitti. Mi pare, inoltre, che la componente militare delle missioni all’estero voglia trasformare pian piano la cooperazione e l’umanitario in mezzi per giustificarsi o peggio ancora se ne serva per interfacciare la propria presenza e presentarsi alla popolazione. Il militare più che mediare i conflitti li contiene, evita il degenerare ulteriore della situazione. La mediazione è fattore politico, diplomatico, culturale, educativo, spirituale... qui il militare ha decisamente poco da fare.
Raffaella Bolini: Quando si arriva ad aver bisogno dei militari, vuol dire che la comunità internazionale non ha voluto o non è riuscita a prevenire i conflitti. I militari, a quel punto, vanno utilizzati per il loro ruolo specifico: e cioè essere capaci di minacciare l’uso della forza (ricorrendo a essa il meno possibile). Quando si ha a che fare con eserciti occupanti, governi guerrafondai, milizie sanguinarie la minaccia dell’uso della forza può essere l’unico linguaggio che si riesce a far capire. Il lavoro dei civili è tutt’altro: sostenere e aiutare la popolazione civile, cercare di costruire le basi per il dialogo e la ricostruzione della pace, monitorare il rispetto dei diritti umani. I militari possono garantire per una fase il cessate il fuoco, ma la pace va costruita dalla politica e dalla società civile.

Missioni all’estero compiute da militari sotto l’egida dell’ONU: tutto purché sotto l’ONU o tutto per un ONU disarmato?
Enrico Peyretti
: L’ONU esiste per abolire la guerra (v. Prologo della Carta), non per mettere un cappello azzurro agli eserciti. La guerra è tra fazioni, non può essere tra l’intera comunità dei popoli e alcuni di essi. Ammettiamo azioni armate di polizia sotto comando davvero internazionale, non azioni di esercito e guerra. La differenza è essenziale, ed è quella che corre tra forza costruttiva e violenza distruttiva, tra armi leggere per impedire la violenza e armi pesanti che la raddoppiano. Ma l’ONU deve sviluppare le forze civili (v. “Agenda per la Pace”, 1995), istruite professionalmente per prevenzione, assistenza, mediazione e riconciliazione, a fianco dei popoli che sono il bersaglio delle guerre attuali. L’ONU non è solo polizia: è politica planetaria, e la politica è essenzialmente disarmata.
Flavio Lotti: Vorrei chiarire alcuni elementi espressi a mio parere in modo confuso nella domanda. L’egida dell’ONU dovrebbe essere distribuita con sempre maggiore rigore e parsimonia. Non sono d’accordo con coloro che ritengono che l’ONU debba decidere a quale organizzazione dare il mandato, una volta alla NATO, altre volte a diverse organizzazioni spesso create ad hoc, perché poi queste agiscano in totale autonomia. Nel caso del Libano, si tratta di una missione dell’ONU, non compiuta sotto l’egida dell’ONU. È una missione realizzata e gestita direttamente dall’ONU, diretta sotto la propria esclusiva responsabilità. È sua la gestione politica della missione e in particolare ricade sul segretario generale dell’ONU. Bisogna stare attenti a non fare confusione, perché nella confusione non si costruisce una cultura della pace. Un’ONU disarmata vuol dire l’abolizione totale degli eserciti. È come dire un’Italia senza polizia. Un bel sogno che possiamo continuare a coltivare, ma credo che il pacifismo e la nonviolenza debbano cercare di camminare nella storia e quindi debbano guardare alla realtà. Quello che dobbiamo eliminare sono gli eserciti. Al loro posto ci può e ci deve essere una forza di polizia internazionale che cerchi di far rispettare il diritto internazionale e i diritti umani. Un diritto – ripeto – che esclude la guerra dagli strumenti della politica.
Fabio Corazzina: La strategia nonviolenta è fatta di “passo dopo passo” non del “tutto e subito”. L’ONU nasce per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” non per aprire corridoi umanitari o decretare cessate il fuoco. Quindi il nostro è un impegno “passo dopo passo” per una politica internazionale che attraverso un’adeguata riforma dell’ONU prevenga i conflitti, scelga la via del disarmo, non difenda interessi di parte ma il bene dell’umanità “una”, dia radici al cap. VI della Carta dell’ONU e non solo al VII. Una politica che (come suggerisce il documento di Pax Christi International inviato all’ONU in data 18 agosto 2006) chiede una Alta Commissione di Inchiesta per individuare tutte le violazioni al diritto umanitario internazionale commesse da tutte le parti in conflitto e anche da coloro che hanno armato e sostenuto tutte le parti in conflitto, che chiede di porre le vite e i diritti umani prima delle decisioni politiche, che chiede di esaminare i tipi di armi usate e la loro conformità alla legge internazionale, che chiede di implementare tutte le risoluzioni dell’ONU riguardanti il Medio Oriente e di ricercare una soluzione politica di lunga durata per il conflitto, che sostiene tutti coloro che scelgono il dialogo, l’azione nonviolenta, la negoziazione e gli sforzi per costruire la pace, che chiede la convocazione di una Conferenza Internazionale per la Sicurezza e la Cooperazione per avviare un processo di pace nella regione coinvolgendo tutte le parti in causa compreso Hamas, gli Hezbollah e i palestinesi rifugiati in seguito alla diaspora, che apertamente chieda di porre fine alla occupazione della Palestina.
Raffaella Bolini: Quando si arriva a dover ricorrere ai militari, è fondamentale che essi siano espressione dell’impegno della comunità internazionale, e delle sue istituzioni, per la pace. Devono essere sotto il comando dell’ONU e devono avere un mandato coerente con una missione di pace. Sappiamo bene che l’ONU in questi anni non ha brillato, nella gestione di operazioni di questo genere. Ma il mandato all’ONU lo danno gli stati membri e quindi le responsabilità degli errori appartiene a loro. Gli Usa per anni ha fatto il possibile per costringere l’ONU all’inazione o ad azioni sbagliate per dimostrare che se ne poteva fare a meno. È ovvio che se l’ONU riuscisse a recuperare un ruolo politico e diplomatico adeguato, sempre meno servirebbero i soldati all’estero perché i conflitti bisogna prevenirli.

Nel movimento per la pace stanno emergendo, sul tema delle missioni all’estero, diversità di vedute e di opinioni. Frattura o crescita di opinione e di coscienza collettiva?
Enrico Peyretti
: Non è frattura se rimane chiaro l’obiettivo: la pace, frutto di giustizia economica e giuridica, abolizione di strumenti criminali come i grandi armamenti e del diritto di guerra, gestione nonviolenta dei conflitti. La via verso l’obiettivo può essere più appassionata e intransigente, o più paziente nell’accettare la legge dell’azione storica per passi graduali, nel possibile e nel necessario, ma ben orientati. Passione e ragione sono le due gambe, ora avanti una ora l’altra. Capirsi e coordinarsi è segno di maturità del movimento.
Flavio Lotti: Penso che questo dibattito sia estremamente importante e positivo. Credo che registri anche un certo ritardo perché su questi temi nella Tavola della Pace e nel coordinamento degli Enti Locali per la Pace stiamo discutendo e avanzando proposte dal 1992. Molti lo sanno, ma hanno fatto finta che questo tema non esistesse e oggi si trovano ad affrontare una situazione nuova come quella che si è creata nel sud del Libano e in qualche modo si sentono inadeguati ad affrontare questa nuova situazione. Non si può affrontare ogni nuovo conflitto cercando di applicare gli stessi criteri mentali, lo stesso modo di pensare precedente. Ogni situazione, e questa in maniera particolare, ha delle caratteristiche nuove che ci richiedono anche un nuovo modo di pensare. È bene che si discuta e che lo si faccia apertamente e spero anche con la disponibilità di ragionare e di rimettere in discussione i propri punti di vista, senza pretendere di piegare la realtà ai propri schemi o ai propri desideri.
Fabio Corazzina: Vorrei solo ricordare che il movimento per la pace è, con tutti i limiti che possiamo elencare, vivo, dialogico, concreto e in forte ricerca. In questi mesi mi pare decisamente cresciuta la qualità e ampiezza del dibattito interno al movimento e con gli interlocutori politici, sociali e religiosi che incontra sulla sua strada. Questa è vita, concreta passione e resistenza forte alla riduzione di un ampio lavoro a semplicistici e riduttivi slogan, tipo “militare si o militare no?”. Accettiamo questa complessità, così come concretamente accettiamo la complessità delle situazioni che ci interpellano e non trovano in noi soluzioni complete e definitive.
Raffaella Bolini: Credo che queste differenze, se prese seriamente, facciano onore al pacifismo italiano che è complesso e formato da tante aree culturali, politiche, etiche diverse. Ciascuna di esse ha una storia, una elaborazione profonda. C’è un pacifismo nonviolento puro, che rifiuta in ogni caso l’uso della forza. C’è una nonviolenza che in casi estremi non lo esclude, come male minore rispetto al perdurare di conflitti armati e delle sofferenze. È una tensione culturale e politica che si articola in molti modi e che merita approfondimento, dialogo e confronto fra le diverse opinioni. Di questo stiamo parlando, e veramente è un’offesa ridurre tutto il dibattito sulla missione militare in Libano alle sindromi da governo amico o nemico.

Il rapporto tra pacifismo e istituzioni sta cambiando volto. Si lavora insieme, si progetta e si avanza nella costruzione di un’Italia più democratica. Questo da un lato (o ad alcuni) offre motivi di speranza, da un altro (o ad altri) timori e perplessità. Cosa ne pensa in merito? Come legge la fase di lavoro e di impegno attuale del pacifismo?
Enrico Peyretti
: La pace non è volontariato: deve essere istituzione, politica. È falso che saper fare la guerra sia necessario per saper governare (come fu detto nel 1999). È vero il contrario: la politica è pace, paziente, costruttiva, ma pace; altrimenti non è politica, ma crimine. Il movimento per la pace, per passare dalla retorica alla politica, deve saper criticare i governi, fronteggiarli fino alla disobbedienza civile, ma deve altrettanto riconoscere i tentativi migliori, quando ci sono, sempre vigilando su rischi e ricadute, e soprattutto su quale cultura del conflitto è presente nel popolo e nella classe dirigente: nonviolenta e vitale o bellico-mortale?
Flavio Lotti:Penso che la collaborazione tra la società civile e i movimenti e le istituzioni sia molto maturata a livello locale, nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni. A livello di governo non parlerei di questo stesso tipo di collaborazione che è tutta da realizzare. Oggi possiamo registrare una sintonia e una convergenza di obiettivi su alcune questioni, ma molte altre restano assolutamente ancora irrisolte, nemmeno oggetto di confronto. L’obiettivo di una vera collaborazione, tra il movimento per la pace e le istituzioni nazionali resta ancora lontano. Basti pensare che abbiamo scritto una lettera al presidente del Consiglio Romano Prodi e al ministro degli Esteri Massimo D’Alema all’indomani della costituzione del nuovo governo per avere un incontro ravvicinato e per costruire un tavolo di lavoro comune e purtroppo a oggi il presidente del Consiglio non ha nemmeno risposto e il ministro D’Alema ci riceverà nei prossimi giorni, ma con un ordine del giorno limitato al Medio Oriente e non riguardante il complesso della politica estera italiana come avremmo voluto.
Fabio Corazzina: È positivo il fatto che la stagione attuale ha visto aprirsi un dialogo e un confronto più serrato e continuo fra la componente del governo e il movimento per la pace, che sappiamo bene non è univoco e unidirezionale. Buona cosa, ma in questa stagione dovremo anche affinare la modalità di questo dialogo. Non spetta al movimento per la pace sostenere il governo e nemmeno coprire il ruolo di portavoce del governo. Al movimento, invece, compete mantenere una interlocuzione “alta” non solo con il governo ma anche con il parlamento (cosa che a volte dimentichiamo) sui temi che in questi anni ci hanno visto lavorare insieme: diritti umani, legalità, economia di giustizia, immigrazione, disarmo, smilitarizzazione dei territori, educazione alla pace, partecipazione democratica, difesa nonviolenta, ONU dei popoli, dignità della società civile, temi mediterranei...
Raffaella Bolini: Noi, che crediamo profondamente nell’autonomia dei movimenti e dell’associazionismo, pensiamo però che autonomia non voglia dire separatezza o paura del confronto e della collaborazione. Anzi: si è tanto più autonomi quanto non si ha paura di perdere la propria identità nella relazione con gli altri, istituzioni comprese. Bisogna che questo rapporto sia franco, trasparente, rispettoso delle differenze di ruoli, che non crei collateralismo o dipendenze. Siamo ben felici del Tavolo sul Libano aperto presso il ministero degli Esteri, che è impostato in modo del tutto opposto a come fu organizzata Missione Arcobaleno.

Alcuni obiettano che nell’attuale fase del pacifismo ci sia poca autonomia rispetto alle istituzioni politiche. Cosa risponderebbe lei rispetto a tale obiezione?
Enrico Peyretti
: Autonomia ideale, visione intera, e responsabilità storica, nella gradualità storica, devono convivere, con saggezza. Il mio giudizio è che in questo momento una seria presa di responsabilità storico-politica non riduce né compromette l’autonomia. La distanza culturale è grande: il 98% della classe politica, con belle singole eccezioni, ha un’idea della pace solo negativa: non faccio guerra io, ma se mi attaccano non c’è altro da fare!..Pensano che si faccia pace anche coi mezzi della guerra. Sono analfabeti della pace. Già i metodi della politica sono bellici: forza del numero; ambizione più che dedizione. Sarà dura, ma tocca alla cultura di pace istruire una classe politica adeguata ai rischi e alle opportunità del mondo.
Flavio Lotti: Il fatto che ci sia qualcuno che sente puzza di consociativismo non sta né in cielo né in terra. A me pare che chi avanza questo tipo di preoccupazione sia più interessato a difendere il proprio orticello che a cercare di affrontare i veri problemi per i quali abbiamo sempre cercato di lavorare con serietà, impegno e generosità senza fare sconti a nessuno.
Fabio Corazzina: Siamo intontiti dalla vertigine di questa nuova stagione che ci vede partecipare come movimento a tavoli di interlocuzione politica alta, a incontri con ministri, a richieste di collaborazione, consulenza, partecipazione. A noi, come movimento, la sfida di trasformare in progetto concreto, cammino quotidiano, verifica costante questa possibilità. Con una attenzione particolare a non dimenticare che la stagione del dialogo politico deve ritrovare la sua dignità anche a livello locale (Regioni, Province, Comuni, Enti locali, ...) qui probabilmente la concretezza è maggiore, la verifica più serrata, la partecipazione, possibile. Credo che il movimento debba anche riscoprire la dignità del proprio cammino e la specificità della propria presenza. Democrazia e partecipazione si giocano su piani diversi, cioè della politica, dell’economia, della convivenza sociale, del patto educativo, dell’incontro religioso, del rapporto generazionale o di genere, del percorso multiculturale. Forse il salto qualitativo del movimento sul piano politico, anche in termini di autonomia e partecipazione piena, è il ritorno ad abitare il territorio in cui si vive con le contraddizioni, le risorse e le possibilità che offre. Agire locale e pensare globale ha poco a che fare con la ricerca di consensi e la brama di potere, ha piuttosto il dolce sapore della gratuità o del dono e di una politica che, come Paolo VI ci ha insegnato, è appassionato e responsabile amore e servizio per questa umanità, per questa terra, per questa storia.
Raffaella Bolini: Penso di aver già risposto. L’autonomia si fonda sulla capacità di contestare qualunque governo quando fa scelte sbagliate, ma anche di apprezzare scelte positive quando vengono realizzate. In Libano il Governo italiano ha aiutato la comunità internazionale a fare una scelta di discontinuità rispetto all’unilateralismo di Bush e alla logica della guerra permanente. Lo spazio che si è aperto però è molto a rischio, e può richiudersi se non sarà riempito da una grande e rapida iniziativa politica, capace di affrontare seriamente la questione nazionale palestinese, che è la madre di tutti i conflitti. Per questo c’è bisogno che la società civile non stia a guardare, ma scenda in campo e incalzi la politica con proposte e mantenendo alta la tensione politica e etica nel Paese.

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