ULTIMA TESSERA

Sotto tortura

Bambini nelle carceri israeliane: torture, violenze e detenzioni illegittime. La denuncia di alcune associazioni in difesa dei diritti umani.
Myriam Marino (Ebrei contro l’occupazione)

La terribile condizione dei minori palestinesi detenuti nel carcere “Al Jalami”, denuciata in un articolo del “Guardian” e rimessa in evidenza dalla traduzione del medesimo articolo che ne hanno fatto alcune associazioni, ci ha riproposto con drammatica urgenza una tragedia che non si può ignorare e rispetto alla quale è importante una immediata mobilitazione. Si parla di celle di isolamento 3 metri sotto terra senza finestre, con la luce costantemente accesa per impedire il sonno e le pareti a spuntoni perché non sia possibile appoggiarsi, di interrogatori di 6 ore con i minori incatenati mani e piedi e sottoposti a forme di torture e minacce di stupro per estorcere confessioni. A rigore non sono notizie nuove.
Un rapporto dell’Unicef in cui vengono illustrati gli abusi israeliani contro i bambini palestinesi solo nel 2010 riporta quanto segue: 11 bambini palestinesi sono stati uccisi; 360 bambini palestinesi sono rimasti feriti; 213 bambini palestinesi sono stati stati tenuti sotto detenzione militare; 14 bambini palestinesi sono stati stuprati nelle prigioni israeliane; 75 bambini palestinesi sono stati torturati nelle prigioni israeliane; 62 bambini palestinesi sono stati picchiati, 4 bambini palestinesi hanno subito l’elettroshock per estorcere loro confessioni.
Qualche anno fa a Ramallah ho incontrato, assieme agli altri membri della delegazione dell’ass. AMLRP, l’ass. “Defence for children International” che in Palestina si concentra sul sostegno e la difesa legale dei bambini palestinesi incarcerati. Ayed Abu Eqtaish, coordinatore per la sez. Palestina, ci ha fatto un racconto drammatico: Israele incarcera mediamente 700 bambini all’anno, la legge militare li considera imputabili a 12 anni. L’arresto avviene di notte con un numero sproporzionato di soldati che circondano la casa, minacciano la famiglia e distruggono i mobili. Dopo l’arresto, il fanciullo viene ammanettato e bendato, poi buttato sulla jeep per portarlo all’interrogatorio. Durante il trasporto è spesso sottoposto a maltrattamenti per prepararlo, di modo che arrivi già terrorizzato. Né il minore né la famiglia vengono informati dei motivi dell’arresto. I genitori non sanno mai dove è stato portato il figlio. L’interrogatorio avviene in isolamento. Forme di tortura vengono esercitate sui bambini, sia psicologiche, minacce di stupro o ritorsioni sulla famiglia, sia fisiche, cioè il ragazzino viene picchiato selvaggiamente e poi minacciato di maggiori violenze allo scopo di estorcergli confessioni. Quasi tutti i casi vengono trattati dalle corti militari. I luoghi di detenzione sono in territorio israeliano, in una struttura militare, spesso in una colonia, in una base militare o una prigione e gli avvocati cisgiordani non possono accedervi. Gli avvocati cercano di fare accordi con il giudice perché il ragazzo resti in prigione il meno possibile, Le assoluzioni sono escluse, tentativi di ottenere l’assoluzione portano solo a una pena maggiore. In diversi casi dopo aver scontato la pena il ragazzino viene ancora trattenuto in detenzione amministrativa con la scusa di essersi comportato male durante la prigionia. Il bambino non può vedere la famiglia durante il fermo, ma anche dopo è molto difficile perché ci vogliono 3 mesi per ottenere il permesso e spesso i carcerieri lo sospendono per punizione. Nella prigione il bambino è rinchiuso 21 ore al giorno, il cibo è spesso andato a male, sempre di pessima qualità. I genitori depositano i soldi sul conto della “cantina” una specie di spaccio interno, chi non ha soldi subisce le conseguenze e si ammala. L’assistenza sanitaria è praticamente inesistente, più il bambino resta in prigione più ha probabilità di uscirne malato. I bambini subiscono gravi traumi dopo questo trattamento, spesso si isolano o negano il loro trauma che invece le famiglie percepiscono perfettamente. “Tutti i trattati sulla difesa dell’infanzia qui sono carta straccia” ha tristemente terminato Ayed. Cosa avevano fatto questi bambini? Nel peggiore dei casi tirato una pietra, oppure erano stati arrestati per poter acciuffare un fratello più grande, oppure non avevano fatto assolutamente niente.
Il racconto di Ayed non mi risultava nuovo avendo già letto alcuni anni prima l’ottimo e documentato rapporto dell’Associazione dei giuristi democratici da cui riporto ulteriori notizie. Fino al 2011 Israele considerava maggiorenni i palestinesi a 16 anni anziché a 18, contrariamente all’art.1 della convenzione ONU sui diritti del fanciullo. Il rapporto dei giuristi democratici recita: L’età viene attribuita al condannato non in base a quando ha commesso il “crimine” ma al momento in cui è pronunciata la sentenza. I minori spesso trascorrono un lungo periodo di detenzione e si ritrovano maggiorenni al processo, quindi questi ragazzi tra i 16 e i 18 anni rischiano l’ergastolo. Le torture esercitate sui detenuti minorenni sono elencate così dal rapporto: pestaggi con il calcio del fucile o gli stivali, privazione di sonno, isolamento, maltrattamento fisico e verbale, mani legate, occhi bendati, minacce di morte, di stupro e ritorsione sulle famiglie, tortura della posizione (vengono messi sulle punta delle dita, con i polsi e le caviglie incatenate), vengono messi in tinozze colme di ghiaccio e costretti a ingoiare dei cubetti, bruciati con sigarette, sottoposti a una prolungata esposizione a temperature estreme.
Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, alla richiesta di essere visitato da un medico da parte del detenuto minore i servizi di prigione israeliani non rispondono in tempo ragionevole, i malati sono trattati con tavolette di Acamol qualsiasi sia il loro male. L’autorità interessata non informa le famiglie anche in caso di malattia grave e pericolo di morte.
Oltre al solito spettro di malattie che colpiscono generalmente i bambini i piccoli palestinesi soffrono anche per ferite subite durante arresto e detenzione, disturbi psicologici, malattie che insorgono per il sovraffollamento e carenti condizioni igienico-sanitarie.
Insieme al rapporto dell’ass. Giuristi democratici segnalo “Non se ne parla” della giornalista Alessandra Antonelli ediz. Tolbà 2006, già autrice di “Sposata a un palestinese” e per quanto riguarda il periodo della prima Intifada i libri di Flora Nicoletta “Le pietre dell’Intifada” ediz.Rubbettino 1995 e “Il fuoco della pace. Nel paese dell’Intifada” ediz. Associate 1990.
Ulteriori e continue notizie sono riportate in rete da agenzie giornalistiche come Nenanews, volontari e associazioni che si occupano dei prigionieri come “Addamer”.
Vorrei, infine, ricordare che la convenzione Onu sui diritti del fanciullo stabilisce che sono bambini coloro che hanno meno di 18 anni e che Israele considera imputabili i bambini dai 12 anni in poi, ma li arresta anche a 11 e 1o anni e a volte anche prima, che l’esercito israeliano ha usato bambini come scudi umani per entrare nelle case senza correre pericoli oppure li ha legati sui carri armati e sulle jeep allo stesso scopo.
Non sono le notizie che ci mancano, ma una mobilitazione con un coordinamento nazionale delle varie associazioni per costruire un’opposizione concreta e specifica su tale drammatica situazione.

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