Alcune riflessioni sul Partito Democratico

27 novembre 2007 - Giovanni Bianco (docente in Dottrina dello Stato)

Un intenso dibattito ha accompagnato la nascita del nuovo soggetto politico del centro-sinistra, il Partito Democratico.
Molte opinioni sono state avanzate, alcune con eccessiva enfasi, altre con una critica troppo affrettata.
Prendendo le distanze sia dalle prime che dalle seconde, si deve cercare di compiere un’analisi serena e distaccata in grado di cogliere i più importanti nodi controversi dell’attuale transizione politica.
Una prima domanda da porsi è sul se fosse necessario giungere ad una fusione tra i Democratici di Sinistra e “La Margherita”.
La risposta non è assolutamente scontata, chi scrive propende per una risposta negativa.
Si poteva scegliere una strada gradualista, passare per la tappa transitoria della federazione tra due diversi partiti politici, evitare “fusioni fredde” tra apparati, per poi giungere al partito democratico, ma con una più solida legittimazione democratica, che invece non vi è stata, nonostante il ragguardevole risultato delle primarie.
La politica non è, e non può essere, il luogo privilegiato delle scorciatoie o di astratte sintesi che non muovono “dal basso”, dalle masse, dai momenti necessari ed indispensabili della democrazia.
Quanti sono oggigiorno i cittadini-elettori che hanno perfettamente compreso la necessità di un nuovo partito politico, che intende collocarsi a sinistra, ma secondo alcuni suoi laeders è, viceversa, più di centro che di sinistra? E che disputa è mai questa? Non è forse, in un’ottica teorica più ampia, il portato della “crisi della politica”, che si allarga a vista d’occhio tra soggettività labili ed esangui?
Ed il P.D., inoltre, resta un “partito di massa”, nel senso classico del termine, o, al contrario, visto anche com’è nato, si avvia a diventare un “partito di quadri” e di “apparati”?
Una seconda questione concerne il programma e la collocazione politica dello stesso P.D.
Su alcuni temi fondamentali della vita politica il nuovo partito è “multidirezionale”. Si ponga mente alle più laceranti tematiche sulla laicità dello Stato o sulla difesa e l’attuazione dei diritti sociali, o, anche, alle questioni di politica estera ed al valore della pace, ai diritti degli immigrati.
Ebbene, su siffatti argomenti esistono molte e variegate posizioni, così distanti tra loro da far dubitare dell’esistenza stessa di un partito. E non esistono né un programma chiaro né precise priorità.
Paradossalmente, una così incredibile molteplicità di punti di vista deve quantomeno portare alla costituzione di correnti d’opinioni. Viceversa, i laeder più rappresentativi del neonato partito
parlano, con una certa esagerazione, di opportunità politica dell’unità delle diverse componenti.
Ma qual è il costo di questa “instabile unità”? Essa non è un’aspirazione che finirebbe inevitabilmente per sacrificare le minoranze, e nel caso di specie la sinistra del P.D., così favorendo una “reductio ad unitatem” asfittica ed una ricomposizione “al centro” della dialettica interna al partito stesso?
Insomma, il P.D. non è e non può essere un partito del “leader”,che si affida alle capacità di mediazione del suo segretario, un “partito contenitore” che supera le sue antinomie grazie all’abilità di un demiurgo.
Una terza querelle non trascurabile è quella delle future alleanze del soggetto politico in questione.
Anche su tale punto si sono proposte soluzioni dal respiro breve e non attuabili.
Se il P.D. nasce a sinistra non può fare a meno di ricercare “equilibri politici avanzati”, che non possono in alcun modo prescindere da un dialogo con le forze politiche che si collocano a sinistra del P.D. stesso. Confronto, quest’ultimo, che significa arricchimento in vista di una strategia di governo comune ed alternativa rispetto al centro-destra ed al berlusconismo.
Non serve perciò, porre steccati a sinistra, ma viceversa, è opportuno trasformare, sia pure per fasi, in “forze di governo” i partiti della c.d. “sinistra radicale” (almeno alcuni di essi), che hanno una presenza diffusa ed un consenso significativo nel Paese.
Così si può ravvivare il P.D., anche per il tramite del movimentismo cattolico ed ambientalista e spingerlo ad essere un partito della sinistra riformista europea.
Sembra quasi che l’eccessiva preoccupazione di dover “catturare” i voti del centro faccia dimenticare che un centro-sinistra in espansione non può non fare i conti con la sua ala sinistra, che, pur con i suoi eccessi, costituisce una risorsa da utilizzare e da convogliare e non da isolare.
Quindi l’idea, pure sostenuta da “Civiltà Cattolica”, di un P.D. che alle prossime elezioni politiche può “correre da solo”, sganciandosi dai suoi alleati di sinistra, oltre che essere politicamente infruttuosa ed impraticabile, sembra voler auspicare l’avvento di nuovi equilibri politici, spostati al centro rispetto agli attuali.
Una quarta tematica è quella spinosissima della collocazione europea ed internazionale del P.D.
E’utile ribadire che sul punto non si sa bene quale essa sia e quale sarà.
Parti consistenti della Margherita si oppongono ad una entrata del P.D. nel P.S.E., così confutando l’opposta opinione dei D.S., che hanno sin dalla loro fondazione aderito al partito del socialismo europeo.
Romano Prodi ha annunciato che vi sarà un rapporto stretto con i socialisti europei e si farà in modo di far cambiare nome a questi ultimi. Rutelli e Letta, il più moderato tra i candidati alle primarie, sul punto o sono evasivi o auspicano un’autonomia del P.D. rispetto al P.S.E., magari strizzando l’occhio ai democratici americani. Veltroni, invece, ricorda la necessità di un rapporto privilegiato con il Partito socialista europeo, pur raccogliendo un consenso così vasto da includere idee differenti sul rapporto con il P.S.E.
Insomma, siamo di fronte ad una molteplicità di tesi e di congetture, alcune delle quali non tengono proprio in considerazione la specificità del sistema partitico italiano e l’indispensabile collocazione europea del P.D. stesso. Come si può immaginare un partito di “sinistra-centro” in Italia, diviso in due tronconi nel Parlamento europeo, e quindi sprovvisto di un’identità politica stabile e certa sul piano sovranazionale?
Un quinto argomento riguarda il rapporto tra il P.D. ed il sistema politico italiano, anche con specifica attenzione alle aree politiche regionali.
La nascita del P.D., com’è stato scritto, è stata soprattutto opera dei vertici di due partiti del centro-sinistra. Essa ha avuto conseguenze eterogenee a seconda delle aree geografiche considerate.
Se nel nord e nel centro una caratterizzazione progressista del P.D. è più facilmente individuabile, per una serie di elementi – la considerevole percentuale di consensi intorno ai D.S., la diffusa presenza dei movimenti e dei sindacati, la forte critica della presenza leghista e delle amministrazioni locali gestite dal Polo delle Libertà -, lo stesso non può dirsi nel centro-sud.
In queste ultime regioni si sono verificate confluenze del tutto localistiche, che talora suonano come una riedizione di apparati correntizi e centri di interesse della c.d. “prima Repubblica”. Penso agli scontri tra La Margherita ed i D.S. in Campania ed al ruolo giocato in questa regione dalla vecchia guardia democristiana; all’ambigua convergenza del P.D.M. (Partito Democratico Meridionale) nel P.D. in Calabria, regione in cui spezzoni anche discutibili provenienti dalla D.C. sono finiti nel nuovo partito, quasi proseguendo vetusti e mai estirpati legami clientelari; a come La Margherita in tutte le regioni meridionali sia più un’accozzaglia di circoli che un partito stabilmente presente sul territorio.
Cosicché, il P.D. presenta più volti ed in alcuni ambiti regionali assume le sembianze di un nuovo partito di centro che rischia di diventare “partito di regime” in mano a leaders che ricordano molto“Il gattopardo” e l’antico vizio italico del “gattopardismo”.
Alcuni articoli che ho letto, nel fiume d’inchiostro sul P.D., mi sono parsi del tutto limitati ad un analisi meramente proceduralistica e formalistica dei processi politici in atto, alla preoccupazione di dover governare la modernizzazione del Paese.
Altri, viceversa, hanno posto sul tappeto domande nuove e le aspettative di ampliamento delle basi della democrazia che la fondazione del P.D. si porta con sé.
Cosi’, ad esempio, il richiamo della felice formula del “partito di governo e di lotta” , che Giuseppe Dossetti utilizzava, sulla rivista “Cronache sociali”, per definire il ruolo politico della D.C., colto dall’angolo visuale della sua corrente politica di sinistra e critico verso l’impostazione centrista di De Gasperi.
Partito di governo e di lotta vuole anche dire, in breve, forza politica che non vuole occupare soltanto il “potere per il potere”, o che non intende soltanto gestire l’esistente, ma si pone il problema del “controllo delle masse sugli apparati”, cioè di una “cittadinanza attiva” e di una partecipazione democratica assidua, e si interroga sul futuro della democrazia e della politica in una visuale di riformismo democratico e socialista.
Questa è la strada da percorrere, pur con tutte le sue aporie, per evitare quello che è stato efficacemente definito “dominio della post-politica”, cioè di una politica che si riduce a “gestione ed amministrazione competente”, che subentra alle “grandi narrazioni” ed alle lotte ideologiche novecentesche povera di ideali.
Pietro Ingrao, qualche settimana fa, in un’intervista su “Repubblica”,ha affermato, dal suo punto di vista, che la politica deve ancora “far sognare”e lanciava un monito contro l’involuzione della sfera pubblica che non può non interessare anche il P.D. ed i movimenti che intorno ad esso ruotano.
In definitiva, senza una nuova stagione di riflessione culturale e politica che sappia individuare le finalità preminenti del sistema democratico, entro una sintesi tra diritti e modernizzazione che non sia soltanto un’enunciazione di principi, ma una dinamica e feconda dialettica tra il “palazzo” e la “società civile”, si rischia l’immobilismo e l’incapacità di fornire risposte adeguate, con l’incipiente pericolo di restare inani innanzi a movimenti trasversali, quali il criticabile “grillismo”, da non sottovalutare, anche perché si tratta di fenomeni convulsi e patologici di “partecipazione politica”, indicatori di malessere e di disagio sociale.

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