Non più arsenali di guerra

La Chiesa di Vicenza per la smilitarizzazione della cultura e dei territori.

Preti e religiosi/e della Chiesa di Vicenza, consapevoli che l’annuncio del Vangelo impegna a portare un messaggio di pace, rifiutando ogni forma di violenza e tanto più ogni arsenale di guerra, abbiamo negli occhi, in questi giorni, la violenza cieca del terrorismo di Mumbay, mediaticamente vicina, e nella mente quella narrata soprattutto a parole, perché ‘fuori portata’ delle troupes televisive e di difficile approccio, di stragi in Congo e in Nigeria. E monta anche la paura di un terrorismo con obiettivi italiani, con arresti di stranieri apparentemente ‘integrati’ da anni tra di noi, e annuncio di indagini, mentre l’ambasciatore Usa Ronald Spogli dice che proprio a Vicenza si insedierà il quartier generale delle forze terrestri dell’Africom (che opera nel quadro della Nato sul continente nero), spostandosi dalla Germania, con personale esclusivamente civile, per “la prevenzione dei conflitti, la promozione della crescita, il controllo dei flussi migratori e la prevenzione della diffusione del terrorismo”.
Se aggiungiamo la galoppante crisi economica generalizzata, che mette in seria difficoltà tanta gente e famiglie, ma soprattutto i più poveri, facciamo fatica a guardare con serenità al Natale, col suo messaggio: “... e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”, mentre vediamo come stimolo al cambiamento il tema scelto dal Papa per la 42.a giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2009: “Combattere la povertà, costruire la pace”.
Non è forse giunto il momento di farci carico, come comunità che si ispira al Vangelo di Gesù Cristo, della quotidiana tragedia della fame e dell’impoverimento di milioni di persone, mentre l’economia virtuale orientata alla speculazione e all’arricchimento di alcune minoranze sta rovinando gran parte dell’umanità, e di promuovere decisamente la realizzazione della profezia di Isaia: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”?
Perché sappiamo che la violenza genera sempre e comunque altra violenza, creando, ad ogni livello e in ogni situazione, un vivere di “tutti contro tutti”. Per questo siamo anche preoccupati per il clima di insofferenza, disprezzo, ostilità e rifiuto che sta crescendo nel paese verso alcune categorie di persone, come gli stranieri e i “nomadi”.
Ci auguriamo che politici e amministratori lavorino per invertire questa tendenza, diffondendo tra la gente fiducia e non paura, apertura e non chiusura, fondata speranza e non pessimismo distruttivo, consapevoli che una rinnovata relazione di accoglienza solidale e rispettosa non mancherà di dare i suoi frutti.
Ci rallegriamo che oltre ventiquattromila donne e uomini, il 5 ottobre scorso, abbiano sentito il dovere civile di esprimere la loro volontà, finalmente in modo ufficiale, perché Vicenza diventi sempre più in futuro “città di pace”. È stata la prima occasione offerta ai vicentini da quando è iniziata la vicenda del “Dal Molin”; la prima volta in Italia che una popolazione ha avuto la possibilità di “dire” la propria volontà sulla pace e sulla guerra. La partecipazione alla consultazione popolare ha manifestato la voglia di democrazia e di coinvolgimento responsabile, nonostante messaggi contrastanti, e scoraggianti il voto fino all’ultimo, ed il clima confuso e ostile creato. Le valutazioni possono essere le più diverse, ma uno sguardo di fede vi coglie primizie di speranza e porta a leggere l’evento alla luce di quelli che Giovanni XXIII evangelicamente chiamava i “segni dei tempi” e permette di credere e di chiedere al Signore la “Pacem in terris”.
Vicenza, “città bellissima” famosa in tutto il mondo per la sua architettura, perché non può diventare anche patrimonio di un’umanità che realizza il sogno di dare al futuro scenari diversi da quelli governati dalla ragione della forza e da economie e politiche di guerra?
La consultazione popolare, autogestita in modo esemplare, in tempi strettissimi, è un passaggio importante del percorso nonviolento che da due anni mobilita tante coscienze, credenti e non, della città di Vicenza. Si tratta di un patrimonio prezioso di riflessione, di presa di coscienza e di sensibilizzazione ai grandi valori evangelici della pace e della giustizia che è maturato in questi anni e che ha riavvicinato tante persone alla vita sociale e politica. Condividiamo anche la sofferenza e la preoccupazione di Gesù di fronte all’indifferenza della sua città: “Se avessi compreso anche tu in questo giorno, quello che porta alla pace!” (Luca 19,42).
Ci sentiamo di rivolgere un appello alla nostra Chiesa diocesana, impegnata nel piano pastorale a diventare Chiesa: casa e scuola di comunione, affinché metta al centro della propria riflessione, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della vita partecipativa e pastorale, il rapporto tra fede e vita della gente, fra chiesa e storia degli uomini, fra missione e testimonianza evangelica oggi.
Insieme a molti uomini e donne di buona volontà possiamo e dobbiamo impegnarci per una “città” da costruire e ricostruire sempre nel segno del dialogo, della convivenza pacifica e del rispetto della dignità di ogni persona, vicina e lontana.

un Gruppo di Preti e Religiosi/e di Vicenza

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