Pratiche di libertà

L’educazione come processo liberante, che riscatti tutti dall’oppressione e da ogni forma di schiavitù. La proposta pedagogica di Freire e la sua attualità.
Laura Lanni

Quando si parla di Freire oggi in Brasile c’è chi pensa a un certo numero di persone alfabetizzate con un efficace metodo che ha fatto il suo tempo, chi alza le spalle dicendo che l’educazione popolare non esiste più e chi vede invece nelle elezioni di politici provenienti dai movimenti popolari, il frutto di anni di un lavoro di creazione di una cultura “popolare”. Sotto il cappello di educazione popolare sembrano nascondersi idee e atteggiamenti differenti.

Sto concludendo il mio primo anno in Brasile – un Paese che ha le dimensioni e la ricchezza di un continente – alla ricerca di fili di educazione popolare e ho trovato una realtà che ha tanto da trasmettere a chi voglia occuparsi di educazione, che prima di tutto insegna a entrare in un processo lento e doloroso di rovesciamento di ottica e di punto di osservazione. 

Restituire la parola

Pensando all’educazione come a una “pratica della libertà”, Freire ha abbozzato una pedagogia democratica, tramite una pratica educativa diretta chiaramente alla liberazione delle masse popolari. Ha gettato le basi di una pedagogia in cui tanto l´educatore quanto l´educando, uomini ugualmente liberi e critici, imparano mentre lavorano insieme e insieme prendono coscienza della situazione in cui vivono. Una pedagogia che elimina alla radice i rapporti autoritari, un´educazione in cui non esistono professori e allievi, ma circoli di apprendimento che procedono tramite l’ascolto attivo e il dialogo facilitato. 

Qui in Brasile si dice che là dove sono i nostri piedi, il nostro cuore ama e la nostra testa pensa. Cosa significa educare ed educarsi per un popolo che ha vissuto una storia di forte oppressione, spesso di schiavitù? Le antiche élites politiche qui hanno affrontato il tema dell’educazione affermando che il Paese e la democrazia non potevano progredire con tanti analfabeti: i lavoratori rurali o di altri settori non educati formalmente, cioè non alfabetizzati nelle scuole, erano quindi ai margini del processo politico e culturale. Il popolo brasiliano è uscito dagli anni del regime militare ammutolito, con gli occhi bassi, l’autostima sottoterra e la convinzione che l’oppressione fosse una condizione di vita naturale

Come restituire la “sua” parola a chi ha dovuto abituarsi a pronunciare solo le parole che altri volevano sentirsi dire? 

Come restituire un pensiero critico e capace di creare alternative al sistema oppressivo sperimentato? 

Ci si è resi conto che nessun nuovo contenuto o nuova teoria avrebbe potuto cambiare questo stato di cose, ma solo una modalità diversa di gestire i rapporti e le relazioni, a cominciare dalle relazioni educative. Ne è nato un modello di educazione che elimina alla radice i rapporti autoritari e che non cambia solo il modo con cui insegnare a una persona a leggere e a scrivere, ma cambia il modo di costruire i rapporti, le relazioni e la realtà. L’idea di base è che sia la pratica a dare alimento alle riflessioni teoriche, e non il contrario. 

Gli impoveriti e gli emarginati si trovano quindi improvvisamente ad avere molto da dire e da insegnare. 

Nello stato di Santa Catarina, nell’estremo sud del Brasile, culla dei movimenti popolari, le donne del campo e dei quartieri marginali delle città si incontrano per compiere insieme cammini di formazione e di presa di coscienza sul proprio ruolo familiare e sociale. Una donna che alza la testa davanti a un machismo spesso esplicito e violento, che si mette a servizio di altre donne, che impara a organizzare un gruppo e a raggiungere un minimo di indipendenza economica, è grande segnale per tutte quelle che non hanno mai sperimentato la possibilità di far sentire la propria voce, di pronunciare le parole nascoste nel cuore, di alzare gli occhi di fronte a un compagno, un padre o datore di lavoro, e ancora: di superare l’odio e invitare al dialogo, a una relazione ricreata, a un cammino insieme. 

Le tante famiglie di agricoltori senza terra che accettano di lasciare la piccola sicurezza di una baracca o del lavoro a servizio, per sopportare le difficoltà di anni di vita in accampamento e per chiedere la riforma agraria e la distribuzione dei latifondi, testimoniano che si può rompere la spirale delle dinamiche di sfruttamento degli esseri umani e della terra per ristabilire relazioni vitali nutrite da una continua sperimentazione nella vita comunitaria e dalla spiritualità della terra.  

Spazi per la formazione

Persone che riescono a innescare lenti processi di autostima, si organizzano e lavorano insieme per i propri diritti: cosa fa brillare gli occhi di chi è sempre stato sfruttato e oppresso? Esiste una metodologia che possa aiutare in questo? Se esiste, capiamo che è qualcosa rivolto alla realtà intera dell’essere umano, al complesso sviluppo di motivazioni, azioni e sentimenti che portano in una direzione o in un’altra, e alla cultura che li condiziona. La direzione per esempio, che porta ad accettare l’esistenza della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e di una istituzione militare obbligatoria é connessa a una storia di rinuncia ai più naturali istinti umani di propensione verso l’altro, repressi da un’educazione astratta e dogmatica, separata dalla vita reale. Qui in Brasile sono testimone di tentativi, rari ma coraggiosi, di costruzione di una cultura in cui adulti e bambini si prendono il tempo per sedersi e creare spazi di dialogo e di democratizzazione della parola, in cui la comunicazione è circolare e ognuno può avere voce e vece, e in cui la riflessione parte sempre dalla realtà conosciuta.

Tra i vari centri educativi e servizi per i minori, emerge la differenza tra quelli che semplicemente ospitano i bambini nei momenti di doposcuola e quelli che hanno una chiara visione di educazione popolare. La mia esperienza alla Casa do Sol, nella periferia della metropoli di Salvador Bahia, è innanzitutto l’incontro con una piccola comunità che apprende, dove il gruppo degli adulti che si prende cura dei minori che gli sono affidati, è stato costruito negli anni, e continuamente aggiorna la sua formazione; che svolge il suo lavoro quotidiano senza aspettare l’intervento di professori disponibili a trasmettere saperi accademici, ma rivelando le qualità educative di persone che provengono dagli stessi quartieri marginali degli educandi, con una grande fiducia negli “ultimi”, per lasciare che i minori accolti scoprano in sé la propria essenza di esseri umani con tutta la loro dignità, proprio come gli educatori e le educatrici hanno fatto prima di loro. 

Solo in questo modo uno spazio formativo per le persone impoverite o provenienti da contesti svantaggiati, diventa un luogo di sviluppo pieno delle capacità personali nella conquista della partecipazione e dei diritti sociali, in cui ciascuno può diventare consapevole soggetto di trasformazione e di costruzione di relazioni egualitarie.  Questa chiarezza di visione è il nucleo della modalità educativa che con Freire chiamiamo “popolare”, e che si avvale poi dei più diversi strumenti di cui il Brasile è oggi campo di sperimentazione aperta, quali: l’arte-educazione, in cui musica, teatro e danza diventano filo conduttore di un processo di scoperta e di trasformazione di sè e del mondo; l’educazione contestualizzata, che affronta la sfida di modificare il curriculum scolastico ufficiale a partire dall’analisi della realtà geografica, storica e sociale degli allievi; la pedagogia narrativa, che tramite un lavoro creativo sulle narrative, e in particolare in America Latina le narrative bibliche liberate dai lori contenuti e dalle loro pratiche autoritarie e dogmatiche, da’ vita a uno spazio di critica e di rinnovamento di trame e repertori. 

Caminhada

Mi sembra che educazione popolare oggi sia, nella sostanza, la capacità di uno sguardo differente che valorizza le virtù positive dell’educatore e dell’educando, nel momento in cui rende possibili uno spazio di dialogo nonviolento tra uguali, di confronto e non affronto tra persone di religioni, generi, razze e costruzioni identitarie differenti. Così si riaccende nella persona umana quella nostalgia di un’altra relazione possibile con l’umanità e con la terra, unita al desiderio di agire in modo consapevole. 

Per un’occidentale come me, abituata ai principi di non contraddizione, per cui la parola ambiguità ha sempre avuto un significato negativo, questo significa sforzarsi di non ridurre la vita a dogmi logici e di affrontare la sua complessità, nella costruzione di una pace che parte dall’individuale libertà di amare, agire e sentire. La riflessione e la formazione comunitaria in questo senso sostengono e lentamente mutano la sostanza delle cose, perchè il metodo è già contenuto. Quest’operazione non è facile: presuppone uno svuotamento di sé e un profondo ascolto dell’altro per capire le sue ragioni, il suo punto di vista. É una caminhada, come dicono qui, cioè un processo fatto di tanti passi, in cui si capisce che la solidarietà e la rimozione delle cause delle ingiustizie sociali non sono idealizzazioni di un mondo senza conflitti, ma vanno costruite attraverso il recupero delle inevitabili conflittualità e esigenze vitali istintive, permettendo di accogliere il bello e il brutto delle cose, di vivere le diversità come risorsa. La fede in queste possibilità ci sprona, in Brasile come in Italia, a essere cittadini e cittadine che esigono un mondo a misura della bellezza umana.

 

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