Contro il terrore la nonviolenza
Due anni fa, i nostri cari hanno perso tragicamente la vita nell’atto terroristico che ha scosso gli Stati Uniti e il mondo intero. Dal momento della loro morte, mentre proseguiamo il nostro percorso di dolore, siamo stati confortati dalla partecipazione solidale e premurosa di persone di tutto il mondo che hanno dato il loro sostegno alle vittime di questo terribile attacco. Eppure, l’approccio del nostro governo in risposta alla morte dei nostri cari è in forte contrasto con il buon senso e con le azioni confortanti della gente comune. In occasione di questo secondo anniversario, ci fermiamo a riflettere sulla pericolosa direzione intrapresa dall’attuale politica statunitense e sulla necessità di un nuovo approccio agli eventi dell’11 settembre volto a produrre reale giustizia e sicurezza.
La morte dei nostri cari ha spinto il governo statunitense ad attaccare l’Afghanistan e a rovesciare il governo talebano con lo scopo di catturare Osama Bin Laden e altri membri di Al Queda considerati responsabili dell’attacco. Sebbene inizialmente le azioni militari abbiano avuto successo, Bin Laden è ancora ricercato e recenti sviluppi rivelano il ritorno dei talebani e di Al Queda nonostante il governo centrale continui a fare richiesta di ulteriori fondi per la ricostruzione e la stabilizzazione del Paese. Di sicuro la nostra campagna militare in Afghanistan un risultato lo ha avuto: ha aumentano il numero delle famiglie che come noi sono in lutto. Afghani innocenti sono stati uccisi da ordigni statunitensi, feriti da bombe a grappolo, sfollati a causa dei combattimenti. Tutto ciò si è aggiunto a 23 anni di guerre precedenti. Nei nostri viaggi in Afghanistan abbiamo incontrato alcune di queste famiglie e sono entrate nei nostri cuori come altre vittime della tragedia dell’11 settembre. Poco dopo l’11 settembre 2001, il Congresso americano ha approvato la legge “Patriot” con lo scopo apparente di rafforzare la sicurezza negli Stati Uniti, senza però prestare troppa attenzione alle conseguenze. In questo clima di paura e di panico, la legge Patriot e altre misure adottate, hanno eroso le libertà civili americane minacciando soprattutto le comunità degli immigrati. Ancora oggi, persone senza nome languiscono in luoghi sconosciuti a causa di colpe ignote in nome della giustizia americana. A oggi, non c’e’ nessuna prova che queste misure ci abbiano reso più sicuri. Allo stesso tempo, l’amministrazione statunitense ritarda l’avvio di un’indagine aperta e onesta sugli eventi dell’11 settembre. Lo scorso anno, di questi tempi, il presidente Bush durante la commemorazione del primo anniversario della morte dei nostri cari, colse l’occasione per iniziare la campagna per invadere l’Iraq. Nonostante l’assenza di un collegamento provato tra Saddam Hussein e gli eventi dell’11 settembre, le insinuazioni dell’amministrazione Bush, alimentate dalla paura pubblica di nuovi attentati, hanno condotto il nostro Paese verso una guerra inutile, illegale e immorale, giustificata dalla morte dei nostri cari defunti. Mentre le menzogne che nascondevano le reali motivazioni di questa guerra stanno lentamente venendo alla luce, i soldati iracheni e statunitensi continuano a soffrire, con il bilancio dei morti che cresce ogni giorno. Oggi ci fermiamo per onorare i morti iracheni e tutte le vittime della guerra e per chiedere ai nostri leader di riportare a casa sani e salvi i nostri soldati che hanno messo a repentaglio la propria vita in questa incauta missione e di restituire il controllo della ricostruzione dell’Iraq alle Nazioni Unite. Uno dei nostri membri, il 14 settembre 2001, ha scritto al New York Times: “Prego che questo Paese, che è stato così profondamente ferito, non dia libero sfogo a forze che non avrebbero il potere di restituirci ciò che abbiamo perduto”. È stato dato libero sfogo a queste terribili forze? Dopo l’11 settembre l’America ha ricevuto la solidarietà del mondo intero. Con la guerra in Iraq il sostegno e la solidarietà internazionale si sono tramutati in odio e disperazione.





