CAMPAGNA

San Paolo IMI: eppur si muove

Uno dei principali gruppi italiani si dà un Codice di autodisciplina. Un primo passo, ma ancora con troppe incertezze e ambiguità.
Tonio Dell'Olio

Appare chiaro che la campagna Banche Armate può essere ragionevolmente annoverata tra le esperienze di quel mondo di formiche o di lillipuziani se si preferisce, che si trovano a contrastare l’azione e le scelte di grandi gruppi finanziari la cui potenza si estende ben oltre quella dei piccoli risparmiatori. Eppure questa iniziativa ha raccolto già alcuni risultati. Era rimasto finora silente uno dei gruppi più coinvolti e peraltro più rappresentativi del panorama finanziario italiano: San Paolo IMI. Preannunciato da una telefonata di un’esponente della Direzione Generale del Gruppo, qualche giorno fa è stata recapitata in redazione una copia del Bilancio Sociale 2002. La pagina 65 del librone è interamente dedicata a “Il nostro rapporto con il settore degli armamenti”. Non era mai avvenuto prima! Per la verità non era avvenuto nemmeno che il San Paolo redigesse un Bilancio Sociale: sono segnali rilevanti da tenere in massima considerazione perché, le formiche trasportano le montagne. Infatti si legge: “La tematica del finanziamento degli armamenti è da tempo oggetto di crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica” . È grazie a questa “crescente attenzione” che San Paolo IMI dichiara di impegnarsi in “scelte operative e di business coerenti con la propria missione e coi propri valori” .

Basta un Codice?
Regola uno allora è riuscire a informare, coscientizzare e coinvolgere l’opinione pubblica che evidentemente riesce a condizionare anche l’indirizzo politico-economico di un gruppo finanziario di notevoli proporzioni. Il documento prosegue indicando il dettato dell’art. 11 della Cost. italiana come criterio ispiratore delle scelte in questo delicato settore fino a dedurne sorprendentemente che “In tale spirito siamo anche convinti che la difesa e la tutela della sicurezza costituiscano compiti imprescindibili di uno Stato democratico, che deve promuovere e garantire la salvaguardia della libertà e dell’incolumità dei suoi cittadini”. È questa la premessa che giustificherebbe il prosieguo del coinvolgimento del San Paolo IMI nel finanziamento dell’export di armi. Quali allora le novità del documento? Innanzitutto un Codice interno di autodisciplina in base al quale:
1. “Qualsiasi operazione di finanziamento a imprese italiane o estere che producano o commercializzino materiali di armamenti sia sottoposta al Comitato Crediti di Gruppo per un parere di conformità che rimane vincolante per la concessione ultima del finanziamento. Questa verifica ha come scopo quello di comprendere – nei limiti delle informazioni disponibili – se e in quale misura una qualsiasi forma di finanziamento a un’impresa venga poi da questa utilizzata per sostenere un’attività con finalità militari”;
2. si limita il finanziamento di forniture di materiale militare prodotte all’estero alle sole operazioni “destinate a Paesi appartenenti all’Unione Europea e/o alla Nato e comunque destinate per loro natura unicamente a finalità di sicurezze”;
3. il commercio d’armi non viene sostenuto ma semplicemente supportato sul piano finanziario come, ad esempio, nel caso di acquisto di armi per le forze dell’ordine, e per fornire al nostro Paese strumenti per la difesa e la sicurezza.
A prima vista sembra francamente un risultato molto povero rispetto a quanto ci si poteva attendere. Ciononostante dobbiamo evidenziare la decisione di aver preso in considerazione le istanze della campagna e di aver tentato una limitazione nell’attività di appoggio finanziario alle armi. In qualche modo questo atto intende aprire anche un dialogo con i soggetti della società civile pro motori la campagna .
Nel contempo non possiamo tralasciare di porre in evidenza alcune incertezze o incongruità per le quali attendiamo qualche chiarimento. Se l’art. 11 ripudia la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, non sembra agli amministratori della Banca che vendere armi scoraggi la concreta applicazione di quel principio? Se l’Istituto avesse voluto realmente coordinare le proprie scelte con la politica estera del nostro Paese avrebbe scelto di supportare le sole commesse verso Paesi dell’Unione Europea e della NATO. Non si capisce bene perchè questo valga solo per la produzione estera. In ultimo: crediamo sinceramente che gli amministratori del Gruppo San paolo IMI facciano proprio fatica a comprendere che la campagna Banche Armate non chiede loro di mettere in pratica in maniera scrupolosa la legislazione in vigore nel nostro Paese, ma di compiere uno sforzo in più per rinunciare a fornire qualsiasi contributo alla circolazione e all’uso di strumenti di morte nel mondo. Ancora una volta ci troviamo di fronte al dilemma antico che contrappone la legge alla coscienza degli individui. Sia pure con qualche sforzo meritorio in più, il San Paolo ha scelto ancora l’applicazione della legge.

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