Perchè incontrarci e fare rete

Contributo all’assemblea “Chiesa di tutti, chiesa dei poveri”, Roma 15 settembre 2012
9 ottobre 2012 - Carlo Bolpin, Anna Urbani, Laura Venturelli

PREMESSA. Perché questo documento. Perché incontrarci e fare rete.
Non si tratta, secondo noi, di rivendicare spazi e riconoscimenti, di avere più potere nell’apparato istituzionale organizzativo, nemmeno abbiamo la pretesa di essere la vera chiesa, né di dire come la chiesa dovrebbe essere e quale dovrebbe essere la riforma complessiva delle Istituzioni ecclesiali.
Il nostro intento è quello di assumere la responsabilità personale, oggi pressante, di superare la frammentazione di gruppi, comunità, singoli, che hanno cercato di vivere il Vangelo nel mondo in ascolto dello Spirito che ha vivificato il Concilio.
Il metodo è il racconto reciproco (e quindi teso ad accogliere l’altro per esserne convertito) delle storie e delle riflessioni vissute in questi anni. Anche noi rischiamo infatti la carenza di confronto e la difficoltà di trasmettere agli altri la propria esperienza.
Non abbiamo alcuna preoccupazione di insegnare, di essere d’esempio, di lasciare un segno. Se, seguendo il Vangelo, siamo un piccolo seme, “minore”, senza pretese, ci saranno frutti: ma non sta a noi se e quando. Questo però ci chiama alla responsabilità autocritica che viene dalla consapevolezza dello scollamento tra fede e vita, dalla difficoltà di capire come vivere il Vangelo nella nostra società, diversa radicalmente anche dal periodo conciliare.
Il problema non è nemmeno quello di saper presentare i documenti conciliari (il contesto, le fonti, il dibattito…) alle nuove generazioni come fosse solo un problema di trasmissione adeguata di un evento che basta far conoscere come tale, con una lettura diversa ma in fondo speculare a chi vuole invece affermarne la continuità.
La questione è che il Concilio stesso va storicizzato e messo in rapporto con l’attuale realtà e con le donne e gli uomini, tutti in vario modo nella stessa condizione di disagio e di crisi.

RIPRENDERE IL CONCILIO IN UNA SITUAZIONE DIVERSA.
L’attenzione del Concilio era rivolta particolarmente a rendere presente la chiesa in mezzo ai popoli e ai gruppi umani che ancora non credono in Cristo. Oggi il problema riguarda l’evangelizzazione in realtà in cui il cristianesimo è strutturato da molto in istituzioni cattoliche, presenti in modo massiccio, ed ha un rapporto determinante con la cultura e il quadro politico dominante. Nello stesso tempo le nuove generazioni vivono in un ambiente totalmente pluralistico e in cui la fede non è più trasmessa per tradizione familiare.
Sono oggi evidenti i processi profondi di scisma di fatto, di svuotamento del messaggio evangelico, di perdita di fiducia nella chiesa e di una appartenenza al più sociologica e sacrale.
Il Magistero, particolarmente in Italia, non coglie questi fenomeni come crisi della fede e del suo annuncio, e li attribuisce invece alla crisi morale, al distacco tra il Dio della Legge e i costumi secolarizzati. Per questo afferma la necessità di serrare le fila, in tutte le direzioni, per presentarsi compatta e forte, agenzia di valori e lobby di pressione, maggioritaria nel Paese con una Dottrina, un culto, una militanza sociale e politica, che privilegia la negoziazione con il potere politico per affermare come legge civile ciò che viene perduto nella coscienza degli stessi cristiani. Così mondanizza sempre più le proprie forme di presenza; cerca alleanze tra atei devoti e devoti atei. Vede nella popolarità gli indicatori dell’evangelizzazione, cerca la presenza e la diffusione mediatica invece che la testimonianza silenziosa di Gesù che fugge la masse per non essere frainteso e coinvolto nel potere di questo mondo. La spettacolarità mediatica, il mezzo comunicativo prevale sul contenuto, il presenzialismo e la forza di pressione vengono privilegiati rispetto agli esempi di spiritualità, di contemplazione e di prassi coerente. Il sonno dell’annuncio evangelico viene coperto dal rumore.
Con questo però non si risponde alla forte domanda di senso, di spiritualità e di autenticità, che oggi si esprime in forme nuove rispetto al passato, attraverso una soggettività disponibile ai legami comunitari e intersoggettivi ma non alle gabbie che chiudono la fede stessa in formule culturali, politiche ed organizzative, proprie non di una Tradizione viva ma di particolari momenti e filoni culturali, che hanno cristallizzato la pluralità di “cristianesimi”, di esperienze di chiesa, presenti nella Tradizione stessa fin dai primi secoli.

INTERPRETARE I SEGNI DI QUESTO NOSTRO TEMPO COME OCCASIONE FAVOREVOLE.
Il ritorno, che oggi si tenta, a prima del Concilio è segnato dal rinchiudersi nella paura e nel pessimismo verso l’umanità, nel rimpianto di una società cristiana mai esistita, nell’illusione che il popolo cattolico sia ancora maggioritario e che la cristianità possa ancora essere la religione civile che informa il costume degli italiani.
Seguendo invece l’ispirazione del Concilio, la caduta della pratica religiosa e sacramentale, la crisi delle vocazioni, il calo di credibilità delle Istituzioni ecclesiastiche, la perdita di influsso dei suoi modelli morali sulla vita privata e pubblica dei fedeli…, vanno assunti come segni di questo nostro tempo da interpretare come occasione favorevole per cambiare mentalità con coraggio e fede, per convertirsi.
Nel celebrare il Concilio, questo sembra essere l’atteggiamento essenziale che ci ha insegnato. Vanno infatti distinte le forme storiche plurali, in cui il Vangelo si incarna, dalla comprensione continua del Vangelo stesso, aperti alle novità dello Spirito. Senza paura di porsi la domanda di fondo: che cosa resterà della chiesa, della sua visibilità, delle sue strutture, dei ruoli, delle forme del culto e della Dottrina? si guarda con timore al futuro e si fonda la chiesa su Cristo o su queste forme passate alla cui conservazione si affida l’esistenza della chiesa?
Essere minoranza va assunto come segno provvidenziale per diventare “minori”, per spogliarsi delle forme storiche e rivedere il rapporto con il potere e con il denaro; ripensare in profondità ruolo dei ministeri e dei carismi, dell’emergenza educativa, dei percorso formazione e catechesi, del primato della Parola, del rapporto liturgia e vita..
Fare memoria viva significa considerare che il Concilio stesso non ha fatto fino in fondo i conti con la modernità, e quindi con la sua crisi. Questo storico evento ha chiuso l’epoca della condanna del mondo e della modernità. Il mancato sviluppo dei nodi aperti rischia però di cristallizzare le sue stesse acquisizioni. Oggi siamo di fronte ad uno scenario radicalmente cambiato, rispetto al periodo conciliare (“crisi” antropologica – del soggetto e dei diritti umani-, globalizzazione finanziaria e idolatria del mercato, deriva dell’occidente, …). Rischiamo di non capire il significato dell’annuncio di fede oggi. Sembra perciò comprensibile il rifugiarsi, di parte di Istituzioni e di Movimenti, nelle sicurezze antiche, nella ricerca delle “certezze” –anche se illusorie- date dalla “continuità” con il passato. A noi sembra invece necessario lasciarsi interrogare dalla Parola e dalla vita di Gesù il Cristo come criterio discriminante per la comprensione della nostra vita cristiana oggi.

ALCUNE CONDIZIONI PRIORITARIE
Va ripreso e sviluppato il carattere e il significato Pastorale del Concilio, che non va inteso separato né tantomeno subordinato rispetto alla Dottrina. Significa invece assumere pienamente il carattere “incarnato”, storico, dinamico, dell’annuncio evangelico, che in ogni epoca è sempre “contemporaneo” e quindi continuamente da interpretare, ripensando categorie e concetti storicamente datati.
La pluralità di esprimere e vivere il Vangelo esige l’ascolto e il confronto reciproco, la conversione verso l’unico Maestro, Gesù il Cristo, non l’unità dottrinale dentro argini unilaterali, non l’uniformità di un’unica tonalità. Gesù stesso pone a ciascuno di noi l’interrogativo: ma tu chi dici che io sia? Si ha timore della vitalità dello Spirito se non ci sono luoghi e spazi per la correzione reciproca, per l’ascolto delle “competenze” specifiche dei diversi ministeri, dei laici e delle donne, tutti al servizio dell’unica Parola e non dell’affermazione del proprio ruolo. In questo consiste la sinodalità come modo di essere e di vivere le relazioni interne e non come semplice ausilio di chi sta al livello più alto nella scala gerarchica.
La prioritaria parola che l’umanità si aspetta riguarda l’annuncio della pace e della giustizia. I cristiani dovrebbero come singoli e comunità testimoiniare le beatitudini e il primato della carità senza cedere alle elaborazioni e distinzioni come parla il mondo, secondo una razionalità equilibrata e apparentemente realistica (come pretende illusoriamente di fare la Dottrina sociale, che nasconde la verità del Vangelo, considerato troppo alto per la gente che ha bisogno di essere “guidata”.

NODI “TEOLOGICI” RIMASTI APERTI NEL CONCILIO
Se la ricorrenza del Concilio non è una cerimonia di nostalgia, né di celebrazione di una novità statica, ma è il rinnovamento del Concilio che ha posto la chiesa, tutti noi, in stato di permanente riforma, occorre affrontare dei “nodi” di fondo che sono rimasti aperti proprio per la natura di compromesso dei lavori conciliari e per le radicali novità della situazione oggi rispetto all’epoca conciliare.
1. Alcuni Vescovi italiani hanno mostrato stupore perché cattolici che hanno notevoli responsabilità pubbliche in Italia (ma anche nello stesso Vaticano) sono corrotti e corruttori. Si possono fare considerazioni sul perché se ne accorgano solo ora e sulle responsabilità e colpe nella crisi etica civile in Italia della chiesa e in particolare degli ultimi decenni del ruinismo. Lo stupore che noi proviamo è sul perché non lo hanno visto e capito prima. Ma al fondo ci sono alcune questioni. La cecità deriva dal considerare la chiesa “società perfetta” che incarna e “sostituisce” Cristo nel mondo, dalla presunzione del Magistero e di alcuni movimenti di essere garantiti nelle proprie debolezze (che rimarrebbero dei singoli) dal carattere oggettivo della santità del ruolo e dell’essere Magistero -in via principale in quanto si identifica con la Chiesa stessa. Così le debolezze umane dei cattolici nella Chiesa (non quelli “fuori”) esalterebbero la santità in sé dei cattolici se uniti al Magistero. Non corrisponde questo alle tentazioni di Gesù? L’immagine della chiesa non è invece quella della lavanda dei piedi? Una chiesa popolo di Dio, pellegrina e penitente, che confessa la propria fragilità, il proprio peccato che è interno, costitutivo come lo è per il mondo (GS 40 “ la chiesa sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena”). Una chiesa quindi povera e debole, peccatrice, che ha e riconosce la sua forza solo in Cristo, che si fa umile e impotente, abbandona la propria pretesa superiorità e differenza morale.
2. Nei Documenti conciliari e nella prassi successiva appare ancora una Chiesa – Magistero che possiede e insegna risposte e soluzioni ai problemi del mondo attraverso una Dottrina etica e sociale, sintesi di rivelazione e ragione. Ma il Vangelo, scandalo e follia, serve al mondo o serve il mondo? E’ come il lievito che si mescola e si scioglie nella pasta, senza pretendere di uniformare a sé il pane, affinché diventi come lui. Non si tratta di contrapporre contenuti più radicali, più progressisti, né di essere più fiduciosi nello sviluppo delle risorse umane. Si rimane sempre nella logica della cristianità costantiniana se si pensa che il cristiano sia la pienezza dell’umano pretendendo di non essere come gli altri, di avere garantita una superiorità, pretendendo di non essere come gli altri, di avere garantita una superiorità: noi non saremmo come gli altri. Occorre quindi ripensare all’uso di concetti e di categorie. Dio non è la soluzione dei problemi, il cristianesimo non è in concorrenza con altre religioni e culture. Nella modernità l’apologetica si ritira sempre più, dalla natura, all’etica, all’intimità, alla società, come risposta ai problemi non risolti e che si presume l’umanità non sia capace di affrontare da sola a causa del peccato. Si cerca lo spazio di Dio, della Sua potenza, nella debolezza umana, in opposizione alla potenza dell’uomo moderno. Se Gesù vive oltre questa contrapposizione tra “potenze” e chiama l’uomo a condividere la sofferenza di Dio nel mondo, che significa oggi per il cristiano vegliare nel Getsemani e annunciare l’evento messianico dell’agnello, del servo?
Inoltre, la confusione tra annuncio del Vangelo e le soluzioni proposte rischia di non rendere comprensibile l’annuncio stesso, quando, come avviene, le risposte risultano inadeguate rispetto ai continui mutamenti, sono considerate annunci senza presa e seguito nella realtà, e danno adito a possibili interpretazioni opposte. Il Magistero si pone in concorrenza con altre agenzie etiche e politiche, pretende in modo autoreferenziale di affermare la propria superiorità e capacità di interpretare l’ordine umano naturale universale. Non si pone così la Chiesa tutta dentro le categorie della secolarizzazione? Non si fa dipendere l’annuncio da queste? La fede diventa la Religione di un umanesimo universale, capace di integrare le altre dottrine e religioni in quanto accettino la superiore Verità della religione cristiana. Rosmini scrive: “quando la chiesa si fa arbitra delle sorti umane, allora solo è impotente, quello è il tempo del suo decadimento”.
Bisogna ripensare il concetto di universalità della chiesa cattolica, sotto due punti di vista. Il primo, riprendendo due concetti presenti in embrione nel Concilio: la chiesa di Cristo “sussiste” ma non si identifica con la chiesa cattolica romana; bisogna, inoltre, riconoscere le alleanze, il patto di Dio con altre fedi, religioni,con tutti gli uomini di buona volontà che operano il bene secondo coscienza e quindi esprimono verità che fanno parte del Corpo di Cristo, del Regno che la chiesa pellegrinante ha il compito di annunciare (come il lievito dentro tutte le culture, religioni…).
In secondo luogo: questa chiesa ha assunto le forme dell’Impero e ha così potuto uniformare di sé il mondo come cristianità. Oggi che non c’è l’Impero ma una globalizzazione finanziaria,.siamo di fronte al bivio tra un nuovo monopolio cosmico del potere e la valorizzazione della coscienza dell’individuo e della pluralità delle culture e delle etiche. La Chiesa cattolica rimane ancorata alla prima versione mantenendo l’illusione di conservare l’autonomia e l’ universalità del suo magistero attraverso il potere diretto sulle coscienze e di determinare così la legge positiva di regolamentazione della vita quotidiana e dell’ordine sociale.

3. La Libertà di coscienza sembra non sia più messa in discussione nella chiesa. L’obbligatorietà di conformarsi alla coscienza è però sempre stata affermata anche ai tempi dell’Inquisizione: sono cambiati i metodi per correggere e guidare l’errante e per combattere il maligno che toglie la libertà e corrompe la coscienza. Occorre attenzione nell’uso delle categorie. Si rischia infatti di rimanere nella stessa logica. Nella Gaudium et spes al n. 16 si definisce la coscienza come la voce interiore che si attiene alla legge morale scritta da Dio nei cuori. La dignità umana sta nel prestar obbedienza ad essa. Il Magistero si fa garante interprete della libertà “piena” e “vera” in quanto espressione di un ordinamento naturale: la libertà viene infatti considerata autentica se orientata al bene, al vero, all’ordine naturale razionale. In una versione “progressista” non serve la garanzia e il controllo della chiesa o di una autorità, ma la libertà, se lasciata al suo dispiegarsi senza condizionamenti, è di per se stessa orientata al bene, in quanto è ciò che caratterizza l’uomo come immagine di Dio. Ma è così? Il problema di fondo non è perciò che la Chiesa non può decidere quale sia la “retta” e libera coscienza (anche se questa costituisce una questione attuale e da non sottovalutare), ma da mettere in discussione è il nesso stretto e necessario tra coscienza libera e legge immutabile, bene oggettivo razionale iscritto nell’intimità umana.
Nella versione “progressista” si è persa la tragicità della libertà, come mostrano in particolare i disastri irrisolti del ‘900, e se, nello stesso tempo, rifiutiamo che la coscienza venga imbrigliata da un’autorità, dobbiamo ripensare questo nodo antropologico, prima che considerarlo solo come diritto (che ovviamente è). Si tratta di riprendere e sviluppare anche linee presenti nel Concilio stesso: la libertà di coscienza fondata sull’universalità della relazione di Dio con l’intera umanità nella diversità delle culture e religioni (quindi non chiusa nell’unico deposito esclusivo della ragione occidentale); la Verità come incontro-relazione personale e comunitaria, ciascuno nella sua unicità e irriducibile ad ogni oggettività razionale.

Carlo Bolpin (Presidente Associazione ESODO)
Anna Urbani (Socia Segretariato Attività Ecumeniche Venezia)
Laura Venturelli (Referente punto pace Pax Christi Venezia-Mestre)

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