Il viaggio più lungo: direzione cuore

2 aprile 2014 - Leonardo Boff

Osservava il grande conoscitore dei meandri della psiche umana, C.G. Jung: il viaggio in direzione del Centro, al cuore, può essere più pericoloso e lungo del viaggio verso la luna. Nell’intimo degli umani abitano angeli e demoni, tendenze che possono portare alla pazzia e alla morte, energie che conducono all’estasi e alla comunione con il Tutto.

C’è una questione irrisolta tra i pensatori della condizione umana: qual è la struttura di base dell’essere umano? L’interpretazione è affidata a molte scuole. Non è il caso di riassumerle tutte. Andando direttamente al cuore del discorso, la struttura di base non è la ragione come comunemente si afferma. Questa non si presenta per prima. Essa rimanda a dimensioni più primitive della nostra realtà umana nelle quali si alimenta e che la permeano in tutte le sue espressioni. La ragion pura kantiana è un’illusione. La ragione appare sempre impregnata di emozione, di passione e di interesse. Conoscere è sempre un entrare in comunione interessata e affettiva con l’oggetto della conoscenza.

Più che idee e visioni del mondo, sono passioni, sentimenti forti, esperienze seminali che ci muovono, ci rimettono in piedi, ci fanno mettere in marcia, ci fanno affrontare pericoli e rischiare persino la vita.

Il primo sembra essere l’intelligenza cordiale, sensibile e emozionale. Le sue basi biologiche sono le più antiche, legate al sorgere della vita, circa 3,8 miliardi di anni fa, quando i primi batteri irruppero nello scenario dell’evoluzione e cominciarono a dialogare chimicamente nell’ambiente per poter sopravvivere. Questo processo si è approfondito a partire dal momento in cui, miliardi di anni fa, è nato il cervello limbico dei mammiferi, cervello portatore di cure, tenerezza e amore per i cuccioli, nati e cresciuti nel seno di questa specie nuova di animali, a cui pure noi umani apparteniamo. Con noi questo è stato raggiunto il livello intelligenza e autocoscienza. Tutti noi siamo vincolati a questa tradizione primitiva.

Il pensiero occidentale, logo-centrico e antropocentrico, ha messo l’affetto tra le attività sospette, con il pretesto che danneggerebbe l’obiettività della conoscenza. C’è stato un eccesso, il razionalismo, che è arrivato a produrre in alcuni settori della cultura, una specie di lobotomia, cioè una completa insensibilità davanti alla sofferenza degli umani, degli animali e della stessa Madre Terra. Il papa Francesco a Lampedusa davanti agli immigrati africani ha criticato la globalizzazione dell’insensibilità incapace di nutrire compassione e di piangere.

Ma possiamo dire che a partire del romanticismo europeo (Herder, Goethe e altri) si cominciò riscattare l’intelligenza sensibile. Il romanticismo è più che una scuola letteraria. È un sentimento del mondo, di appartenenza alla natura e di integrazione degli esseri umani nella grande catena della vita), (Löwy e Sayre, Revolta e Melancolia, 28-50).

Modernamente l’affetto, il sentimento e la passione (pathos) hanno ottenuto la centralità. Questo passo è oggi imperativo, perché solo con la ragione (logos) noi ci rendiamo conto delle gravi crisi attraverso le quali passano la vita, l’Umanità e la Terra. La ragione intellettuale ha bisogno di integrare l’intelligenza emozionale, senza la quale non costruiremo una realtà sociale integrata e dal volto umano. Non si arriva al cuore del cuore senza passare attraverso l’affetto e l’amore.

Un dato comunque è necessario mettere in evidenza rispetto ad altri importanti, per il suo rilievo e per l’alta tradizione di cui gode; è la struttura del desiderio che marca la psiche umana. Partendo da Aristotele, passando per Sant’Agostino e i medievali (San Bonaventura chiama San Francesco vir desideriorum, uomo di desideri) attraverso Schleiermacher, Max Scheler fino ai tempi moderni, e culminando con Sigmund Freud, Ernst Bloch e Réné Girard nei tempi più recenti, tutti affermano la centralità nella struttura del desiderio.

Il desiderio non è un impulso qualsiasi. È un motore che dinamizza e mette in marcia tutta la vita psichica. Esso funziona come principio, tradotto dallo stesso Bloch come principio speranza. Per sua natura, il desiderio è infinito e conferisce carattere infinito al progetto umano.

Il desiderio rende drammatica e a volte tragica l’esistenza. Ma quando realizzato dona una felicità senza uguale. Per altro verso, produce grande delusione quando l’essere umano identifica una realtà finita come se fosse l’oggetto infinito che desidera. Può essere la persona amata, una professione sempre ambita, una proprietà, un viaggio per il mondo, una nuova marca di cellulare.

Non passa molto tempo e quelle realtà desiderate gli paiono illusorie e non fanno altro che aumentare il vuoto interiore, grande della grandezza di Dio. Come uscire da questa impasse? Tentando di mettere sullo stesso piano infinito del desiderio, il finito di ogni realtà? Vagare da un oggetto all’altro, senza mai trovare riposo? L’essere umano deve porsi seriamente la domanda: qual è il vero e oscuro oggetto del suo desiderio? Oso rispondere: è l’ Essere, non l’ente; il Tutto, non la parte; l’Infinito, non il finito.

Dopo molto pellegrinare, l’essere umano è portato a fare l’esperienza del cor inquietum di Sant’Agostino, l’instancabile uomo del desiderio e l’infaticabile pellegrino dell’infinito. Nella sua autobiografia, «Le confessioni» testimonia con commosso sentimento: "Tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato. Tu mi hai toccato e ardo di desiderio della tua pace; Il mio cuore inquieto non si riposa fino a quando non potrà riposare in te" (lib X, n.27).

Qui abbiamo descritto il percorso del desiderio che cerca e trova il suo oscuro oggetto sempre desiderato, nel sonno e nella veglia. Solo l’Infinito è pari al desiderio infinito dell’essere umano. Solo allora termina il viaggio alla volta del cuore e comincia il sabato del riposo umano e divino.

 

fonte: http://leonardoboff.wordpress.com/

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Leonardo Boff è teologo e filosofo e ha scritto Tempo de trascendencia: o ser humano como projeto infinito, Vozes, 2002.

 

Traduzione di Romano Baraglia

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