CHIESA

Figli di questa Chiesa

La Chiesa del grembiule e il servizio: don Tonino, la sua appartenenza
ecclesiale, il popolo di Dio e i poveri.
Mons. Luigi Bettazzi (già vescovo di Ivrea e presidente internazionale di Pax Christi)

Mons. Bello – don Tonino, come amava chiamarsi ed essere chiamato – amava la Chiesa. Amava la Chiesa come la grande famiglia di Dio, dove ci deve essere anche chi autorevolmente ha la funzione di farla crescere e di guidarla, ma con l’atteggiamento del servizio, secondo la precisazione di Gesù che “tra voi chi è più grande dev’essere colui che serve” (Lc 22,26). Tant’è vero che, fedele e obbediente ai suoi vescovi, pare che abbia con discrezione chiesto due volte di essere esonerato dall’episcopato (anche per non doversi allontanare dalla madre, a cui si sentiva particolarmente legato per l’amore alla vita e ai poveri che gli aveva trasmesso), accettando finalmente l’episcopato di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi (cui si aggiunse poi la sede vescovile di Ruvo), per le insistenze del Vaticano (e perché intanto era morta la madre, da cui prese la fede nuziale come anello episcopale).
La Chiesa per lui erano i fratelli di fede, soprattutto i giovani, a cui presto venne destinato proprio per il suo temperamento fantasioso e gioioso. Gli venne così affidato un incarico in Seminario, tra i più giovani aspiranti al sacerdozio, poi tra i giovani della diocesi di Ugento, dove godette di un istantaneo largo consenso grazie all’immediatezza e alla brillantezza del suo parlare e all’appoggio della musica (aveva per questo imparato a suonare la fisarmonica). Aveva anche avviato una squadra di pallavolo, che poi giunse ad alti livelli nazionali.
Il suo amore alla Chiesa, proprio alla Chiesa come la grande famiglia di Dio che accoglie e dà sostegno e speranza anche ai suoi membri più poveri e più sofferenti, si rivelò in pienezza quando fu inviato come parroco a Tricase, uno dei centri più popolati della diocesi. Fu lì che ebbi a incontrarlo, invitato com’ero a parlare ai giovani delle scuole superiori della cittadina. Avemmo modo di rievocare gli anni e le persone di Bologna, dov’era stato mandato a compiere i suoi studi di teologia. Ricordammo i superiori e gli studenti del seminario dell’Onarmo, dove si preparavano i futuri “Cappellani di fabbrica”, ma anche i professori del seminario regionale, dove seguiva il corso teologico (non lo ebbi mai alunno, perché insegnavo nel corso filosofico, ma i suoi insegnanti erano tutti miei colleghi), e soprattutto l’arcivescovo, il grande cardinale Giacomo Lercaro, che era stato uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, e di quello che era stato praticamente il suo segretario al Concilio (ma un po’ segretario anche degli altri moderatori), don Giuseppe Dossetti. Don Tonino, chiamato dal suo vescovo come assistente a Roma all’apertura del Concilio, aveva conosciuto, di questa grande assemblea, gli inizi faticosi e incerti (si trattava di trovare come organizzare un’assemblea così nuova e così numerosa), tanto da aver chiesto al suo vescovo di poter ritornare a casa… per non perdere tempo. Poi, attento com’era alla vita della Chiesa e sensibile a coglierne lo sviluppo nella storia, era divenuto un convinto ed entusiasta discepolo del Concilio, premuroso di coglierne i messaggi e di attuarne le direttive.

Vescovo
La nomina a vescovo di Molfetta fu l’occasione per questa sua testimonianza conciliare. Bisognerebbe aver vissuto la sua esperienza episcopale al di dentro della sua stessa diocesi per poter precisare con esattezza il suo cammino. Credo che, prima ancora di sperimentare le modalità di un governo “collegiale”, nella valorizzazione dei Consigli pastorali e presbiterali con cui maturare insieme le vie dell’evangelizzazione e dell’organizzazione comunitaria, la sua testimonianza conciliare si espresse soprattutto nel far emergere la priorità della persona sulle strutture e, fra le persone, la priorità dei più piccoli e dei più poveri. E questo lo fece con i suoi costanti richiami verbali, ma ancor più con l’esempio della sua vita. Dalle visite ai barboni che passavano la notte alla stazione alle famiglie sfrattate accolte in vescovado o dall’ubriacone proclamato “basilica maggiore” (contro la “basilica minore”, fatta di pietra) al ladruncolo ucciso in uno scontro con la polizia e onorato con una Messa solitaria al cimitero, fino agli ex drogati assistiti in un’apposita (e contrastata) casa d’accoglienza a Ruvo. È così che don Tonino trasmetteva ai suoi preti e ai suoi diocesani la fede in una Chiesa che utilizzava le sue strutture per metterle al servizio degli esseri umani per cui Cristo è morto e risorto.
L’immagine più tipica di questo insegnamento è la puntualizzazione da lui fatta che l’unico paramento della prima Messa (l’Ultima Cena!) fu il grembiule di cui Gesù si cinse per lavare i piedi agli Apostoli: la Chiesa deve essere e sentirsi “Chiesa del grembiule”, una Chiesa che sa di essere quella che Gesù ha voluto nella misura in cui è una Chiesa che serve.
La pienezza di questo servizio fu raggiunta quando don Tonino fu nominato, come mio successore, Presidente della sezione italiana di Pax Christi. Fu lì che l’idealità e l’esperienza di questo Movimento cattolico internazionale per la pace lo spinsero a rendersi conto di un alto servizio che la Chiesa è chiamata a rendere all’umanità. In un mondo costantemente sollecitato all’individualismo e all’egoismo (dei singoli, dei gruppi, dei popoli), che portano alla ricerca, anche violenta, del dominio ed alle guerre (di cui le vittime, in maggioranza, sono i settori più poveri e più deboli dell’umanità), la Chiesa è chiamata a farsi messaggera profetica e sostenitrice coraggiosa dei cammini di pace. Don Tonino si sentì investito di questo servizio e stimolò la Chiesa (dai vescovi pugliesi all’intera Chiesa italiana) a contestare le usurpazioni fatte in nome di un prepotente militarismo e le manovre di possesso e di sfruttamento rivestite con le apparenze di un millantato pacifismo. E fu proprio l’essersi schierato con il Papa contro la prima Guerra del Golfo (1991) a procurargli le ostilità e gli attacchi che gli causarono in un primo tempo l’ulcera allo stomaco, poi il tumore che l’ha portato alla tomba.
Quando parliamo di don Tonino e della Chiesa, dobbiamo pensare a quanto l’ha amata, a quanto l’ha servita, a quanto l’ha testimoniata, a quanto l’ha annunciata, proprio secondo il suo richiamo che, di fronte ai grandi ideali e ai grandi amori, bisogna saper an-nunciare, se necessario anche saper de-nunciare, sapendo, se occorre, accettare di ri-nunciare.

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