Un altro mondo é possibile?

Cronaca dal Forum Mondiale di Dakar, in Senegal
12 aprile 2011 - Gisella Evangelisti (specialista in cooperazione e mediazione di conflitti, scrittrice)

Si sono smontate le tende che hanno ospitato il decimo ´Foro Sociale Mondiale nell'universitá Cheik Anta Diop a Dakar, capitale dell'Africa occidentale, del 6 al 11 de febrero. Strette di mano, abbracci, sorrisi, arrivederci, o forse no. "Nessuno ha la bacchetta magica per cambiare questo mondo che va a rovescio, ma le cose non saranno piú come prima, per noi...." , mi dice Amadou Diouf, 23 anni, alto e magro, camicia impeccabile, studente di legge.
"Non ci sentiamo piú soli. Adesso, dopo l'Egitto e la Tunisia, sappiamo che i cambiamenti vengono dalla gente, dai movimenti sociali. Non possiamo aspettarci regali dai governi. Siamo noi a doverceli conquistare. L'abbiamo sentido dire tante volte, in questo Foro".
Non si sentono piú soli, quindi, gli studenti senegalesi che stanno facendo lo sciopero della fame per essere ammessi all'Universitá. Piú di settantamila persone sono arrivate da 130 paesi, rappresentando 1200 organizzazioni sociali ( la metá delle quali africane) di agricoltori, pescatori, donne, sindacati, attivisti per la riforma dell'ONU e del sistema finanziario internazionale, la giustizia climatica, l'abolizione del debito estero, la teologia della liberazione, la comunicazione democratica. Anche il diritto alla migrazione é stato affermato da 150 rappresentanti dei 185 milioni di emigranti nel mondo, nella Carta di Goré sottoscritta in un'isola della baia di Dakar, tristemente ricordata per il traffico degli schiavi verso l'America. Diritto a fare circolare anche le persone, non solo le merci.
Hanno partecipato al Foro, tra gli altri, 55 parlamentari europei, politici come Massimo d'Alema e madame Aubry, dirigente del partito socialista francese, la giovane sindachessa di Ginevra Sandrine Salerno, e studiosi di fama internazionale come Samir Amin, Naomi Klein, Susan George, Boaventura Souza Santos. Dal 6 all' 11 febbraio le strade e le istallazioni dell'universitá si sono riempite di voci di lingue diverse, del tam tam dei tamburi, dei colori sgargianti delle tele vendute dalle donne del Mali e della Mauritania, dei bobou di donne e ragazze. Impareggiabile l'eleganza di questi vestiti tradizionali, lunghi fino ai piedi, dalla stoffe a volte scintillanti, sempre coloratissime, portati con grande dignitá da giovani alte e snelle, come tante Naomi Campbell, con in testa un copricapo della stessa tela che termina in un enorme fiocco. Ragazzi e ragazze, che anche in jean e camicia, camminano con l'eleganza naturale di principi e principesse. Peró sono magrissimi. E nelle stanze dela residenza studentesca dove dovrebbero essere ospitate due persone vivono in otto o dieci. I loro panni sventolano alle finestre come i sogni di un futuro sgualcito.
Un gruppo di egiziani passa con bandiere e cartelli inneggianti alla libertá. Nella piazza Tarhir del Cairo in questi giorni si sta giocando una partita importantissima. "Come sta andando in Egitto? É caduto Mubarak?" é la domanda che si rivolgono i partecipanti del Foro, ogni momento, a mó di saluto. Il quasi sconosciuto Egitto é entrato con veemenza nel nostro quotidiano. In un angolo della biblioteca un gruppo di ragazzi srotola la sua stuoia, e si inginocchia profondamente per una delle cinque preghiere quotidiane che prescrive la religione musulmana. Il Senegal é uno dei paesi dove le religioni non sono, per fortuna, motivo di divisione. Animisti, cristiani e mususlmani si scambiano i cibi speciali delle rispettive feste da buoni vicini, anche se questo non fa notizia come gli attentati dei fondamentalisti islamici.
Da dieci anni il Foro Sociale Mondiale, si svolge parallelamente alla riunione di politici ed economisti che si ritrovano ogni anno nella svizzera Davos per delineare grandi strategie economiche sulla testa della gente, appunto per far sentire la voce di quella che non é disposta a subirle passivamente. La scintilla é partita da una cittá brasiliana, Porto Alegre, dove l'esperienza del bilancio participativo dei cittadini ha dato impulso a nuove forme di convivenza, cultura ed economia. Quest'anno si ripete il rituale incontro di banchieri e politici negli asettici hotel di Davos, mentre il Foro della cittadinanza mondiale si ritrova nella polverosa Dakar. Che ha molto poco di svizzero, come possiamo osservare. Il rettore dell'Universitá non concede le aule per le conferenze previste e la programmazione dev'essere cambiata all'ultimo momento. Conferenzieri e partecipanti girano in tondo per ore cercandosi a vicenda. Pochissimi i microfoni e i traduttori ufficiali, ma moltissimi i traduttori volontari che si danno da fare per aiutare a decifrare la babele di lingue. Francese, arabo, inglese, wolof. Poi finalmente dopo i disagi iniziali si montano delle tende nel campus (la prima, con tanto di tappeti marocchini, é quella messa su dai magrebini) e le cose cominciano a fluire.
Una strada in salita
L'Africa festeggia cinquant'anni di indipendenza. Tra questi il Senegal é considerato uno dei piú democratici e stabili. Qui gli impresari stranieri, soprattutto francesi, possono tranquillamente fare affari, controllando il settore delle telecomunicazioni o dell'energia; i turisti possono affluire tranquillamente per godere il sole nei 700 km di spiagge di sabbia fine. E´tanto stabile che da trent'anni é al potere Abdoulaye Wade, adesso un anziano ultraottantenne, che alla sua elezione promise sopi, (cambio) e sviluppo, ma gli ambiziosi piani di rinovamento si sono poco a poco afflosciati nelle lotte interne, aggravate dal recente aumento del costo del petrolio e degli alimenti importati. La fame cresce. E non si é riusciti a eliminare la corruzione. Nelle strade nugoli di bambini con una latta in mano per mendicare si addensano davanti alle panetterie. "Rompiamo il circolo vizioso della mendicitá non dandogli elemosina e puntando a un'educazione migliore", é lo slogan di una Ong senegalese. Ma é difficile mangiare tranquilamente il tuo panino davanti a quegli occhi affamati che ti perseguitano. Le risorse ittiche sono in diminuzione per l'aumento continuo dei pescatori, dalle piccole piraguas locali alle grosse navi di alto cabotaggio europee, e a quelle pirata. Un progetto della UE sta finanziando un programma di formazione di leaders sociali fra i pescatori artigianali, ma chi dará corsi di ecologia alle navi pirata che lo stato non ha la forza o la volontá di fermare? Il cotone senegalese non puó competere con quello di paesi come USA, India e Cina, che sussidiano la loro produzione; il raccolto del riso é piú scarso per l'imprevedibilitá del clima. Le donne, come sempre il principale sostegno della famiglia allargata dove l'uomo lavora fuori o ha preso il largo, si organizzano con l'appoggio delle Ong in gruppi di prduzione artigianale o agricola. Mentre per la recente esplosione demografica i giovani sotto i 25 anni sono diventati quasi la metá della popolazione, il loro futuro puó impantanarsi nella disoccupazione cronica o nella ricerca sempre piú difficile del paese dei sogni dove prosperare. Questa é la stabilitá del Senegal.
Eppure l'Africa negli ultimi dieci anni ha eseguito alla lettera i compiti dettati dal Fondo Monetario Internazionale, riducendo il ruolo dello stato nell'economia,e aprendosi con fiducia agli investimenti stranieri "portatori di sviluppo". Ma vari governi hanno fatto accordi segreti con le imprese straniere, che hanno ottenuto importanti esenzioni di tasse. Oltre a stipulare accordi sfavorevoli con gli stranieri, molti stati non hanno la capacitá o la volontá di imporre un sistema di tassazione interno che ridistribuisca piú equitativamente le ricchezze, le infrastrutture sono carenti, mancano quadri professionali locali in grado di gestire settori di punta. Insomma, tolta la grossa fetta che va ai politici locali, neanche le briciole della grossa torta di guadagni derivanti dalle risorse naturali arrivano sulla tavola della gente. L'Africa é rimasta intrappolata nel modello estrattivista, come un insetto in un fiore carnivoro.
Certo, sono arrivati i cinesi, migliaia di laboriose formichine cinesi che accompagnano i contratti per lo sfruttamento di miniere, petrolio o terre con accordi per costruire le agognate infrastrutture. Ecco quindi spuntare un edificio con grandi vetrate e colonne doriche nel porto di Dakar, o una ferrovia in Angola. Tutto bene, allora? Sí e no, commentano studiosi come Sanou Mbaye, autore di "L'Afrique au secours de l'Afrique".
I cinesi criticano i rapporti disuguali fra Africa e Occidente, lo strangolamento silenzioso della sua possibile crescita attraverso il meccanismo di un debito estero eternizzato, ma tacciono sul fatto che importano lavoratori cinesi (anche ergastolani a cui viene offerta la possibilitá di scontare la loro pena nei lavori piu disagiati), e quando contrattano africani, li trattano pessimamente. Comunque, sostiene filosoficamente Mbaye, mentre i discendenti dei negrieri statunitensi si ritrovano oggi con un presidente di colore, il regno dell'apartheid sudafricano é governato dall'opposizione, anche la Cina assisterá a grandi cambiamenti.
Globalizzazione e dintorni
Dieci anni di Foro Sociale Mondiale, dicevamo. E ne sono successe di cose, in questi dieci anni. Dall'evidenza del tanto negato cambio climatico, allo scoppio della bolla speculativa finanziaria giá prevista da certi economisti considerati uccelli di malaugurio. Fiumane di dollari provenienti dal bilancio dello stato, ergo dai cittadini, arrivarono a puntellare le banche, se no, si diceva, il loro crollo avrebbe travolto tutti. Peró occorreva qualche regola perché quei birichini di Wall Street la smettessero di giocare con soldi che non erano loro, anzi non esistevano nemmeno, erano solo cifre futuribili, il regno del "come se". E quando cadde il castello di carte dei subprime, la vita si fece dura nel regno del reale, con le imprese chiudendo una dopo l'altra per mancanza di finanziamenti; ed ecco che si riscoprí la funzione dello stato come regolatore di un'economia allo sbaraglio. "Siamo tutti socialisti", intitoló il Time una delle sue copertine. Ma la riscoperta dello stato duró poco, segnala D'Alema, nella riunione indetta dalla CIGL e dall'ARCI. Quest'anno gli stessi banchieri che hanno provocato la crisi finanziaria, riuniti a Davos dove si possono gustare deliziose crepes suzettes, non hanno una parola di pentimento sulle loro malefatte, anzi, si lamentano di non poter lavorare in pace come vorrebbero.
Lá fuori, il mondo forzatamente globalizzato si sta leccando le ferite. L'unico modello efficiente di redistribuzione sociale, costato decenni di lotte in Europa, si sta lentamente smantellando. Il famoso stato del benessere, dove potevi aspirare a una buona scuola, ed essere assistito se se malato o anziano, é passato di moda. La globalizzazione ha rotto l'equilibrio tra le forze del lavoro, del capitale e dello stato, a tutto vantaggio del capitale. Il lavoro é stato precarizzato e svilito. L'individualismo vince sette a zero il senso del bene comune. Non si insegna piu ai ragazzi ad essere in gamba, ma solo furbi, o furbastri. Le ragazze belle e disponibili sotto i diciotto, possono aspirare a un ministero verso i trenta, nel paese dei Balocchi che é diventato l’Italia. Intanto, "Se non accettate qualsiasi condizione", si sentono dire spesso gli aspiranti a un lavoro-decente, "noi ce ne andiamo in uno di quei paesi sfigati che ci accolgono comunque a braccia aperte". l'Europa é incerta, e non sa trovare alternative viabili. E i trend economici a livello mondiale, come segnala Susan George, non sono affatto consolanti. Avanza l'agricoltura industrializzata delle grandi piantagioni di palma da olio, soya o canna da zucchero e mais per agrocombustibili, (finanziata anche dagli stati come il Brasile) rovinando ed espellendo i piccoli agricoltori, dall'India all'Africa. Questo modello di globalizzazione, invece di produrre e diffondere ricchezza, ha esaperato le disuguaglianze, concentrando risorse e potere in mano di pochi gruppi economici. Poche grandi corporazioni controllano porduzione e prezzi di settori tanto importanti per la vita delle persone, come l’energia, li farmaci, gli alimenti. Si arriva a spaccare ghiacciai per estrarre minerali, a entrare nelle foreste piú sperdute destinando all'estinzione i popoli indigeni; si penetra nei mari piú profondi per estrarre petrolio, provocando disastri ecologici immani. Anche l'Unione Europea nei suoi accordi di libero commercio con i cosiddetti paesi in via di sviluppo privilegia il capitale internazionale a scapito degli interessi dei paesi del sud, per esempio nel campo della salute, mentre d'altra parte, si lava la coscienza finanziando qualche progetto di cooperazione. Migliaia di milioni di dollari che i governi africani, (spesso solo stati patrimoniali in mano a una sola famiglia), avrebbero dovuto usare per i loro popoli sono al sicuro nelle banche europee, e la gente deve continuare a pagare col debito estero i conti di una festa a cui non é stata invitata. Eppure nel mondo ci sono intelligenza, capitali e tecnologie sufficienti a dar vita a uno sviluppo diverso. A produrre e vivere in modo piú sano. A problemi globali, risposte globali, si ripete nel Foro.
Una é il sostegno all'agricoltura familiare, che non inquina come quella industriale, e garantisce la sovranitá alimentare di un paese, asserisce Christian Boisgontier, contadino normanno aderente a Via Campesina, un movimento internazionale di piccoli agricoltori esistente in 69 paesi di 4 continenti. "Noi contadini non vogliamo sparire. Contro l'agricoltura industriale che esporta alimenti da un paese povero, stabiliamo il diritto alla sua sovranitá alimentare, a poter produrre ció che consuma. E pazienza se i paesi sovraalimentati dovranno rinunciare alle fragole della Nuova Zelanda o alle chirimoyas dell'Equador, se il loro trasporto all'altro capo del mondo è una delle cause dell'effetto serra." "E inoltre, basta con il consumismo esagerato, con la produzione programmata sull'"usa e getta" di aggeggi tecnologici di scarsa durata che inquinano e consumano le risorse del pianeta", ricorda Raffaella Bollin dell’ARCI, "perché le sue risorse non sono infinite". Occorre un cambiamento epocale: diversificare invece che concentrare la produzione , produrre in modo sostenibile puntando alla qualitá piuttosto che alla quantitá, superare la dipendenza dai combustibili fossili, con un sistema decentrato di energia. Occorre abolire i paradisi fiscali e tassare le transazioni finanziarie internazionali, ( proposte, queste, del movimento ATTAC), con una cifra insignificante per chi muove denaro, ma che moltiplicata per i milioni quotidiani di transazioni, potrebbe dare soluzione ai problemi mai affrontati seriamente nel mondo, dalla fame all’analfabetismo, alla malaria, alla ricerca di nuove tecnologie energetiche.
Germi di rinnovamento
Alcuni motivi di speranza vengono dall'America Latina, come riferisce la coordinatrice nazionale di ATTAC Argentina, Maria Elena Saluda. "Sono stati bloccati accordi di libero commercio (disuguale) con gli Stati Uniti, come l'ALCA, si avviano in alcuni paesi processi di revisione del debito illegittimo. Potremmo fare molto di piú, unendoci in un mercato e una moneta comune. I paesi possono relazionarsi tra loro non solo in funzione della competitivitá, ma della complementaritá e commercio giusto. E via le basi militari, di qualsiasi potenza straniera, dai nostri paesi.
Ma i cambiamenti non possiamo aspettarceli dall'alto, sono i cittadini che inventano, partecipando, nuove forme di vita civile. Medellin in Colombia, prima teatro della violenza del narcotraffico, adesso sorprende con le sue moderne biblioteche e la sua vita culturale, e a Rosario, in Argentina, i disoccupati si organizzano per coltivare verdure organiche e costruire case in cooperative". Paesi como Equador e Bolivia hanno riconosciuto, dopo secoli di razzismo e colonialismo, che la societá é composta da cittadini di diverse nazionalitá e culture, ma con gli stessi diritti. Equador, per la prima volta nella storia, riconosce che anche la natura é un soggetto di diritto, e la sua protezione é alla base della vita di tutti. L’ applicazione di questo principio tuttavia richiede tempi piú lunghi di quelli di una semplice dichiarazione. Le tensioni fra le attivitá minerarie che hanno effetti negativi sulla vita delle popolazioni indigene, e tra loro e il governo, ne sono la prova.
In Bolivia, ricorda Evo Morales nel discorso inaugurale del Forum, la nazionalizzazione del petrolio o migliori accordi con le compagnie petrolifere straniere stanno portando nelle casse dello stato maggiori risorse, da usare per la gente. Per le donne si stanno aprendo finalmente spazi di rappresentativitá, e dovranno arrivare al 50% nelle cariche pubbliche, sottolinea con entusiasmo Esperanza Huanca Mendoza, l'unica boliviana presente al Forum, con tanto di bombetta e gonna tradizionale. Anche il Brasile punta ad aumentare il mercato interno, cominciando col dare un sussidio ai poveri che permetta loro di fare una colazione decente. E´populismo, criticano i conservatori. E allora? ribatte Luciana Bodin, del prestigioso centro di studi sociali IBASE, di Rio de Janeiro. Almeno potranno scegliere di rifiutare lavori umilianti. Non ci si nasconde peró che si potrebbe fare un passo piú in lá, puntando a un vero cambiamento della struttura produttiva, ancora basata in gran parte sul modello estrattivista. Anche in Cina si cominciano ad aumentare i salari.
Ma anche nel cuore dell’impero, gli Stati Uniti, soffia aria nuova. Vecchie cittá industriali inquinatissime si stanno trasformando in modelli di sviluppo sostenibile, abolendo l’uso esclusivo dell’auto, stimolando lo scambio di ore di lavoro come moneta che affianca il dollaro, promuovendo il riciclaggio e la produzione decentrata di energia. Uno di questi poli di rinnovamento é Ithaca, una cittadina a 40 km da New York; altri, come Providence, Burlington, Madison, Northampton, Iowa city, Santa Fe, sono sparsi in tutto il territorio nordamericano.
E una piccola rivoluzione sta riscaldando la fredda Islanda. I 300mila abitanti dell’isola hanno detto no al piano del FMI che come sempre, scaricava i costi del crack delle banche sui cittadini agganciandoli a nuovi prestiti e condizioni. Si stanno investigando le responsabilitá della crisi finanziaria e si sta cambiando, in un assemblee popolari, la costituzione, in modo che la voce dei cittadini sia determinante nelle scelte politiche. Facile, per un paese cosí piccolo, si dirá. Ma stabiliscono un principio importante, che dovrebbe essere generalizzato: i cittadini devono essere consultati quando si fanno accordi commerciali che hanno pesanti conseguenze sulla vita della gente, devono poter scegliere il modello produttivo, e hanno diritto a un’informazione trasparente sulle attivitá delle banche e delle imprese.
Amadou e gli altri studenti africani ascoltano attenti.
"Se piú giovani in Africa sapessimo usare internet, come in Tunisia e in Egitto, anche qui esigeremmo cambi radicali. ", commentano. E le donne? Dove sta l'altra metá del cielo? " Cosa pensano e sperano queste ragazze in jeans e treccine afro, queste matrone avvolte veli scintillanti? "Le donne tanto spesso ignorate nella vita pubblica, costrette ancora a milioni in questo continente al matrimonio forzato o la mutilazione genitale, hanno tuttavia una gran forza", sostiene Fatma, sindacalista marocchina, una delle poche donne del suo paese che va a capo scoperto: "la forza della resistenza e del coraggio. Stiamo conquistando spazi, giorno dopo giorno, con ottimismo. La nostra é una rivoluzione dolce. Noi portiamo tenerezza nel potere troppo aspro degli uomini". "Dobbiamo cambiare il mondo cominciando col democratizzare la vita quotidiana", sottolinea Betania Avila, femminista brasiliana. "E riprendere iniziativa, invertendo il deterioramento della condizione femminile in Italia", aggiungono le compagne del Bel Paese, come Alessandra Mecozzi.
Si sono smontate le tende, scambiati libri e materiali. Ma, dice Amadou, l'energia sprigionata da migliaia di persone piene di idee, progetti e sogni, vibra ancora nell'aria. Rimarrá a lungo tra noi, dandoci forza.
Non solo in Africa, non solo ora. Qualche giorno fa un milione di donne é sceso nelle piazze d'Italia a chiedere dignitá e rispetto.

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