La crisi economica, un'opportunità per coltivare la speranza

15 aprile 2009 - Vanni Salvemini

Questo momento delicato nell’ambito della economia mondiale dimostra quanto tutto il sistema sia fondato su un equilibro precario, quasi virtuale.
La povertà si può sconfiggere con lo sviluppo economico e soprattutto l’unico vero ostacolo alla crescita della società è il sistema di casta poco fondato sul merito che considera alcune persone non degne di una vita dignitosa.
La cura per uscire dalla crisi può essere quella adottata dal presidente americano Obama così come integrare in una strategia unica che compre: la riorganizzazione fallimentare delle banche, il ripristino dell’intero sistema bancario, la costruzione di infrastrutture, i lavori pubblici, la piena occupazione e la rivitalizzazione dell’industria e dell’agricoltura”.
Dal punto di vista delle infrastrutture l’esempio più macroscopico è costituito dall’esperienza dell’infrastrutturazione della valle del Tennessee prendendo come punto di riferimento il governo Roosvelt. In questa grande regione, che era una sorta di terzo mondo nel cuore dell’America, la popolazione viveva in condizioni miserevoli: nel 1933 meno del 3% delle abitazioni disponevano di elettricità, la malaria affliggeva gran parte della popolazione. La regione era in balia dei capricci della natura: incendi, terreni agricoli isteriliti, quasi inutilizzabili, inondazioni periodiche e imprevedibili del fiume Tennessee che impedivano insediamenti urbani lungo il corso d’acqua. Roosevelt allora costituì il 18 maggio 1933 la Tennessee Valley Authority. La TVA fu costruita in un momento di grave crisi economica quando le amministrazioni stavano intraprendendo la via disperata di contenere la produzione e distruggere i prodotti nella speranza di stimolare la ripresa economica. La TVA rappresentò invece un’idea fondamentalmente diversa di gestire le risorse economiche di un’economia moderna:quella di un’impresa su grande scala concertata deliberatamente dalle autorità pubbliche con alcuni scopi sociali ed economici chiaramente definiti fin dall’inizio. Rappresentò una politica di speranza e di espansione in cui il governo avrebbe svolto un ruolo dinamico”. Perche allora non fare e non incentivare il nostro sistema “ di costruzione”?
Un altro tentativo di debellare la povertà, può essere quello di elaborare un appello per un nuovo ordine economico mondiale più giusto e sottoscritto dalla maggioranza dei paese E qui l’ esperienza del G20 può essere una grande opportunità.
Vorrei citare come esempio da seguire il “banchiere dei poveri” Muhammad Yunus premio Nobel per la pace il quale ha mostrato come il sistema del microcredito sia capace di sottrarre milioni di persone alla miseria e allo sfruttamento. E’ possibile aumentare il raggio di azione dal campo strettamente finanziario a quelli dell’alimentazione, dell’educazione, dell’assistenza sanitaria, delle telecomunicazioni La sfida si può vincere, con lo sviluppo e la diffusione del “business sociale”: un nuovo tipo di attività economica che ha di mira la realizzazione di obiettivi sociali anziché la massimizzazione del profitto. Non elemosina, dunque, né aiuti pubblici gestiti il più delle volte con criteri oscuri e inutili complessità burocratiche. Al contrario, il business sociale è una forma di iniziativa economica capace di attivare le dinamiche migliori del libero mercato, conciliandole però con l’aspirazione a un mondo più umano, più giusto, più pulito. Sembra un sogno a occhi aperti. Ma è un sogno che ha aiutato il Bangladesh quasi a dimezzare il suo tasso di povertà in poco più di trent’anni. E che comincia a coinvolgere multinazionali, fondazioni, banche, singoli imprenditori, organizzazioni no profit in ogni parte del mondo. Una rivoluzione sociale ed economica ancora silenziosa, ma che può rappresentare una speranza concreta di risolvere finalmente il problema più grave che affligge il mondo d’oggi.
Se a livello mondiale le possibili ricette possono essere trovate sono sulle possibilità che gli enti locali possano affrontare una crisi finanziaria ed economica così globale. Se falliscono le banche torniamo all'età della pietra, si ferma tutto, è come salvarle il principale problema che oggi hanno i governi di tutto il mondo. È chiaro che anche le nostre grandi hanno dei problemi, le minusvalenze attese superano di gran lunga il patrimonio, però quelle del territorio non si sono riempite di soldi fasulli. Comunque è possibile prevedere che ci vorranno almeno due anni per tamponare la crisi.
La crisi è globale e oggi è prioritario che si calmino le Borse, ci sono delle misure che devono ancora essere adottate. Crisi double-face. Perché, non dimentichiamolo, siamo di fronte a una crisi finanziaria, scoppiata due anni fa e trascurata all'inizio, che poi è diventata recessione e crisi industriale solo da ottobre. Da un punto di vista finanziario la crisi non è ancora risolta.
E ora sono i cittadini ad essere più poveri, perché quando le Borse vanno giù e bruciano valore, sono le persone normali a impoverirsi. Viceversa quando inizia la ripresa occorrono almeno sei mesi per avere effetti positivi sull'occupazione.
Quindi prepariamoci a un lungo e difficile 2009, sperando in una inversione di ciclo nel 2010. Per il momento non ci sono veri investimenti. La crisi industriale da noi sembra mitigata, ma è più severa di quello che appare perché abbiamo il pendolarismo che sminuisce il numero delle famiglie messe in difficoltà.
Cosa si può e si deve fare a livello locale ? È inutile moltiplicare i tavoli. Non è con tanti tavoli che affronteremo meglio le difficoltà del territorio. Bisogna incentivare, crederci e per esempio introdurre facilitazioni per chi perde il lavoro.
Si faccia squadra con gli industriali e credere che un futuro migliore è possibile

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