Tutti a scuola

A colloquio con Achille Rossi per porre a confronto il sistema educativo e scolastico proposto da Freire con quello attuale.
Intervista a cura di Francesco Comina

Rileggere Freire oggi in Europa è fermarsi sul mare a contemplare l’isola di un’altra storia. Non che si tratti di vagheggiare un passato lontano. Mai illudersi che il passato sia meglio del presente. 

Nel tornare ai temi di fondo dell’educazione come pratica della libertà sembra di tuffarsi in un’acqua limpida, in una prospettiva in cui il soggetto ha un senso perché costruttore di comunità e non semplicemente come uomo consumatore di possibilità, individuo slegato da ogni rete sociale, monade irrequieto nell’universo virtuale. Un manipolo di educatori alla metà del Novecento aveva provato a fare della coscienza un germe attivo di responsabilità. Lo ha fatto Freire con la sua coscientizzazione, lo ha replicato Danilo Dolci con il suo manifesto per la comunicazione contro la deriva della trasmissione e ci ha lavorato concretamente don Lorenzo Milani con i suoi ragazzi di Barbiana. Ma con l’apatia degli anni Ottanta è arrivato pure l’uragano della globalizzazione con l’apparato tecnologico al seguito e dalla sovranità della coscienza si è passati all’uniformismo culturale, alla passività, alla stretta dell’omocentrismo più dura e secca dell’etnocentrismo. 

Tutto il contrario di Freire, tutto l’opposto di don Milani. 

E allora? Che fare? Ne parliamo con don Achille Rossi che, nella sua parrocchia di Riosecco a Città di Castello, porta avanti, instancabilmente, un doposcuola sul modello di Freire, di don Milani, di Danilo Dolci, per formare degli individui pensanti non omologati. Almeno questo è il suo intento.

Achille Rossi, che cosa sta succedendo ai ragazzi di oggi nel nostro ricco Occidente?

Io credo che al fondo ci sia il grande e complesso tema della globalizzazione. La perversione di questo sistema non sta tanto nella sua portata tecnologica ma nella sua  lacerazione comunitaria. L’uomo non è più stretto da legami sociali con gli altri uomini, ma si afferma nella sua solitudine globale. Da uomo sociale egli diventa consumatore. Nel momento in cui il sistema mette al centro di tutto il profitto, allora saltano uno dopo l’altro i grandi valori umani. Questa è la perversione del sistema che si trasferisce anche sull’educazione perché nel momento in cui Freire pone l’educazione come pratica di liberazione, di alleanza comunitaria e costruzione della polis, ecco che tutto si lacera e il terreno frana.

Vuole dire che Freire è diventato inattuale?

No, tutto il contrario. Freire è più attuale che mai. Solo recuperando con forza quei principi e quei valori noi riusciremo a raddrizzare le storture del sistema globale che vuole la fine dell’uomo inarcato verso l’altro uomo e afferma il dominio dell’individuo avvolto nel suo egoismo. Questo processo è mortale perché sacrifica l’umanità all’altare della disumanizzazione del profitto e rende l’educazione un sistema organizzato secondo logiche aziendalistiche e di mercato. 

La meritocrazia, il sistema dei crediti formativi, la logica del voto, l’organizzazione delle classi per percentuali, la classificazione, lo smistamento dei ragazzi più difficili... 

Proprio così. Il sistema educativo e scolastico oggi si basa sull’immagine dell’uomo che fuoriesce dalla globalizzazione del mercato. Non c’è più la spinta umana che ha mosso l’educazione di Freire, di don Milani. Sembra di stare perennemente su una pista d’atletica: chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Se tu metti al centro del sistema dei soggetti compratori, consumatori, tu fatalmente organizzi una società competitiva. E allora avrai la scuola per meriti, le classi privilegiate, l’emarginazione dei soggetti che fanno più fatica, lo smistamento degli immigrati. Tutto ciò fomenta la violenza perché, se il fine è la vittoria degli uni sugli altri, è facile che si scateni la guerra fra vincitori e perdenti oppure che si torni a ricreare il presupposto di una società fatta da persone dominanti e dominate. Queste cose Paulo Freire le aveva ben presenti nel suo metodo. Attualmente nella scuola arrivano giovani che sono il frutto di una società sclerotizzata, dove anche gli insegnanti sono parte in causa perché dinanzi al primo ostacolo, davanti alla prima difficoltà interna a una classe non sanno come reagire, come trasformare il disagio in agio che è proprio del buon educatore saper far crescere in tutti e specialmente in coloro che fanno più fatica la coscienza di essere pari agli altri se non superiori per forza di impegno e determinazione.

Lei con i ragazzi di Riosecco utilizza ancora il metodo di don Milani con la lettura dei giornali, il teatro, la riflessione sui temi d’attualità, la creatività, la conoscenza del mondo attraverso viaggi, campeggi, gite, vacanze squattrinate per l’Europa. Ma quali insegnanti oggi pensano di dedicare la vita per gli studenti?  

Questo è un altro dei limiti della scuola odierna. Vivere l’educazione sulla linea dei grandi educatori significa fare del mestiere dell’insegnante un fatto totalizzante. Oggi molti insegnanti hanno paura di farsi coinvolgere dai ragazzi, i quali ti mettono in discussione, ma anche tu metti in discussione loro. C’è una frase molto bella di Paulo Freire che spiega bene come va intesa l’educazione: “Nessuno educa nessuno, tutti ci educhiamo insieme”. Ecco la corresponsabilità dell’educazione, la forza di un metodo che non frantuma la società ma la costruisce per fasci di relazioni. Quella dell’insegnante non può essere solo una professione ma deve esser una missione su cui mettere in gioco tutta la propria vita. 

 

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