ULTIMA TESSERA

Il salva-premier

La proposta del cosiddetto processo breve e la grave situazione in cui versa la giustizia italiana.
Giancarlo Caselli (Magistrato, Procuratore Capo della Repubblica di Torino)

Ormai da anni si scrive “riforma della giustizia” ma si deve leggere “stop ai processi del premier”, oppure “che la magistratura si occupi sempre meno di faccendieri e affaristi che pretendono impunità”. Un classico, verificabile anche in tema di “processo breve”. Lo sanno tutti che la nuova legge – nel testo già approvato dal Senato – avrà come effetto di far svanire due processi, ormai a buon punto nel percorso verso la sentenza di primo grado, nei quali il premier è implicato per frode fiscale e corruzione in atti giudiziari. Nello stesso tempo, per i responsabili dei tipici reati della criminalità dei colletti bianchi le possibilità di farla franca (oggi già cospicue) cresceranno sensibilmente.
Intendiamoci: chiedere a un operatore di giustizia se sia a favore del “processo breve” è come chiedere a un medico se sia a favore dell’abolizione del cancro. Domanda retorica per eccellenza. Ma evidentemente mal posta. Se si vogliono valutare gli effetti di una riforma processuale (se non si vuole rischiare di fare la figura di quei giacobini napoletani del 1799 di cui narra Vincenzo Cuoco: con le note conseguenze della loro “astrattezza di patrioti”) è importante calare l’astratta previsione legislativa nella concreta realtà quotidiana: chiedendosi quali conseguenze può avere un’ulteriore riduzione dei tempi di prescrizione (questa la vera sostanza del cosiddetto “processo breve”), se prima non si mette il sistema in condizione di celebrare i processi più rapidamente.
Ebbene, la concreta realtà quotidiana ci dice che, mentre invochiamo le “rose”, quel che ogni giorno manca è il “pane”. Mancano segretari e cancellieri (dal 2001 non è stato svolto alcun concorso per l’assunzione di personale amministrativo, con una scopertura dell’organico che si attesta sull’14% a livello nazionale, ma giunge in alcune sedi del Nord a punte del 30%; - e come un ospedale non può funzionare adeguatamente senza il giusto numero di infermieri, così un tribunale non può funzionare senza segretari o cancellieri). Mancano i soldi per pagare gli straordinari ai pochi segretari e cancellieri che vi sono, con la conseguenza che le udienze devono finire alle ore 14 (cosa che non accadeva fino a qualche anno fa). Mancano i soldi per interpreti e periti: che vengono pagati poco e con vergognosi ritardi di mesi e a volte di anni. Tanto che, ormai, i migliori tra loro non accettano più incarichi. E, per comprendere quanto gli interpreti siano oggi indispensabili per la giustizia del quotidiano, basta entrare in un’aula in cui ogni giorno si celebrano le direttissime: e scoprire che, in una grande città del nord, l’85% degli arrestati di strada sono stranieri.
Più in generale, dal 1950 al 2003 il numero dei processi ha registrato un’impennata formidabile: da 380.000 per anno a quasi due milioni e mezzo per i processi civili; - per il penale, da circa 500.000 a circa 3 milioni nel 2003 (con una punta di quasi 5 milioni nel 1998). Nel contempo, il numero dei magistrati è sì aumentato (da 5.000 a 10.100, di cui in realtà solo 9.000 effettivamente operanti), ma in misura decisamente non proporzionata alla crescita della domanda di giustizia.
Il dato è aggravato dal fatto che la “geografia giudiziaria”, cioè la distribuzione sul territorio nazionale di Tribunali e Procure è ancora ferma all’Ottocento, con uffici giudiziari inutili e altri sovraccarichi. Infine, la percentuale del bilancio dello Stato attribuita alla giustizia è stata tradizionalmente inferiore all’uno per cento e, negli ultimi anni, la situazione presenta un drammatico peggioramento.
Dunque, i soldi sono sempre di meno, mancano i cancellieri e non si pagano gli interpreti: nello stesso tempo si vogliono ridurre i tempi di durata del processo. È come se si facesse cessare il vento e poi si imponesse a una barca a vela di doppiare la boa a gran velocità. Per correre veloce, la giustizia non deve essere costretta a indossare scarponi da palombaro. Così non si va avanti.
Ma neppure maggiori risorse basteranno se non si deciderà di aggiornare la disciplina del codice di procedura penale. Mantenendo e casomai rinsaldando le reali garanzie dell’imputato. E invece sfoltendo quei formalismi che creano soltanto appesantimenti e lungaggini. Sarebbe questo un bel terreno di confronto e di riflessione tra politica, avvocatura e magistrati: una scommessa che varrebbe davvero la pena di essere giocata.
Per fare un solo esempio, se davvero si vogliono ridurre i tempi del processo, come giustamente l’Europa ci chiede, perché non prevedere – come avviene in tutti i Paesi europei – dei seri filtri per il giudizio di appello? Perché non ritoccare il principio del divieto di reformatio in pejus: per cui, in caso di appello da parte del solo imputato condannato, la sua sentenza può essere riformata soltanto in suo favore e mai ritoccata in negativo? (Mancando qualunque filtro, oggi ricorre in appello – sempre – anche l’imputato confesso che ha avuto in primo grado una pena minima).
Al tempo stesso, non si deve mai dimenticare che il processo è un’attività complicata e ci vuole tempo. Spesso lavorare in fretta significa lavorare male, con decisioni che possono essere annullate. Di qui la necessità di un sistema che dia ad ogni processo il tempo occorrente, pur facendosi carico delle necessità di accelerare le procedure. In ogni caso, nella situazione data (di inefficienza cui non si vuole porre mano) pretendere di ridurre i tempi del processo con un tratto di penna, brandendo lo slogan propagandistico del “processo breve”, è come fare della pubblicità ingannevole. Se non si modifica la crisi funzionale della giustizia, l’obiettivo del “processo breve” è destinato a rimanere un miraggio.
Ma intanto gli effetti saranno devastanti. Perché la mannaia dei termini fissati senza preoccuparsi che la pista possa davvero essere percorsa nel tempo stabilito per tagliare il traguardo si abbatterà su un’infinità di processi che sarà materialmente impossibile concludere. E si estingueranno per decorso del tempo non solo i processi del premier o dei “colletti bianchi”, ma anche molti processi relativi a forme insidiose di delinquenza diffusa, assai spesso in danno delle persone più deboli. Sarà il trionfo della tecnica di Erode: fare strage di una massa di processi “innocenti” per eliminare quei pochi che interessano a chi può. Senza tenere in alcuna considerazione la fatica delle forze dell’ordine per assicurare alla giustizia gli autori di reati. Senza preoccuparsi di torti e ragioni, di sofferenze e aspettative, dei diritti delle vittime e della sicurezza dei cittadini. E per la giustizia sarà buio ancora più pesto.

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