Persone e non cose

Paolo Freire e la sua rivoluzione culturale, pedagogica e politica: verso la liberazione di tutti.
Francesco Comina

Paulo Freire è stato uno dei grandi maestri del nostro tempo. Con gli occhi parlava molto più che con i gesti, aveva una barba bianca che gli conferiva quell’aurea di saggio, parlava come parlano i brasiliani con impeto e passione. Ha inciso profondamente sulla cultura popolare, la sua visone pedagogica ha consentito ai poveri di alzarsi dalla condizione di prostrazione in cui erano stati schiacciati e di poter affermare con forza la dignità di essere al mondo. Quando è morto, nel maggio del 1997 ai funerali parteciparono tutti, politici, accademici, insegnanti, vescovi scrittori, cantanti, ma soprattutto uomini e donne comuni, pescatori, operai, contadini, educatori di popolo, suore e preti della liberazione, favelados. In Italia la notizia arrivò tardi, i media gli dedicarono poche righe. Eppure Freire può stare a pieno diritto nell’album di famiglia dei grandi del Novecento in America Latina, accanto a Chico Mendes, a Pablo Neruda a Oscar Arnulfo Romero, a Marianella Garcia, a Victor Jara, a Leonardo Boff, a frei Betto, a Samuel Ruiz tanto per citarne alcuni. 

Una pedagogia umanizzante

L’esperienza e l’opera hanno inciso in modo inequivocabile sul processo di coscientizzazione delle masse di poveri del Sud del mondo, soffocate dalle ideologie colonialiste e dalle pretese egemoniche del ricco Occidente. Il suo metodo pedagogico è ancora attualissimo e consiste nel consegnare agli oppressi le briglia della propria condizione umana affinché essi stessi arrivino a impostare delle proprie autonome forme di liberazione dalla schiavitù: uno sbocco possibile nella misura in cui il superamento della dialettica hegeliana schiavo-padrone, porti alla realizzazione di una civiltà basata sul rapporto dialogico uomo-uomo: “Non esiste altro cammino se non la pratica di una pedagogia umanizzante, in cui i leaders rivoluzionari, invece di sovrapporsi agli oppressi e di mantenerli nella condizione di ‘quasi cose’, stabiliscano con loro un permanente rapporto dialogico”. (La pedagogia degli oppressi, Mondadori, p. 77). 

Questo ideale Freire lo ha vissuto nella prassi di un’impostazione educativa in cui l’educatore si trova dinanzi all’educando o all’alfabetizzando (Freire non usa mai la parola analfabeta) in una prospettiva orizzontale, senza paradigmi di pensiero o di giudizio preconfezionati. Educatore ed educando si formano e si arricchiscono a vicenda, senza cadere nella unidirezionalità del messaggio, che impone un rapporto di dominio fra chi parla e chi è costretto solo ad ascoltare e digerire parole e concetti: “L’educazione non può prescindere dalla comunicazione: il processo di conoscenza è sociale, coinvolge relazioni dialogiche, non è possibile conoscere da soli” (cfr. Comunicare è legge della vita, Piero Lacaita ed.: risposta di P. Freire al manifesto di Danilo Dolci, p. 85). 

Questa pratica di una “Pedagogia dell’uomo”, come la chiama Freire, emerge in modo chiaro dalle esperienze dirette con il popolo oppresso. 

Specialmente in Guinea Bissau, dove Freire ha lavorato dal 1975 al 1980, nell’ambito di un progetto per l’alfabetizzazione del Paese gestito dal Ministero dell’Educazione, si sente forte questa istanza della prossimità comunicativa. 

In una società appena liberata dal pesante fardello del colonialismo portoghese, in un sistema politico e giuridico appena nato, frutto di una lotta lunga e difficile da parte del PAIGC (Partito africano per l’indipendenza della Guinea Bissau e Capo Verde) guidato dal carisma di Amilcar Cabral, in una terra depredata non solo delle ricchezze materiali ma anche del patrimonio culturale tramandato di generazione in generazione, Freire capisce in modo limpidissimo che l’unica maniera per impostare un serio lavoro educativo consiste nel prendere parte attiva all’opera di ricostruzione del Paese ponendo se stesso e i suoi collaboratori dentro la catena autogenerativa della società. 

Ripartire dagli ultimi

L’essere educatore-educando del popolo significa abbandonare l’idea dello “specialismo” o del professionalismo istituzionale. Soprattutto nel contesto guineiano l’essere inserito nel processo di riscatto storico impone la presa di coscienza della militanza, cioè la consapevolezza che le sorti del popolo sono le sorti di chi vi lavora al suo fianco, anche se questi è straniero. 

“La nostra scelta politica e la nostra pratica coerente con quella scelta – scrive Freire – ci proibivano perfino di pensare alla possibilità di insegnare agli educatori e agli educandi della Guinea Bissau senza imparare con loro” (Pedagogia in cammino, ed. Mondadori p. 26). 

La relazione fra l’insegnare e l’imparare è la fonte principale per impostare un lavoro di alfabetizzazione e di coscientizzazione degli oppressi. Porsi sul gradino superiore della relazione significa riprodurre il modello della dominazione, ricalcarne l’ideologia basilare, che era quella appunto della “superiorità” (razziale, razionale, intellettuale, tecnica, scientifica, antropologica ecc.). L’alfabetizzando è un soggetto vivo nel processo di alfabetizzazione e il mondo in cui egli si muove e col quale è in continuo contatto è un mondo altrettanto vivo, ricco di significati. In un contesto rivoluzionario, come quello della Guinea Bissau, questo legame con il territorio è di enorme importanza. Il popolo prende le nuove misure dello spazio, inizia a sentire il suono lontano di una memoria strozzata dagli invasori, capisce che il suo compito è quello di ricreare la società, prendere nuovamente confidenza con la propria cultura, riscoprirne gli oggetti, gli strumenti, la terra.  

La ri-creazione della realtà

Attraverso il sistema delle parole generative l’alfabetizzando entra piano piano in questa processo di ri-creazione della realtà circostante. Si parte dalla comprensione di alcune parole concrete. Di qui poi la scomposizione fonetica. Le parole vengono suddivise e l’alfabetizzando ne scopre via via di nuove che conosce per esperienza diretta secondo il principio che tutti i rapporti dell’uomo avvengono nel mondo e col mondo. Si può vedere l’esempio descritto su L’educazione come pratica della libertà, altro libro fondamentale di comprensione del “metodo Paulo Freire”: si prende la parola tijolo (mattone) come parola generatrice; la parola viene scomposta (ti-jo-lo). Di qui si stimola il gruppo a imparare la “famiglia fonemica” (ta-te-ti-to-tu; ja-je,ji,jo,ju; la-le-li-lo-lu). Dopo che il gruppo ha preso possesso dei vari fonemi che compongono la parole si incomincia con la combinazione di tutte le possibili soluzioni di parole legate ai fonemi: luta (lotta) lajota (blocco di cemento); loja (negozio), jato (jet); juta (iuta), lote (lotto), lula (seppia), tela (tela) e via discorrendo. Tutte parole che esprimono oggetti o concetti che fanno da sfondo alla vita materiale del gruppo. Questo quadro minimo di parole è il punto di partenza per la conoscenza dell’universale lessicale. L’alfabetizzando comincia a percepire gli oggetti del mondo che fanno da fondamento alla sua esistenza: “Il fatto è che una volta arrivato a dominare il meccanismo delle combinazioni fonemiche, egli tenta e riesce a esprimersi graficamente alla stessa maniera con cui parla”.

Percepire la realtà è il primo passo per capire i meccanismi di disturbo che vi sottendono. L’oppresso apre la sua coscienza nel mondo e col mondo. Insieme agli altri egli domina la realtà e può inserire il suo procedimento analitico. Gli oppressi ricreano il mondo con coscienza critica. Ecco il passaggio alla coscientizzazione. “Per questo cammino l’uomo si politicizza” e prende possesso delle strutture di dominio che lo circondano.

Amilcar Cabral vedeva nella lotta di liberazione “un fatto culturale”. La rivoluzione è stata pensata non solo per scrollarsi di torno gli oppressori, ma anche per garantire agli oppressi la formulazione di una scienza e di una conoscenza capaci di resistere all’incontro con nuove espressioni culturali, con altre relazioni e intrusioni esterne. Bisognava insomma superare l’idea della “debolezza culturale” che determina una chiusura e una paura di confrontarsi con l’alterità. 

Il lavoro intorno alla coscientizzazione mira proprio a questo: “Essere coscienti – scrive ancora Freire – è il modo radicale di essere degli esseri umani, in quanto uomini che non solo conoscono, ma sanno di conoscere e si aprono alla conoscenza altrui” (Pedagogia in cammino, p.42).

Raggiunto questo momento della consapevolezza, il popolo è in grado di riorganizzare la società in modo creativo, una società finalmente libera, non più soggetta a poteri che si contendono riproducendo la vecchia dialettica colonizzati-colonizzatori.

Il fine della pedagogia non è di instaurare un nuovo rapporto di dipendenza, ma di estirpare le radici e la sottomissione. In questa prospettiva la pedagogia di Paulo Freire è straordinariamente attuale perché strofina il dito sulla piaga della nuova condizione storica di oppressione dettata dalle leggi ingiuste del mercato mondiale. È questa pure la linea per un prolungamento, a trent’anni esatti dalla morte, dell’esperienza educativa di don Lorenzo Milani nelle “nuove Barbiane del mondo” così come l’ha attualizzata padre Ernesto Balducci, il quale riconosceva in Paulo Freire il don Milani di oggi: “Noi sappiamo come questo messaggio (di don Milani n.d.r. ) sia vissuto con forza in America Latina, dai teologi della liberazione, attraverso lo sviluppo che questo concetto ha avuto in Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano” (E. Balducci, “I nuovi ragazzi di Barbiana” in L’insegnamento di don Lorenzo Milani, Laterza, Bari 1995).

 

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